|

Documenti
|
Riflessione sulla spiritualità
di S. Luigi Scrosoppi in occasione
del II Centenario della nascita (1804-2004)
ALLE CONGREGAZIONI DELL’ORATORIO
[
Italiano -
Español -
English ]
1. “Padre Luigi entra nella Congregazione
dell’Oratorio e ne fa un dinamico centro di irradiazione di vita spirituale”
rilevava il Santo Padre nell’omelia della beatificazione, il 4 ottobre 1981.
La scelta dell’Oratorio, a leggere nella vita di Padre Luigi il riferimento
agli anni della sua infanzia ed ai primi anni del sacerdozio, non risulta
sorprendente.
Se “quasi natus”, come dicono da sempre le Costituzioni oratoriane, è la
condizione di chi è chiamato all’Oratorio, Luigi Scrosoppi si presenta con le
migliori credenziali.
Egli conobbe la “scuola” di Padre Filippo fin dall’infanzia; si può dire che
crebbe alla “scuola” di San Filippo. Il fratello P. Carlo, nato dal primo
matrimonio della madre e di quattordici anni maggiore di Luigi, era stato
costretto a ritirarsi in famiglia a causa della soppressione della
Congregazione dell’Oratorio in cui era entrato nel 1809 con un vero atto di
coraggio, dal momento che sull’Oratorio di Udine la bufera già si addensava:
Napoleone Bonaparte si era annesso nel 1805 il Friuli ed era iniziata, anche
in queste terre, la nefasta opera di smantellamento delle Comunità religiose.
Al maturare della vocazione oratoriana giovò profondamente a Luigi il contatto
con il fratello, apprezzato confessore e maestro di spirito, a cui egli guardò
per tutta la vita con rispetto riverenziale; e giovò pure la frequentazione
assidua della chiesa di S. Maddalena, vero centro di fervida spiritualità, in
cui i Padri, pur costretti a vivere senza la propria Comunità, continuarono a
svolgere l’attività pastorale.
In quella chiesa Luigi aveva ricevuto la prima Comunione, aveva trovato i
propri confessori, aveva appreso la calda devozione che sempre ha distinto la
proposta spirituale dei Padri dell’Oratorio; là aveva ricevuto la sua
formazione anche durante gli anni degli studi in preparazione al sacerdozio,
poiché da esterno frequentava il seminario; e, divenuto sacerdote del clero di
Udine, in S. Maddalena celebrò il 1 aprile 1817 la Prima Messa, cominciando ad
esercitare in quella chiesa amata il suo ministero, in convinta continuità con
l’esperienza di chi lo aveva preceduto.
Davvero era “quasi natus” all’Oratorio. E la sua inclinazione per la
vita cappuccina - fortemente sentita in un periodo della sua vita e mai del
tutto spenta - non suona contraria a questa propensione se si considera che
all’Ordine più radicalmente francescano e più ricco di santi – l’unico Ordine,
fra l’altro, ristabilito in Udine negli anni in cui maturava la sua chiamata
al sacerdozio – Luigi era attirato dall’ideale che i Cappuccini hanno sempre
testimoniato, ma che è pure l’anima della vocazione oratoriana, a prescindere
dallo stile diverso in cui nelle due Istituzioni è vissuto: la limpida
semplicità della vita, l’alta contemplazione e la profonda preghiera,
l’obbedienza decisa, l’umiltà più radicale, la mortificazione vissuta nella
povertà e nella dedizione totale al bene delle anime.
Una reciproca stima legò infatti Filippo Neri e il giovane Ordine Cappuccino,
e non furono pochi i rapporti di amicizia che ne sorsero: come non pensare a
quello simpaticissimo di Padre Filippo con il santo fra Felice da Cantalice?
L’aspirazione fondamentale del giovane Luigi che guarda all’Ordine dei
Cappuccini, è un desiderio fortissimo di santità. E le parole con cui lo
esprimerà, parlando alle sue suore - “dobbiamo diventare santi, grandi
santi! Non accontentatevi di poco; non scendete a patti con la pigrizia
spirituale. E per salvarvi salvate! Siate anime infiammate della gloria di Dio
e bramose di dilatarne il Regno di pace e di carità” - ricalcano quasi
alla lettera alcune “massime” di Padre Filippo.
Obbedì a P. Carlo che gli chiese di diventare prete secolare per aiutarlo
nell’impresa di carità a favore delle ragazze povere e abbandonate di cui egli
si occupava. Obbedì esercitando la forma più alta di obbedienza: l’affidarsi
totalmente al progetto di Dio annunciato dalla voce della Chiesa e dalle
concrete circostanze della vita.
E quando questi, mutate le situazioni politiche, potè dedicarsi, a partire dal
1846, all’impegno di ricostituire la Congregazione dell’Oratorio, don Luigi
gli fu accanto con entusiasmo motivato dall’affetto per il fratello, ma anche
dalla stima per la vocazione a cui P. Carlo si era donato.
P. Carlo moriva prematuramente, nel 1854, senza vedere la ripresa effettiva
della vita comune nella Congregazione che aveva legalmente ricostituita. Padre
Luigi continuò da solo l’ardua impresa impegnando tutto ciò che aveva – le sue
energie e i beni di famiglia – per realizzare quel sogno di cui era
profondamente partecipe. Con la sua tenacia riuscì a compiere nel 1856 ciò che
P. Carlo non era riuscito ad attuare; e la fatica di quella rifondazione ci dà
la misura dell’amore che egli nutrì per l’Oratorio. “Mi terrò quale servo
- egli scrisse - nella Congregazione del mio padre San Filippo e quale
servo pure nella casa della Provvidenza del santo padre Gaetano”.
Ancor più penosa risulta perciò la fine di quella Congregazione, decretata
solo dieci anni dopo da nuove leggi eversive che distrussero, anche
materialmente, la Comunità.
Padre Luigi vide cadere a pezzi con immenso dolore ciò che amava e che con
tanta passione aveva realizzato: ma se la “nequitia sive hominum sive
temporum” - così gli Statuti della Confederazione dell’Oratorio
definiranno la triste situazione storica e politica di quel tempo - gli
strappò la casa, la chiesa e i confratelli, non riuscì a strappare dal suo
cuore l’identità di figlio di San Filippo, di prete dell’Oratorio.
E “dell’Oratorio”, fino al termine della vita, egli continuò a firmarsi
vincendo con la consapevolezza della propria appartenenza la violenza di una
ideologia che si autoproclamava liberale.
Non abbandonò l’abito filippino, indossato fino alla fine come una livrea
amata, quell’abito stinto e consunto che le sue figlie conservano nel Collegio
della Provvidenza, a Udine, come preziosa reliquia della fedeltà del loro
Fondatore all’Oratorio e della sua inesausta carità; e “presbyter Oratorii”
fu scritto sulla pietra tombale del Padre, tanto quella qualifica gli era cara
e familiare.
Padre Filippo - con tre misteriosi colpetti sul vetro in cui era racchiuso un
suo piccolo busto, venerato da P. Luigi - venne ad annunciargli che l’ora del
grande incontro stava per giungere.
“Tutta la vita dei discepoli di San Filippo è noviziato per il cielo -
affermava uno dei primi Padri dell’Oratorio - ed in Paradiso essi fanno la
loro professione”.
Padre Luigi lo sapeva, e negli ultimi tempi della sua vita terrena intensificò
questo noviziato incaricando una sua suora di esercitarlo nell’umiltà e nella
carità, le fondamentali virtù del figlio di San Filippo, dalle quali sgorga la
vera letizia, dono dello Spirito Santo.
Il grande incontro è la visione beatifica di Colui al quale tutta la vita è
stata donata, il Signore Gesù di cui Filippo diceva: “Chi vuol altro che non
sia Cristo non sa quel che si voglia; chi desidera qualcosa che non sia Cristo
non sa quel che desidera; chi agisce e non per Cristo non sa quel che si
faccia”.
2. Nell’omelia della solenne canonizzazione Giovanni Paolo II sottolineava
nell’esperienza di Padre Luigi “il costante contatto con Cristo,
contemplato e imitato nell'umiltà e nella povertà della sua nascita a
Betlemme, nella semplicità della vita laboriosa a Nazaret, nella completa
immolazione sul Calvario, nell'eloquente silenzio dell'Eucaristia. Per questo
la Chiesa lo addita ai sacerdoti e ai fedeli quale modello di profonda ed
efficace sintesi tra la comunione con Dio e il servizio dei fratelli. Modello,
in altre parole, di un’esistenza vissuta in comunione intensa con la
Santissima Trinità”.
Al momento della beatificazione, nell’ottobre di vent’anni prima, affermava:
“Nella sua vita, spesa totalmente per le anime, egli ha avuto tre grandi
amori: Gesù, la Chiesa ed il Papa, ed i “piccoli”. Fin da giovanissimo sceglie
Cristo e lo ama, contemplandolo povero ed umile a Betlemme; lavoratore a
Nazaret; sofferente e vittima nel Getsemani e sul Golgotha; presente nell’Eucarestia.
“Voglio essergli fedele - ha scritto - attaccato perfettamente a Lui
nel cammino del cielo e riuscire una sua copia”. A fondamento della sua
molteplice attività pastorale e caritativa, c’è una profonda interiorità; la
sua giornata è una continua preghiera: meditazione, visite al SS. Sacramento,
recita del Breviario, Via crucis giornaliera, Rosario ed, infine, lunga
orazione notturna. Luminoso ed efficace esempio di equilibrata sintesi fra
vita contemplativa e vita attiva”.
Non è difficile leggere in questi tratti del volto spirituale di Padre Luigi -
“equilibrata sintesi fra vita contemplativa e vita attiva” - quelli di
Padre Filippo, la cui vita di laico e di sacerdote è tutta segnata da questa
impostazione, costitutiva della fede cristiana.
Impegnato come pochi altri in un’instancabile attività, aperto senza tregua
all’incontro con le persone, disponibile ad accogliere ed ascoltare chiunque
avesse bisogno di lui, attento alle necessità anche materiali dei più poveri,
San Filippo fu uno spirito altamente contemplativo, caratterizzato da una
dimensione che poté essere definita addirittura “eremitica” per il desiderio
di “solitudine” che appassionatamente coltivò e difese come custodia della sua
profondissima unione con Dio.
In Padre Luigi vediamo presente la stessa dimensione: “è stato un solitario
per essere un solidale, - diceva don Dario Savoia, parlando al clero di
Udine - un uomo tipicamente friulano, di poche parole e di poche massime
ascetiche... Il suo motto ‘agire e patire’ era improntato al ‘tacere’.
Era un silenzioso, si noti, non un taciturno: ci sono conosciute le sue
facezie modellate sullo stile di San Filippo… Il silenzio ha costituito la
cornice della sua interiorità; il quadro di tale cornice consisteva nel suo
santo tormento di imitare Cristo povero e umile, nell’ansia spirituale di
adorarne l’umanità umile e sofferente del Presepio e del Calvario”.
Ed il Biasutti, a ragione, afferma: “Lo stupore estatico per il Verbo fatto
carne per amore sino all’immolazione della croce, fu la costante della sua
esistenza. Sì, tutto il Cristo, anche nei momenti eroici del suo magistero,
dei miracoli, della passione e della risurrezione. Ma l’incanto permanente
della sua anima fu Gesù Nazareno. Nazareth apre e chiude l’arco della vita di
Padre Luigi. Non a caso egli conservò gelosamente, delle cose di sua madre,
solo un anellino che nel marzo del 1802 ella aveva messo a contatto, nel duomo
di Perugia, con l’anello nunziale attribuito alla Madonna, quasi votando a Dio
per Mariam i figli che avrebbe avuto. E non a caso volle essere sepolto
ad Orzano, presso che chiesa che egli aveva fatto costruire sulle stesse
misure della Santa Casa di Loreto. Padre Luigi volle e bramò insegnare alle
sue figlie spirituali unicamente la sommessa poetica di Nazareth. Non
preziosismi ascetici o mistici. Lì, a Nazareth, c’era tutto il profumo del
tutto: lavoro, silenzio, santità del quotidiano e dell’ordinario. E davanti
agli occhi ed al cuore, Gesù che cresce in età, sapienza e grazia; l’ancella-sposa-madre,
Maria, umilissima e perciò regina; e Giuseppe, il pronto, trasognante
strumento della Provvidenza”.
Nel seguire le linee tipiche della spiritualità di Padre Luigi si avverte
chiaramente la consonanza con il programma che Padre Filippo raccomandava ai
suoi. Farsi santi, innanzitutto: il fondamento indispensabile, insostituibile,
l’umiltà. Non era certamente un monito singolare: ma fu indubbiamente
singolare l’insistenza con cui Filippo lo propose e lo ribadì, e la sincerità
e la coerenza con cui Padre Luigi l’ebbe come norma direttiva per sé e per le
anime dei suoi. “Umiltà – sottolineava nei suoi propositi – nello
stare, nel parlare, nel domandare”; “L’umiltà e la carità sia manifesta con
tutti e in ogni opera: semper mel in ore et mel in corde”. “Sarete presto
santa se vi terrete per un bel nulla; se bramerete di essere abbandonata e
tenuta in nessun conto; se accetterete dalla mano di Dio tutto ciò che vi
accadrà; se non desidererete che di fare la volontà di Dio”.
La carità di Padre Luigi fiorì sul terreno di questa contemplazione, “stupore
estatico per il Verbo fatto carne per amore sino all’immolazione della croce”.
Chi volesse approfondirne l’indagine e la riflessione, riscontrerebbe
caratteristiche che evidenziano, anche a questo riguardo, la profonda adesione
di Padre Luigi alla “scuola” di San Filippo Neri.
Nel breve spazio consentito da questo scritto, desidero sottolinearne una
sola, fondamentale: il rapporto che Padre Luigi instaura con le persone non è
puramente funzionale ai loro bisogni materiali o spirituali: è innanzitutto
attenzione alla persona nel suo intrinseco valore, un incontro personale
nel quale la persona si sente amata per quello che è, e percepisce un impulso
ad essere sempre più autenticamente se stessa. Dalle fonti della vita di Padre
Luigi e dalle testimonianze risulta evidente che la carità da lui esercitata
non è innanzitutto un’opera o un programma di attività suggerite da naturale
atteggiamento filantropico, ma l’autentica forma della moralità, la modalità
con cui il cristiano vive ogni aspetto ed ogni realtà della vita. La sua
carità ha in Dio la sua fonte: non nell’iniziativa umana, ma nell’esperienza
di un grandissimo Amore accolto dal cristiano nella propria vita e comunicato
nel rapporto con il prossimo. Solo chi ha incontrato la Grazia riesce a
stabilire con gli altri quel rapporto gratuito, paziente, attivo e
costruttivo, che è autentico amore poiché rispetta tutto l’uomo. In
questa piena relazione interpersonale, che abbraccia tutta la persona
concreta che sta di fronte, Padre Filippo è maestro di incomparabile valore. E
la sua “scuola”, umilmente presente nella semplicità delle comunità oratoriane
che vogliano mantenersi fedeli a tutta l’impostazione trasmessa dal loro
Padre, produce frutti di autentica santità, in cui l’umano conosce la sua più
alta fioritura.
Padre Luigi testimoniò fino al termine della propria vita l’adesione a questo
ideale.
Scegliendo tra gli scritti del Santo qualche pensiero, ne possiamo riascoltare
la viva voce: “Grande umiltà e carità, grande mansuetudine in ogni
incontro, e tutto andrà bene. Abbi sempre presente Gesù, e imitalo in queste
virtù”. “Abbiate sempre dinanzi agli occhi Gesù, e tutto fate in modo che
abbia a compiacersi nel vedersi da voi servito con santa ilarità e prontezza”.
“Vedi dove è giunto l’amore di Gesù per averti con Sé, a parte della Sua
felicità..., enumera tutte le grazie che ti ha fatto; enumera i patimenti che
per trentatré anni ha sofferto per te… e poi mettiti a ringraziarlo perché ti
dà qualche occasione di patire anche tu per amore suo, ed avvaliti della bella
opportunità che hai di corrispondere a tanto amore”. “Per mantenere la
concordia, la pace, la carità fraterna, bisogna saper rispettare la diversità
dei naturali, che è opera di Dio, e compatire in questa diversità le
imperfezioni e le debolezze proprie della creatura. Nelle produzioni di natura
Dio ha posto una continua dissomiglianza, e ciò perché grandeggi la Sua
sapienza nella molteplicità delle idee e delle forme, e dalla moltitudine di
cose dissomiglianti ne nasca una perfetta armonia ed una stupenda
composizione”. “Fai del bene, tanto bene, tutto il bene che ti è possibile
nella tua condizione e nelle circostanze in cui ti trovi. Il non farlo sarebbe
sottrarre a Gesù ed al prossimo il tempo e le energie che ti sono stati dati”.
“Gettiamoci quali strumenti nelle mani della divina Provvidenza, che si
avvalga di noi a suo maggior piacimento. Lasciamo fare al Signore!
Abbandoniamoci totalmente a Lui. Stiamo sempre uniti al nostro buon Dio e ci
troveremo contenti in ogni luogo e in ogni occupazione”.
In questo lieto anniversario dei duecento anni della nascita terrena di San
Luigi Scrosoppi, noi figli di San Filippo ci rivolgiamo al nostro santo
confratello e gli diciamo:
La carità di cui ardeva il Tuo cuore e la perenne unione con Dio che la
alimentava, fecero fiorire in Te, Padre Luigi, umiltà profondissima e fortezza
di virtù.
Sul Tuo volto vediamo impressi i raggi della calda luce e la vivezza del fuoco
che inondava il cuore di Filippo Neri, Tuo Padre amato.
Contemplando il prodigio della santità che la Grazia ha operato nella Tua vita
offerta a Cristo in pienezza di dono, Ti preghiamo: dall’Oratorio del cielo
che esulta con Maria, “Madre e Fondatrice”, stretto nel vincolo della carità
perfetta, continua a volgere lo sguardo all’Oratorio della terra, e chiedi per
noi, Tuoi condiscepoli alla scuola di Padre Filippo, fedeltà e grandezza di
cuore.
Roma, 4 agosto 2004
Edoardo Aldo Cerrato, C.O.
Procuratore Generale
Lingua hispanica
1. “Con la llegada del P. Luis, la Congregación del Oratorio se convierte en
un centro dinámico que irradia vida espiritual” decía el Santo Padre en la
homilía de la beatificación el 4 de octubre de 1981.
La vocación oratoriana no resulta sorprendente, cuando leemos en la vida del
Padre Luis lo relativo a los años de su infancia y a sus primeros años de
sacerdocio. Si ser “quasi natus”, como dicen desde siempre las Constituciones
del Oratorio, es la condición de los que son llamados al Oratorio, Luis
Scrosoppi tiene las mejores credenciales.
Él conocio la “escuela” del Padre Felipe desde su infancia; más se puede decir
que crecio en la “escuela” de San Felipe. Su hermano el P. Carlos, nacido del
primer matrimonio de su madre, y mayor de catorce años de Luis - se vio
obligado a regresar con su familia debido a que fue suprimida la Congregación
del Oratorio, a la que había entrado en 1809 como un verdadero acto de
valentía, puès sobre el Oratorio de Udine ya se agolpaba la tormenta: Napoleón
Bonaparte ya había conquistado en 1805 la region del Friuli, e iniciaba de
esta manera su nefasta obra para disolver las Comunidades religiosas.
La vocación oratoriana de Luis madurará profundamente, debido a la cercanía
con su hermano, quien era apreciado como confesor y maestro del espíritu; al
que le tendrá durante toda su vida un reverencial respeto y lo llevará a
frecuentar asiduamente la Iglesia de Santa Magdalena, verdadero centro de
fervorosa espiritualidad, en donde los padres, que se vieron obligados a vivir
fuera de su propia Casa, desarrollarán su actividad pastoral.
En aquella iglesia Luis había recibido la Primera Comunión, allí había
encontrado sus confesores, había aprendido la cálida devoción, que es el
distintivo de la espiritualidad de los Padres del Oratorio; allí también,
durante sus años de estudios de preparación al sacerdocio recibió formación,
porque en el seminario estaba como externo; ordenado sacerdote del clero de
Udine, celebró en Santa Magdalena su Primera Misa el 1 de abril de 1817,
comenzando a ejercer su ministerio y continuará convencido por la experiencia
de quien lo precedió en aquella amada iglesia.
Verdaderamente él era “quasi natus” para el Oratorio. La fuerte inclinación
que sintió el joven Luis durante un tiempo de su vida por la vida de los
capuchinos nunca quedó del todo borrada y ésta no obstante no contradice su
vocación oratoriana, si se tiene en cuenta que esa es la Orden que conserva el
más radical espíritu franciscano y la más rica en santos; además era la única
Orden restablecida en su tiempo en Udine en los años en los cuales maduraba su
vocación al sacerdocio. Luis siempre se sintió inclinado al ideal que siempre
han tenido los capuchinos: lo que anima su vocación oratoriana es la limpia
sencillez de su vida, la elevada contemplación, la profunda oración, la
obediencia pronta, la humildad más radical, la mortificación expresada en su
pobreza y en su dedicación completa al bien de las almas.
No son pocos los datos de amistad y la recíproca estima que dejara Felipe Neri
de su relación con los jóvenes religiosos capuchinos:¿Cómo no pensar - por
ejemplo - en los encuentros que tuvo con el santo y simpatiquísimo fraile
Félix de Cantalicio?
La aspiración fundamental que al joven Luis le hace mirar hacia a la Orden de
los Capuchinos, es su fortísimo deseo de santidad. Esto lo expresará diciendo
a sus hermanas: “¡debemos volvernos santos, grandes santos! No nos contentemos
con poco; no caigan en la pereza espiritual. ¡Y para salvarse, salven! Sean
almas inflamadas para la gloria de Dios y animosas por extender el Reino de
paz y de caridad” – recalcando de este modo, al pie de la letra, algunas
“máximas” del Padre Felipe.
Obedecerá al P. Carlos que le pide que se haga sacerdote secular para ayudarlo
en una empresa de caridad en favor de las muchachas pobres y abandonadas a las
que él atendía. Obedece ejercitando en alto grado la obediencia: que es
entregarse totalmente al plan de Dios anunciado por medio de la voz de la
Iglesia y también por las circunstancias concretas de la vida. A partir de
1846, cuando cambia la situación política, P. Carlos puede dedicarse con
empeño a restaurar la Congregación del Oratorio: el P. Luis le colaboro
motivado no solo por su afecto a su hermano, sino también por amor a la
vocación a la que el P. Carlos estaba entregado.
El P. Carlos muere prematuramente en 1854, sin ver la total recuperación de la
vida común de su Congregación, que ya había sido restaurada legalmente. El
Padre Luis continuará él solo aquella empresa y con empeño echará mano de todo
lo que tiene – su energía y sus bienes de familia – todo con el fin de
realizar aquél sueño del cual él era partícipe también. En 1856, gracias a su
tenacidad logrará lo que el P. Carlos no pudo realizar y la fatiga sufrida
para lograr la refundación nos da la medida del amor que le nutria para el
Oratorio. “Me llevare cual siervo – escribe – en la Congregación de mi Padre
San Felipe y como siervo también de la casa de la Providencia del santo Padre
Gaetano”.
Será para él una gran pena la muerte de aquella Congregación, a tan solo 10
años de restablecida, debido a las nuevas leyes adversas que destruirán la
Comunidad, incluso en lo material. Con inmenso dolor el Padre Luis ve caer en
pedazos aquello que amaba y que había realizado con tanta pasión. Aquella
triste situación histórica y política – que los Estatutos de la Confederación
definiran esta como: “nequitia sive hominum sive temporum” – le quitara la
Casa, la Iglesia y a los Cohermanos, pero no conseguira quitarle del corazón
su identidad de hijo de San Felipe, de sacerdote del Oratorio.
Él es “del Oratorio” hasta el fin de su vida, la que continuará afirmándose
día con día, convencido de su pertenencia seguirá adelante no obstante la
violencia que sufrió debido a una ideología que se autoproclamaba liberal.
Nunca dejará el hábito Felipense, sino que lo vistira hasta su muerte como un
uniforme amado, aquél hábito decolorado y gastado que las Hermanas conservan
en el Colegio de La Providencia en Udine como preciosa reliquia de la
fidelidad de su fundador al Oratorio y de su incesante caridad; fue escrito
sobre la lápida de la tumba del Padre: “presbyter Oratorii”, el calificativo
tan querido y familiar para él. El Padre Felipe – con tres misteriosos golpes
en un cristal que contenía un pequeno busto del Santo – le viene a anunciar al
venerado P. Luis que la hora del gran encuentro está por llegar.
“Toda la vida de los discípulos de San Felipe es noviciado para el cielo –
afirmaba uno de los primeros padres del Oratorio – y en el Paraíso ellos hacen
su professión”
El Padre Luis lo sabiéndolo intensificó los últimos días de su vida terrena en
este noviciado. Encargó a una de sus Hermanas ejercitarlo en la humildad y en
la caridad, que es la virtud fundamental de este hijo de San Felipe, y de la
cual brota la verdadera alegría, que es el don del Espíritu Santo.
La visión beatífica es el gran exito de los que han entregado toda su vida al
Señor Jesús, de quien Felipe decía: “Quien quiera otro que no sea Cristo no
sabe que quiere; quien desea cualquier cosa que no sea Cristo no sabe qué
desea; quien trabaja y no por Cristo, no sabe qué hace”.
2. Juan Pablo II, en la homilía de la solemne canonización, al señalar la
experiencia del P. Luis subrayaba “su constante contacto con Cristo,
contemplado e imitado en la humildad y en la pobreza de su nacimiento en Belén,
en la simplicidad de su vida de trabajador en Nazaret, en la total entrega
sobre el Calvario, en el elocuente silencio de la Eucaristía. Por este motivo
la Iglesia lo señala a los sacerdotes y a los fieles como modelo de profunda y
eficaz síntesis de comunión con Dios y de servicio a los hermanos. Modelo, en
otras palabras, de una existencia vivida en una intensa comunión con la
Santísima Trinidad”. En el momento de la beatificación, en octubre de hace
veinte años, afirmaba: “En su vida, gastada totalmente a favor de las almas,
él tuvo tres grandes amores que son: Jesús, la Iglesia y el Papa, y los “pequeños”.
El motivo de su juvenil entrega es Cristo a quien ama contemplándolo pobre y
humilde en Belén; carpintero en Nazaret; sufriente y víctima en el Gólgota;
presente en la Eucaristía. “Voy a serle fiel – escribió – adhiriéndome
perfectamente a Él en el camino del cielo y voy a conseguir imitarlo”. En el
fondo de su múltiple actividad pastoral y caritativa, hay una profunda vida
interior, cada día es una continua oración: meditación, visita al Santísimo
Sacramento, rezo del Breviario, Vía crucis cotidiano, Rosario y finalmente una
larga oración nocturna”.
No es difícil leer en estos bosquejos el rostro espiritual del Padre Luis –
“una síntesis de una vida equilibrada que es contemplativa y al mismo tiempo
activa” – elementos presentes también en la vida del Padre Felipe, como laico
y como sacerdote; una vida totalmente señalada y fundamentada en la fe
cristiana.
Empeñado e incansable como pocos en la actividad, abierto sin descanso al
encuentro con las personas, disponible para acoger y escuchar a quienquiera
que hubiera necesitado de él, atento también a las necesidades materiales de
los más pobres, San Felipe fue un espíritu contemplativo elevado, llevó su
vida de tal modo que podría ser definida como “eremítica”, debido a su deseo
de “soledad” que apasionadamente cultivó y defendió, vida que le protegió en
su profundísima unión con Dios.
En el Padre Luis descubrimos esta misma realidad: “Él se hace un solitario
para ser un solidario – decía don Dario Savoia, hablando al clero de Udine –
un hombre típicamente friulense, de pocas palabras y de pocas máximas
ascéticas... Su motivación es ‘obrar y callarse’. Se le notaba callado pero no
taciturno: son reconocidas sus agudezas inventadas al estilo de San Felipe...
El marco de su interioridad era el silencio; en dicho marco tenía su santo
tormento de imitar a Cristo pobre y humilde en el Pesebre y en el Calvario;
era su anhelo espiritual adorarlo en su humanidad humilde y sufriente”.
El Biasutti afirma: “El estupor extático por el Verbo hecho carne que por amor
llega hasta la inmolación en la cruz, será una constante en su vida. Sí, todo
lo de Cristo, los momentos heroicos de su predicación, los milagros y sobre
todo los momentos de la pasión y de la resurrección. El encanto permanente de
su alma será Jesús de Nazaret. Nazaret abre y cierra como un arco la vida del
Padre Luis. No por casualidad conservó celosamente, entre las cosas de su
madre, solamente un anillo que, en marzo de 1802 en la catedral de Perugia
ella misma tocó con el anillo nupcial atribuido a la Virgen Madre de Dios,
encargando a Dios por medio de María los hijos que hubiera de tener. Y no por
casualidad será sepultado en Orzano, en la iglesia que él hizo construir segun
la medida de los muros de la Santa Casa de Loreto. Padre Luis conducirá y
buscará enseñar a sus hijas espirituales en el ambiente de Nazaret. No en la
ascética preciosista o mística. Allí en Nazaret, todo está perfumado por el
trabajo, el silencio, la santificación en lo cotidiano y en lo ordinario;
donde Jesús crece en edad, sabiduría y gracia, ante los ojos y el corazón de
la esclava-esposa-madre, María, humildísima que es al mismo tiempo reina; y
ante José, el dispuesto y sorprendido instrumente de la Providencia.
Siguiendo las líneas típicas de la espiritualidad del Padre Luis se advierte
claramente una consonancia con el programa que el Padre Felipe recomendaba a
los suyos: “sobre todo hacerse santos” y como fundamento indispensable e
insustituible la humildad. Ciertamente no era este un simple reproche sino una
singular insistencia que Felipe utilizaba; el Padre Luis siguió dicho programa
que se puede ver en su sinceridad y coherencia; tenía como norma de vida para
sí mismo y para las almas de los suyos: “Humildad en el estar, en el hablar,
en el pedir”; la humildad y la caridad debían ser manifiestas a todos y en
todo trabajo: “siempre miel en la boca y miel en el corazón”. “Serían santas
rápidamente si tuvieran por nada lo bello; si desearan el ser abandonadas y
tenidas como nada; si aceptaran de la mano de Dios todo lo que les suceda; si
no decidieran más que hacer la voluntad de Dios”
La caridad en el Padre Luis florecerá debido a su vida de contemplación,
“asombrado y en éxtasis por el Verbo hecho carne que por amor se inmola en la
cruz”. Quien quisiera profundizar podría investigar buscando lo propio de su
espíritu y al mismo tiempo compararse según las características de su profunda
adhesión a la “escuela” de San Felipe Neri. En el pequeño espacio de este
escrito, considero necesario subrayar al menos una característica que es
fundamental: la relación que Padre Luis logra con las personas necesitadas
tanto en lo material como en lo espiritual no es algo meramente funcional a
los necesitados material o espiritualmente: logra antes que nada atender a la
persona como tal, en su valor intrínseco, propiciando un encuentro personal en
el que la persona se siente amada por sí misma y recibe un impulso para ser
más una persona cada vez más auténtica.
Resulta cada vez más evidente que la fuente de la vida y del testimonio del
Padre Luis es la caridad que supo ejercer; sus obras, sus actividades no son
un simple acto de filantropía, sino una auténtica manera de vivir la moralidad
cristiana, la modalidad con la cual el cristiano vive su vida en todos los
aspectos y en toda su realidad. Su caridad tiene como fuente a Dios: no en una
iniciativa humana, sino sobre todo una experiencia cristiana vivida por él; es
un grandísimo amor que comunicará en su relación con el prójimo. Solo quien ha
encontrado la Gracia la comunica de manera gratuita y paciente a los demás; su
actitud será activa y constructiva; es auténtico amor porque respeta a todo el
hombre. En esta plena relación interpersonal, que toma en cuenta a la persona
concreta, la que está frente a nosotros, el Padre Felipe es maestro de
incomparable valor. Y su “escuela” está humildemente presente en la
simplicidad de la vida de la comunidad oratoriana que se mantendrá fiel a toda
disposición transmitida por su Padre, de este modo produce frutos de auténtica
santidad, vida en la cual lo humano experimenta su más grande expresión. Padre
Luis testificó hasta el fin de su vida la adhesión a este ideal.
Escogiendo algunos pensamientos, entre los escritos del Santo, podemos
resaltar los siguientes: “Mucha humildad y caridad, mucha mansedumbre en todo
encuentro, y todo irá bien”. “Ten siempre presente a Jesús, e imítalo en esta
virtud”. “Abájense siempre ante la mirada de Jesús, y hagan todo de modo que
él se sienta complacido en verse servido con santa hilaridad y prontitud”.
“Ver donde está Jesús y con su amor tomar parte de Su Felicidad..., enumera
todas las gracias que te ha hecho; enumera los padecimientos que por treinta y
tres años ha sufrido por tí... y después agradécele porque te pondrá cualquier
ocasión de que sufras tú también algo por su amor, y aprovecha la bella
oportunidad que tienes de corresponder a tanto amor”. “Para mantener la
concordia, la paz y la caridad fraterna, saborea el respetar la diversidad de
los temperamentos, que es obra de Dios que compartas tú las imperfecciones y
las debilidades propias de las criaturas”. “En su creación Dios ha puesto
muchas diferencias, esto engrandece su sabiduría porque en la multiplicidad de
las ideas y de las formas y con la multitud de cosas diferentes produce una
perfecta armonía y una estupenda composición”. “Haz el bien, mucho bien, todo
el bien que te sea posible en tu realidad y en las circunstancias concretas en
las que te encuentres, no hacerlo podría quitar a Jesús y al prójimo el tiempo
y las energías que te han sido dadas para servirles”. “Construyan cual
instrumentos en las manos de la divina Providencia, que se valga de nosotros
como mejor guste. ¡Dejemos hacer al Señor! Abandonémonos totalmente a Él.
Estemos siempre unidos a nuestro buen Dios y contentos lo descubriremos en
todo lugar y toda ocupación”.
En este gozoso segundo centenario del nacimiento de San Luis Scrosoppi,
nosotros, los hijos de San Felipe dirigiéndonos a nuestro santo cohermano le
decimos:
La caridad que ardía en tu corazón y la perenne unión con Dios que la
alimentaba, hizo florecer en ti, Padre Luis, la humildad profundísima y la
virtud de la fortaleza.
En tu rostro vemos impresos los rayos de la cálida luz y la viveza del fuego
que inundaba el corazón de Felipe Neri, tu Padre amado.
Contemplando el prodigio de santidad que la Gracia obró en tu vida ofrecida a
Cristo por entero, te rogamos: que desde el Oratorio del cielo, que goza con
María su “Madre y fundadora” del estrecho vínculo de la caridad perfecta, que
continúes dirigiendo tu mirada al Oratorio de la tierra y pidas tu fidelidad y
tu grandeza de corazón para nosotros tus condiscípulos en la escuela del Padre
Felipe.
Lingua anglica
1. “Father Luigi entered the Congregation of the Oratory and made of it a
dynamic centre of irradiation of the spiritual life” noted the Holy Father in
the homily of beatification, October 4, 1981.
If one looks at the youth and the first years of priesthood of Father Luigi,
his choice to enter the Oratory is not surprising. If “quasi natus”, as the
Oratorian Constitutions have always said, is the condition required for being
called to the Oratory, Luigi Scrosoppi presents the very best credentials.
He knew the ‘school’ of St. Phillip from his very childhood; you could even
say that he grew up in the ‘school’ of St. Phillip. His brother, Father Carlo,
born of the first matrimony of his mother and fourteen years older than Luigi,
had been obliged to return to his family due to the suppression of the
Congregation of the Oratory into which he had entered by a true act of courage
in 1809. Napoleon Bonaparte had already annexed the region of Friuli in 1805,
and it was therefore also subject to his nefarious program of dismantling of
religious communities; the storm was therefore gathering towards the Oratory
of Udine.
The maturation of Luigi’s vocation was greatly helped by his contact with his
brother, a much appreciated confessor and spiritual master, to whom he looked
up to all his life with reverential respect. His vocation was also aided in
its growth by his assiduous frequentation of the church of S. Maddelena,
authentic centre of fervent spirituality. The fathers of S. Maddelena,
although constrained to live outside their community, continued nonetheless to
dedicate themselves to their pastoral activities.
It was in this church that Luigi received his first communion, found his own
confessor, and learned that tender devotion that has always distinguished the
spirituality proposed by the Fathers of the Oratory. It was there that he
received his practical formation even during the years of study in preparation
for the priesthood, because he frequented the seminary as a external
seminarian. Having become a priest of the clergy of Udine, he celebrated his
first Mass in S. Maddelena, April 1, 1817, and began to exercise his ministry
in that well beloved church, in a continuity of conviction with the experience
of those that had preceded him.
He was truly “quasi natus” to the Oratory. His inclination towards the
Capuchins, strongly felt during one period of his life and never entirely
inexistent, did not go against his call to the Oratory if one considers that
the Order that is most radically Franciscan and most blessed with saints, the
only Order re-established in Udine during the years in which his call to the
priesthood was maturing, presented to Luigi an ideal that attracted him and
that the Capuchins have always proposed, an ideal, however, that is also the
very soul of the Oratorian vocation, if one subtracts from the diverse styles
in which the two institutions live: the limpid simplicity of life, high
contemplation and profound prayer, resolute obedience, the most radical
humility, mortification lived in poverty and in the total dedication to the
good of souls. In fact, a reciprocal respect linked Phillip Neri and the young
Capuchin order, and the friendly relations were not minimal: how could we not
recall the singular friendship that existed between Father Phillip and the
saintly brother Felice de Cantalice?
The fundamental aspiration of the young Luigi in considering the order of
Capuchins was a very strong desire for sanctity. The words with which he
expressed this desire, speaking to his sisters, “we must become saints, great
saints! Do not be satisfied with little, do not make a pact with spiritual
laziness. To save oneself you must strive to save others! You must be souls
inflamed with the glory of God and greedy to expand the Kingdom of peace and
charity,” recall almost to the letter some of the maxims of St. Phillip.
Luigi obeyed Fr. Carlo who asked him to become a secular priest in order to
help him in his work for the poor and abandoned youth whom he cared for. He
obeyed exercising the highest form of obedience; he gave himself totally to
the project of God announced by the voice of the Church and by the concrete
circumstances of his life. When these circumstances changed, as the political
situation was altered, Carlo was able to dedicate himself in 1846 to the task
of re-establishing the Congregation of the Oratory. Don Luigi joined him with
great enthusiasm motivated not only by his affection for his brother, but also
by his respect for the vocation to which his brother had given himself.
Fr. Carlo died prematurely, in 1854, without having seen the rebirth of common
life in the Congregation that he had legally reconstituted. Fr. Luigi
continued the arduous task by himself, giving himself totally to the
undertaking, giving all of his energy and even the goods of his family in
order to realize the dream in which he had participated so profoundly. With
great tenacity he managed to realize in 1856 that which Fr. Carlo had not
succeeded to finalise, and the great exertion that this re-foundation required
reveals the measure of his love for the Oratory: “I considered myself a
servant in the Congregation of my father St. Phillip, and equally a servant in
the house of Providence of the saintly Father Gaetano”.
All the more painful, therefore, was the end of this Congregation, decreed
only ten years later, by new laws that destroyed, even materially, the
community. Father Luigi, with immense pain, saw that which he had loved and
had realized with such passion fall to pieces; but if the ‘nequita sive
hominum sive temporum’ as the Statutes of the Confederation of the Oratory
defined the sad historical and political situation of this time, took from him
his house, church and brothers, it did not manage to take from his heart the
identity of a son of Saint Phillip and priest of the Oratory. Until the end of
his days, he would always sign his name with the title, “C.O.”, and he was
thereby in a certain sense victorious, by means of his awareness of his
belonging to the Oratory, over the violence of an ideology that
auto-proclaimed itself liberal. He never abandoned the Oratorian cassock,
wearing it to the end as a beloved livery, that faded and worn out habit that
his ‘sons’ conserved in the Collegio della Provvidenza, in Udine, as a
precious relic of the fidelity of the founder of their Oratory and of his
inexhaustible charity. Presbyter Oratorii was the insciption on his tombstone,
inasmuch as this title was to him both dear and familiar.
Saint Phillip, with three mysterious ‘knocks’ on the glass in which was
enclosed a small bust in his image, venerated by Fr. Luigi, announced that the
hour of Scrosoppi’s definitive encounter was drawing near. “All of the life of
a disciple of Saint Phillip is a novitiate in preparation for Heaven,”
affirmed one of the first fathers of the Oratory, “and in Paradise they make
their profession”. Father Luigi knew this, and in his last days of his earthly
life he intensified this ‘novitiate’, giving one of his sisters the task of
exercising him in humility and charity, the fundamental virtues of a son of St.
Phillip, from which spring forth real joy as a gift of the Holy Spirit. The
great encounter is the beatific vision of Him to whom all of one’s life has
been given, our Lord Jesus Christ, of Whom St. Phillip would say, “He who
wants something other than Christ does not know what he wants, he who desires
something that is not Christ does not know what he desires; he who acts for
something other than Christ does not know what he is doing”.
2. In his homily for the solemn canonization of Luigi Scrosoppi, John Paul II
emphasized “the constant contact with Christ, contemplated and imitated in the
humility and poverty of his birth at Bethlehem, in the simplicity of his
laborious life in Nazareth, in his complete immolation at Calvary, in the
eloquent silence of the Eucharist. It is for this reason that the Church
proposes him to both priests and the lay faithful as a model of profound and
efficacious synthesis between communion with God and service to one’s brothers.
A model, in other words, of an existence lived in intense communion with the
Most Holy Trinity.” During his beatification, twenty years earlier, John Paul
II affirmed, “In his life, spent totally for the good of souls, he had three
great loves: Jesus, the Church and Supreme Pontiff, and the ‘little’. From his
very youth he chose Christ and loved Him, contemplating Him poor and humble at
Bethlehem, working in Nazareth, suffering and a victim at Gethsemane and on
Golgotha, present in the Eucharist. ‘I want to be faithful,’ he had written,
‘clinging perfectly to Him in the path to Heaven and managing to become a copy
of Him.’ The foundation of his extensive pastoral and charitable activity was
his profound interiority; his entire day was a continual prayer: meditation,
visit to the Most Holy Sacrament, praying the Divine Office, daily via crucis,
rosary, and finally long nocturnal personal prayer. His is a luminous and
efficacious example of a balanced synthesis between active life and
contemplative life.”
It is not difficult to see in this depiction of the spiritual character of Fr.
Luigi, “balanced synthesis between contemplative life and active life,” the
traits of St. Phillip, whose life as a layman and later as a priest was
clearly marked by this very same balance that is constitutive of the Christian
faith. Committed in a remarkable way to indefatigable activity, always open to
meeting others, always available to encounter and listen to whoever had need
of him, attentive also to the material needs of the poorest of the poor, Saint
Phillip had a highly contemplative spirit, and was characterized by a
dimension that could even be defined as eremitical for his desire of solitude
that he cultivated passionately and defended as an indispensable instrument
for profound union with God.
The very same dimension was present in Fr. Luigi: “he had been a solitary in
order to live in solidarity,” according to Don Dario Savoia, speaking to the
clergy of Udine, “he was typically Friulano, a man of few words and of few
spiritual maxims … his motto, ‘agire e patire’ (act and suffer), was directed
towards keeping silence in the face of trials. He was a man of silence, but
not taciturn. He was also known for facetious behaviour in the style of St.
Phillip … silence was the very frame of his interiority, the image within that
frame consisted of his saintly striving to imitate the poor and humble Christ,
and in his spiritual anxiety to adore the humble and suffering humanity
exemplified in the manger at Bethlehem and at the Cross on Calvary”.
Biasutti, with good reason, affirms, “His ecstatic astonishment before the
Logos made flesh for love of man even to the point of the immolation on the
Cross was a constant element of his existence. He adored all of Christ, in the
heroism of Jesus’ magisterium, his miracles, his passion and resurrection, and
yet the delight of his soul was Jesus of Nazareth. Nazareth opens and closes
the arc of Fr. Luigi’s life. An indication of this is the fact that of all his
mother’s belongings, he jealously preserved only a small ring that she had
touched to the marriage ring attributed to the Madonna, in March of 1802 in
the Cathedral of Perugia, as if to offer to God per Mariam the children she
would bear. It is also not incidental that he should have requested to be
buried at Orzano, near the church that he had built to the measure of the Holy
House of Loreto. Father Luigi longed and willed to teach his spiritual sons
nothing other than the docile poetry of Nazareth, rather than precious
mysticism or asceticism. There, at Nazareth, there was a taste of all reality:
work, silence, and the holiness of the everyday and the ordinary. In Nazareth,
before one’s eyes and one’s heart, there was Jesus who grew in age, wisdom and
grace; Mary, mother, servant, spouse and queen because of her incomparable
humility; and Joseph the constantly available instrument of Divine Providence.”
In following the typical lines of the spirituality of Father Luigi one can
clearly see its harmony with the program that St. Phillip recommended to his
sons. First and foremost, to become a saint, and to become a saint based on
the indispensable un-substitutable foundation of humility. This was obviously
by no means a novel recommendation, what was indubitably remarkable was the
insistence with which St. Phillip proposed and reaffirmed it, and the
sincerity and coherence with which Fr. Luigi had it as a directive norm both
for himself and for the souls under his care: “Humility in one’s existence, in
one’s speech, in one’s manner of asking for something … may humility and
charity be manifest in your every act: semper mel in ore et mel in corde … you
would soon be saints if you could consider yourself to be ‘un bel nulla’, (of
little account), if you would desire to be abandoned and held of no esteem, if
you would accept as from the hand of God that which befalls you , if you truly
desired to do nothing other than the will of God.”
Father Luigi’s charity blossomed on the terrain of his contemplation,
“ecstatic astonishment before the Logos made flesh out of love for man to the
point of immolation on the Cross.” If one goes deeper in researching and
reflecting on the life of Fr. Luigi, one encounters over and over again
characteristics that manifest the profound adhesion of Fr. Luigi to the
‘school’ of St. Phillip.
In the brief space afforded by this text, I desire to highlight only one
fundamental characteristic, that being the rapport that he would establish in
his ministry. This rapport was never simply functional or in view of people’s
spiritual and material needs, it was foremost a matter of a profound attention
to the very person in his intrinsic value, that is to say an authentically
personal encounter in which the person feels himself to be loved for that
which he is, and perceives the importance of becoming ever more authentically
himself.
From the testimonies and various sources for the study of the life of St.
Scrosoppi it is evident that the charity he exercised was not so much a matter
of his work or of a program of activity suggested by his natural philanthropic
dispositions, but rather the authentic form of morality; a method by which a
Christian lives every aspect of every reality of his life. That is to say that
his charity had God as its source; not human initiative, but the personal
experience of an incomparably great love received by the Christian and
communicated in his relations with others. Only he who has encountered grace
can manage to establish a relationship of active, constructive gratuity and
patience with others, that is, authentic love, because it respects all of man.
It was in the art of this full interpersonal relation, that embraces all of
the concrete person standing before you, that Saint Phillip was and remains a
master of singular value. His ‘school’, humbly present in the simplicity of
the Oratorian community that tries to remain faithful to all of the art of
living transmitted by its Father, produces fruits of authentic holiness, in
which the human finds its highest realization.
Fr. Luigi gave testimony to this ideal to the end of his life. Choosing from
some of his thoughts expressed in his writings we perceive his fidelity to the
‘school’ of the Oratory:
- “Great humility and charity, great docility in every encounter, and all will
go well. Have Jesus always present to you, and imitate Him in these virtues.
Have Jesus always before your eyes, and do all things in such a way that He
might be pleased to see himself served with holy merriness and availability.”
- "Behold to what point the love of Jesus has reached, to have you always with
Him … enumerate all the graces he has given you, enumerate the sufferings He
endured for thirty three years for you … and give Him thanks that He should
give you some occasion to suffer for love of Him, and avail yourself of this
beautiful opportunity to correspond to so much love.”
- “In order to maintain peace and concord and fraternal charity, one must
respect natural diversity, that is a work of God, and make allowances in this
diversity for the imperfections and weaknesses proper to the creaturely state.
In his production of nature God has placed a continual dissimilarity, and this
in order to magnify his wisdom in the multiplicity of ideas and forms and in
the perfect harmony and stupendous composition of a multitude of dissimilar
things.”
- “Do good, do much good, do all the good that it is possible for you to do in
your condition and in the circumstances of life in which you find yourself. To
not do this good would be the equivalent of denying Jesus and your fellow man
the time and the energy that have been given you.”
- “Let us throw ourselves as instruments into the hands of divine providence,
that it may make use of us according to its good pleasure. Allow the Lord to
act! Let us be totally abandoned to Him. Let us always be united to our good
God, and we will find ourselves content in every place and in every occupation.”
In this joyful memory of the anniversary of the birth of St. Luigi Scrosoppi
two hundred years ago, we the sons of St. Phillip turn to our brother saint,
saying to him:
The charity that ardently burned in your heart and the continual union with
God that fed this flame were the causes of the singularly profound humility
and strength of virtue that blossomed in your life. On your face we see
impressed the rays of the warm light and the vivacity of the flame the
inundated the heart of Phillip Neri, your beloved Father. Contemplating the
prodigious sanctity that grace operated in the life that you offered fully as
a gift to Christ, we pray: from the celestial Oratory that exults with Mary,
‘Mother and Foundress’, joined closely together by the bond of perfect
charity, may you continue to turn your gaze to the terrestrial Oratory, and
beseech for us, your co-disciples of the school of Father Phillip, fidelity
and magnanimity.
>
Leggi e stampa in formato PDF
|