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Pubblicazioni Oratoriane
Presentazione
L’ammirazione verso il venerabile
Giovanni Battista Arista è cresciuta in me da quando, anche in
ragione del mio incarico a servizio della Confederazione Oratoriana,
ho cercato di conoscere meglio le origini di questa istituzione che
caratterizza la fase più recente della secolare storia
dell’Oratorio, ed ho constatato il ruolo di primo piano esercitato
dall’Arista – in profonda sintonia di pensieri e di intenti con il
servo di Dio p. Giulio Castelli – nell’avvio del cammino che avrebbe
portato alla attuale Confederazione.
È parimenti cresciuta in me, insieme
all’ammirazione, la devozione verso un figlio di san Filippo Neri
che ha risposto alla vocazione oratoriana e l’ha splendidamente
vissuta in tempi difficili, quando il neonato Stato italiano – con
provvedimenti che indussero a parlare di “leggi eversive” – aveva
soppresso nel 1863, confiscandone i beni, anche la Congregazione
dell’Oratorio di Acireale, benemerita per il suo secolare servizio
educativo alla gioventù.
Queste pagine nascono dagli appunti
stesi per quegli incontri, nel primo dei quali sottolineai la
dimensione della paternità che la vita dell’Arista decisamente
documenta, plasmata senza dubbio dallo spirito di Filippo che
“solamente si lassava chiamar Padre perché questo sonava amore”,
come affermava un teste del Processo di canonizzazione.
Quale che sia la vocazione di un uomo
– matrimoniale, celibataria o di speciale consacrazione a Dio – la
paternità è espressione della maturità. È trasmissione del dono
prezioso della vita che l’uomo, a sua volta, ha ricevuto: l’uomo,
infatti, è un figlio che, crescendo, diventa padre.
Non pochi “cattivi maestri”, in tempi
a noi vicini, hanno insegnato ad “eliminare” il padre, contribuendo
ampiamente a spegnere la verità sull’uomo e a produrre uno
smarrimento di cui la nostra società porta le conseguenze, al punto
che non c’è, oggi, chi non parli di “emergenza” a proposito
dell’educazione.
Non più figlio, dal momento che la
paternità è stata ripudiata, non più padre, dal momento che la
filialità è stata rimossa, l’uomo si ritrova smarrito: la perdita
della sorgente produce l’assenza del significato e questa stende
sulla vita una coltre pesante.
Molti oggi parlano – e non sempre con
lucidità – dell’“emergenza educativa”, ma ciò che sembra mancare è
la presenza di uomini disposti ad essere realmente padri.
«L’emergenza educativa – afferma
Giovanni Reale – è una crisi che inizia dai padri”, e su un
quotidiano si è letto recentemente: «Quante volte abbiamo sentito
frasi del tipo: “La grave crisi dei valori in cui ci troviamo”…, “la
perdita di ogni senso etico”…, “la degenerazione della politica e la
drammaticità dell’attuale situazione”… È tutto vero, ma tutto è
recitato con la presunzione dell’originalità, come se si descrivesse
un fenomeno che si è appena affacciato… NON ESISTE UN PRIMA?».
È una domanda che ci inchioda. Il
vuoto di educazione è ascrivibile a tante cause, ma tra esse non è
possibile non evidenziare una abdicazione del mondo degli adulti al
fondamentale compito educativo che ad essi compete.
Scrive Benedetto XVI: «Viene spontaneo
incolpare le nuove generazioni, come se i bambini che nascono oggi
fossero diversi da quelli che nascevano nel passato. Si parla
inoltre di una ‘frattura fra le generazioni’, che certamente esiste
e pesa, ma che è l’effetto, piuttosto che la causa, della mancata
trasmissione di certezze e di valori. Dobbiamo dunque dare la colpa
agli adulti di oggi, che non sarebbero più capaci di educare? È
forte certamente, sia tra i genitori che tra gli insegnanti e in
genere tra gli educatori, la tentazione di rinunciare, e ancor prima
il rischio di non comprendere nemmeno quale sia il loro ruolo, o
meglio la missione ad essi affidata. In realtà, sono in questione
non soltanto le responsabilità personali degli adulti o dei giovani,
che pur esistono e non devono essere nascoste, ma anche un’atmosfera
diffusa, una mentalità e una forma di cultura che portano a dubitare
del valore della persona umana, del significato stesso della verità
e del bene, in ultima analisi della bontà della vita. Diventa
difficile, allora, trasmettere da una generazione all’altra qualcosa
di valido e di certo, regole di comportamento, obiettivi credibili
intorno ai quali costruire la propria vita» (Lettera alla Diocesi e
alla Città di Roma, 21 gennaio 2008). La esercitò, al tempo stesso, e ancor prima che nei confronti della sua comunità, verso i giovani a cui si dedicava, dentro e fuori il Collegio San Michele: «I giovani – scriverà nel 1910 – sono la mia passione ed il mio sogno. Amando i giovani miei sento che per essi andrei incontro a sacrifici maggiori pur di far loro del bene. Ed il bene che vorrei far loro è il vero bene che ha principio in Dio, anzi, che non è diverso da Dio». Ed i giovani lo hanno amato con la freschezza e la filialità di cui sono capaci quando sentono che un adulto è padre e li ama con tutto se stesso.
Roma, 27 settembre 2010
P. Edoardo Aldo Cerrato, C.O.
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