III Incontro Internazionale Oratoriano

 


Intervento del Procuratore Generale


 

Desidero salutare con fraterno affetto tutti i Sacerdoti ed i Laici dell’Oratorio, in particolare il Rev.mo Padre Delegato della Sede Apostolica per l’Oratorio, presenti a questo Terzo Incontro Internazionale Oratoriano, “una delle più belle iniziative fiorite recentemente nella comunione oratoriana” come ho detto nel messaggio inviato mesi fa’ alla Federazione di Polonia.

Desidero, inoltre, esprimere l’omaggio di tutti i presenti a Sua Eccellenza, mons. Antonio Ortega Franco, C.O. che lo scorso 11 febbraio è stato nominato vescovo e che il 26 marzo, nella Basilica di Guadalupe, a Città del Messico, ha ricevuto la consacrazione episcopale.

 

Invitato a tenere questa riflessione, ho pensato di proporre all’attenzione dei presenti tre insigni figli di San Filippo Neri che emergono ad alto rilievo nella storia oratoriana e che testimoniano con la loro vita, anche nei momenti di sofferenza, la letizia cristiana, dono dello Spirito Santo al discepolo che accetta Cristo come fondamento dell’esistenza umana e come la “ragione principale” del vivere.

 

Queste figure si collocano in due epoche diverse, ma ugualmente significative nella storia dell’Oratorio: l’epoca degli inizi, segnata dalla presenza carismatica del Santo Padre Filippo; e l’epoca che, sul finire del XIX secolo, conobbe il rinnovamento della comunione oratoriana nella difficile situazione prodotta in Italia e in Europa dalle Leggi eversive dei governi massonici, dando origine alla Confederazione Oratoriana, salvaguardia dell’originale volto delle nostre Congregazioni e strumento di più fattiva collaborazione.

 

In riferimento alla prima epoca, traccerò il profilo del Beato Giovanni Giovenale Ancina, discepolo di San Filippo nell’Oratorio di Roma e membro di quella Congregazione Romana che è la madre di tutte; la cui figura risplende, tra quelle dei primi discepoli di Padre Filippo, per profondità di vita spirituale, vivacità di pensiero e genialità di azione. In riferimento alla seconda, presenterò brevemente la figura dei Servi di Dio Giovanni Battista Arista e Giulio Castelli, “Padri” della nostra Confederazione, i quali trassero il vigore ed il coraggio per la loro azione a favore dell’Oratorio dall’amore ardente che nutrivano per Dio e per l’Istituto di San Filippo Neri.

 

1.  Del Beato Giovanni Giovenale Ancina si compirà, il prossimo 30 agosto, il IV centenario della morte. La “Giornata commemorativa” indetta a Roma dalla Procura Generale per il 14 ottobre e le manifestazioni che le singole Congregazioni vorranno organizzare a livello locale, offriranno l’occasione di riscoprire in questo uomo di Dio, autentico gigante della storia della Chiesa e dell’Oratorio, l’oratoriano insigne che egli fu, il letterato e l’artista, e, nel breve tempo del suo episcopato, anche il Pastore, la cui intensa azione lo pone accanto ai grandi Vescovi italiani della Riforma cattolica.

 

Nato a Fossano il 19 ottobre del 1545, Giovanni Giovenale giunse a Roma dopo aver compiuto eccellenti studi a Montpellier, a Padova, a Mondovì ed a Torino, nella cui Università si era laureato in medicina e filosofia, ed aveva insegnato per tre anni esercitando al tempo stesso la professione.

Le ottime doti letterarie e musicali, che egli coltivò lungo gli anni, si intrecciavano alla profonda conoscenza della teologia, studiata a Roma alla scuola di san Roberto Bellarmino e dei migliori teologi del Collegio Romano; tanto che all’esame per l’episcopato papa Clemente VIII, alla cui presenza l’Ancina sostenne la prova, affermerà di non aver mai udito un candidato di tanta preparazione. L’umile Cesare Baronio - dei cui Annales Ecclesiastici l’Ancina rivide le bozze per volontà di Padre Filippo - disse del confratello: è “un nuovo san Basilio”.

 

Giunto a Roma nel 1574 al seguito dell’ambasciatore sabaudo presso il Papa, Giovanni Giovenale, che già nella natia Fossano aveva vissuto forti esperienze di fede, frequentò con interesse la predicazione di illustri religiosi, sinceramente teso a conoscere la volontà di Dio circa la sua vocazione. Nella primavera del 1576 arrivò all’Oratorio, e le parole che lì ascoltò lo toccarono come mai prima gli era accaduto.

Lo testimonia egli stesso nella lettera immediatamente inviata al fratello Giovanni Matteo, che si trovava in Piemonte, nella quale leggiamo la freschezza di quell’esperienza, rappresentata sì dalle cose che si facevano, ma soprattutto dalla presenza del sacerdote che ne era l’anima: “Da certi giorni in qua ho io preso nuovo stile, ed è che vado alle ore venti all’Oratorio di San Giovanni de’ Fiorentini, dove si fanno ogni giorno bellissimi ragionamenti spirituali sopra il Vangelo, e le virtù e i vizi, e intorno alla storia ecclesiastica e alle vite dei Santi. […] Al fine si fa un poco di musica per consolare e ricreare gli spiriti stracchi dai discorsi precedenti. Vi assicuro che è cosa bellissima e di gran consolazione ed edificazione. […] Or sappiate che quei che in quel luogo parlano sono persone qualificate, in sacris, di molto esempio e spiritualità. Hanno per capo un certo Padre messer Filippo, fiorentino, e vecchio ormai sessagenario, ma stupendo per molti rispetti; specialmente per la santità della vita, e mirabile prudenza e destrezza in inventare e promuovere esercizi spirituali, come fu autore di quella grande opera di carità che si faceva alla Trinità de’ Pellegrini in quest’Anno Santo. […] Molti a lui corrono per consiglio, specialmente quelli che sono per entrare in religione. […] Parlai seco un pezzo nei giorni passati, introdotto da un suo discepolo più caro e più mortificato degli altri [è Cesare Baronio]. Insomma, mi vide e mi sentì volentieri, mi esortò sopra ogni altra cosa all’umiltà. Poi volle che io mi preparassi bene per fargli una buona confessione generale, ciò che sarà la prossima settimana. Indi mi darà il parer suo circa l’entrata in religione e la vita solitaria. Dio voglia che anche voi siate con me, come una volta, ma presto, col favore di Dio, affinché quanto prima, liberi dalle cure dei negozi secolari, abbracciamo una nuova vita. Frattanto vi scriverò tutto quella che questo Santo uomo mi consiglierà nel Signore, dal momento che egli pernotta nelle orazioni…”.

            

Padre Filippo che scrutava gli animi e sapeva infondere tanta fiducia, lo fece attendere ben tre anni prima di additargli che la strada della sua vocazione non era l’Ordine certosino, dove egli pensava di entrare, ma l’Oratorio.  

L’Ancina accettò l’indicazione e nell’ottobre del 1580 fu accolto in Congregazione: dopo una vita – 35 anni – trascorsa negli agi della sua condizione, Giovanni Giovenale si dispose con pronta obbedienza ad un’umiltà a tutta prova, vissuta anche nell’esercizio dei più bassi servizi, felice del suo nascondimento che gli consentiva, in qualche misura, anche di rispondere alla sua propensione per la solitudine.

Padre Filippo, però, non lo lasciò a lungo in quella condizione: dopo un anno lo fece ordinare diacono e volle che iniziasse a predicare all’Oratorio. Fu di fronte a queste prime esperienze che il Baronio disse: “Oggi noi dobbiam restare molto obbligati al Signore, perché abbiam fatto l’acquisto di un nuovo Basilio”.

Con squisita sensibilità di animo e con profondi esempi di pietà, Giovenale predicava nell’Oratorio ed insegnava la teologia ai giovani studenti della Congregazione. Le sue lezioni, che si conservano in gran parte manoscritte, rivelano la profondità della mente, la vastità della conoscenza, l’umiltà nell’esporre. In una delle sue introduzioni sinceramente affermava che avrebbe parlato non docendo, ma dicendo, anzi discendo, imparando lui stesso la Verità che proponeva agli altri.

Ordinato sacerdote il 9 maggio 1582 in San Giovanni in Laterano, sentì profondamente per tutta la vita la grandezza e la responsabilità dell’Ordine ricevuto: “La considerazione della mia indegnità, obbligata ad amministrare i Sacramenti e la Parola di Dio, che sono gli uffici più nobili e più alti nella Chiesa – scriverà un giorno da Napoli a Padre Filippo – mi ha fatto innanzi tempo incanutire”.

 

L’amore che nutrì per Padre Filippo – ne sono preziosa testimonianza le lettere che egli inviava al Padre da Napoli – fece di lui un discepolo degno del maestro. “Questa ammirevole figura del servo di Dio – scrive il Card. A. Capecelatro nella Vita di S. Filippo – è similissima figura di S. Filippo, e in certe particolarità la ritrae così bene che nel guardar l’uno ti pare di veder l’altro… La vita del Giovenale oratoriano fu mirabile. Pochi uomini avevano in sé una natura così capace di  imitare S. Filippo come lui; e pochissimi ne ebbero una volontà del pari ardente. Gli bastarono poco più di cinque anni passati nella Congregazione di Roma, per rendersi un perfetto discepolo del nostro Santo”.

 

L’Oratorio fu per lui un’impronta che orientò ed alimentò la sua vita ed il suo ministero. Tra le testimonianze che si possono cogliere nei suoi scritti c’è anche una poesia, nella quale - con l’armonia di eloquio, di ritmi e di suoni che rivela nell’Ancina il poeta ed il musico oltre che l’uomo colto - egli canta lo spirito e il fine dell’Oratorio: l’intelletto umano, capace di innalzarsi, attraverso l’esercizio della mente, alla conoscenza del creato e della sua bellezza, “gran cosa è certo” (l’Umanesimo di Padre Filippo e della sua scuola!), ma questa nobile impresa da sola non basta all’uomo se il cuore è freddo o se languisce per l’assenza del “celeste ardore” (il fervore religioso e la calda devozione della scuola di Filippo, in cui “si parla al cuore”!); se l’uomo non attinge a quello spirito divino che solo può dare all’anima immortale la gioia di cui è assetata e che lo conforta anche nell’ora del dolore, e se non risponde con opere buone (l’impegno ascetico della proposta filippina!) all’amore di Dio, nulla vale, tanto meno i beni del mondo ed ogni prestigio umano. L’Oratorio, con i suoi sermoni familiari ed i suoi canti,  è tutto in questa ricerca di “perfezione” dell’umano ottenuta in dono mentre si sale per i sentieri del “monte”, in cima al quale “tutto n’arde d’amor chi ‘n Dio s’adima”: pienamente arde d’amore chi si inabissa nella comunione con Dio.

 

Quando, nel 1586, iniziò a Napoli l’esperienza oratoriana, P. Ancina fu destinato da Padre Filippo a quella Casa su ripetuta sollecitazione di P. Francesco M. Tarugi, e con lo stesso ardore vi svolse molteplici attività di predicazione e di studio, dedicandosi anche alla poesia ed a composizioni musicali, di cui rimane prezioso documento il “Tempio armonico della B. V. Maria”, raccolta di canti e laudi spirituali a tre, cinque, otto e dodici voci.

La capitale del Regno lo vide promotore, per un decennio, di incontri culturali e formativi in vari ambienti. Il suo fervore apostolico lo spinse ad entrare in tutta la realtà culturale e spirituale di Napoli, e la città gli rispose con straordinario favore. Per l’aristocrazia e l’ambiente della Corte - a cui guardò con interesse profondamente pastorale, senza dimenticare di portare in questo mondo le ansie ed i problemi dei poveri -  fondò l’Oratorio dei Principi; istituì sodalizi per i dottori, gli studenti, i mercanti, gli artigiani. Organizzò recite ed accademie per le quali preparò i testi e la musica; compose numerose opere religiose in prosa e in versi, la parte maggiore delle quali è ancora inedita. Con questa dedizione instancabile nell’attività pastorale maturò i criteri di apostolato che poi avrebbe seguito negli anni successivi, soprattutto nel breve spazio del suo servizio episcopale. A Roma e a Saluzzo sovente richiamò le esperienze di Napoli.

 

Chiamato a Roma nel 1596, quando già si profilava per lui la nomina al vescovado di Saluzzo, P. Giovenale visse l’esperienza di un terribile travaglio; soprattutto quando, nel 1598, la decisione parve irrevocabile. In un ambiente che conosceva la corsa frenetica di molti alla carriera ecclesiastica, egli si diede alla fuga, prendendo la strada per Narni, San Severino, Fermo…, giungendo fino a Loreto e proseguendo per altri luoghi. Con quel gesto profetico – che lo poneva sulla linea della più pura tradizione dell’Oratorio, al quale, nonostante gli interventi dello stesso Padre Filippo, il nuovo Papa, conoscendo il valore di questi uomini, aveva sottratto, nel 1592, P. Francesco Maria Tarugi per l’arcivescovado di Avignone e P. Giovan Francesco Bordini per quello di Cavaillon – P. Giovenale aveva cercato di rimanere l’apostolo di sempre, ma nella semplicità dello stile oratoriano.

Fu fatto tornare energicamente a Roma e vi fu accolto “con applauso universale”: “il cardinale Tarugi particolarmente non cessava di encomiarlo dicendo: … Non si trovano dei Padri Giovenali che dicano: mi son dato alla fuga per starmene nel deserto”.

A causa del perdurare delle trattative tra la Curia Romana e lo Stato di Savoia sui diritti che la Sede Apostolica reclamava, la nomina tardò. Ufficializzata nel Concistoro del 26 agosto 1602, P. Giovenale dovette accettare quel peso.

Avrà sicuramente ripensato in quel momento ai versi, volutamente popolareschi, composti a Fermo nei giorni della fuga: il “Nuovo cantico di Giovenale Ancina peccatore, a imitazione del Beato Jacopone da Todi. 1598”, come egli li intitolò, o “Il pellegrino errante” come saranno in seguito denominati. Ma non era certo la paura delle fatiche apostoliche a fargli temere quel servizio… C’era il ricordo di Padre Filippo e della semplicità della vita all’Oratorio; c’era la sua umiltà, la coscienza del suo nulla.

 

Nella sua prima lettera pastorale alla Diocesi presentava il suo programma: “Procureremo di visitare gli infermi, consolare gli afflitti, sollevare i bisogni dei poveri secondo le nostre forze”. Dichiarava, inoltre, la sua volontà di dialogare con tutti “in udienze facili e pronte”, di amministrare la giustizia temperando il rigore con equità e dolcezza; il suo impegno nella predicazione e nella catechesi ed il suo desiderio di veder rifiorire quella comunità cristiana nella frequenza ai sacramenti. E concludeva: “S’introdurrà anche l’Oratorio, conforme al modo e stile usato in Roma, in Napoli e in altre principali città d’Italia”.

Indisse il Sinodo diocesano, istituì il Seminario, iniziò la Visita Pastorale applicando le disposizioni del Concilio di Trento con festosità e mitezza filippine, si dedicò al ricupero dei Valdesi e degli eretici ottenendo in questo campo conversioni cospicue: tra gli altri, il nipote di Calvino, che divenne carmelitano col nome di fra Clemente.

Predicò incessantemente, come aveva promesso e come lo ritrae la pala del Borgna sull’altare a lui dedicato nella cattedrale di Saluzzo; colse ogni occasione per annunciare la Parola di Dio, prendendo spunto da ogni circostanza.

Innumerevoli furono le opere di rinnovamento spirituale e di fattiva carità da lui compiute nello spazio di poco più di un anno. Stupisce che tale mole di lavoro sia stata compiuta in un tempo tanto breve da un uomo talmente dedito alla preghiera che, talora, inginocchiato nella sua stanza, non si accorgeva che qualcuno vi passava, e che era capace di dedicare anche cinque o sei ore continuate all’adorazione estatica del SS. Sacramento.

La dignità episcopale non aveva per nulla modificato il suo tenore di vita appreso alla scuola di Padre Filippo: volle per sé niente più dello stretto necessario; la sua mensa era semplicissima, ma mai mancò di invitarvi ogni giorno almeno due poveri, e quattro nei giorni festivi; scelse per sé nel Palazzo le stanze più disagevoli, e trasformò la sua Casa – nella quale abitava anche un mendicante conosciuto a Roma e portato a Saluzzo – in un modello di comunità, dedita al lavoro, alla preghiera ed alla meditazione, alla celebrazione della Messa ed anche al silenzio in certe ore della giornata. Ad una sola ricchezza mons. Ancina non potè rinunciare: la sua biblioteca, composta – come quella di Padre Filippo – di circa quattrocento volumi, tra i quali figuravano opere su tutte le scienze ecclesiastiche, libri di medicina, di storia naturale, di letteratura.

 

La sua opera di riforma del clero, dei religiosi, del laicato cristiano, fu interrotta dalla morte repentina: un sospetto avvelenamento - a cui non doveva essere estraneo un frate di vita dissoluta, colpito dai provvedimenti del santo Vescovo - pose fine alla sua esistenza terrena il 30 agosto del 1604. La sua Chiesa lo pianse con immenso affetto e ne conservò un riconoscente ricordo.

L’ultimo frammento uscito dalla penna del Beato Ancina esprime, ancora in forma poetica, il grande anelito che sostenne tutta la sua vita e la sua azione apostolica, la sete di Dio alla quale non fu mai estraneo quel desiderio di martirio che P. Giovenale aveva alimentato alla fervida scuola di P. Filippo…

 

San Francesco di Sales, “gemma della Savoia” il quale concluse i suoi giorni, consunto dalle fatiche apostoliche, il 28 dicembre del 1622, l’anno della canonizzazione di San Filippo Neri, trattenne con mons. Ancina fraterni rapporti di amicizia. 

Egli non aveva conosciuto personalmente Padre Filippo; era stato però a contatto a Roma, nel 1598-99, con l’ambiente di Padre Filippo; visitando frequentemente la Vallicella conobbe e strinse amicizia particolarmente con alcuni tra i primi discepoli del Santo: il cardinale Cesare Baronio, P. Giovanni Giovenale e P. Giovanni Matteo Ancina, P. Antonio Gallonio. Non è senza questi incontri e la stima maturata da Francesco per l’ambiente vallicelliano che la “Sainte Maison” da lui fondata a Thonon, nel Chiablese, sia stata eretta da Clemente VIII nel 1598 “iuxta ritum et instituta Congregationis Oratorii de Urbe” e che la Casa di cui Francesco era nominato primo Preposito abbia avuto il cardinale Baronio come protettore.

L’impegno svolto dal Sales al servizio di una vastissima direzione spirituale - nella profonda convinzione che la via della santità è dono dello Spirito per tutti i fedeli, religiosi e laici, uomini e donne - fece di lui uno dei più grandi direttori spirituali di tutti i tempi. E la sua azione, che ebbe nel dialogo, nella dolcezza, nel sereno ottimismo il proprio fondamento, consuona mirabilmente con la proposta spirituale di San Filippo Neri e della scuola oratoriana, per l'innata sintonia che le opere del Sales evidenziano.

Fatto vescovo di Ginevra nel 1602, contemporaneamente alla nomina dell’Ancina, la corrispondenza tra i due Pastori fu il tramite del rapporto; ma non mancò un incontro memorabile che colmò di gioia i cuore di entrambi. E’ lo stesso Francesco di Sales a ricordare questo evento nell’Elogio che, su mandato di papa Paolo V, preparò per la causa di beatificazione dell’amico: essendo venuto a Torino, in visita al Duca di Savoia – suo Sovrano, poiché lo Stato Sabaudo comprendeva anche il Chiablese – volle incontrare mons. Giovenale: “Per salutarlo mi discostai dal mio cammino e mi diressi verso Carmagnola, dove il vescovo stava compiendo la visita pastorale”. Era il 3 maggio del 1603, festa della Invenzione della Santa Croce: invitato dal confratello a tenere un sermone, parlò con tanto fervore che Giovenale, congratulandosi ed alludendo al casato del Sales, gli disse: “Vere tu es Sal”; e Francesco, alludendo con arguzia ed umiltà al nome della diocesi di cui l’Ancina era vescovo, rispose: “Immo tu es Sal et Lux. Ego vere neque sal neque lux”.

 

Subito dopo la partenza da Roma, dove aveva iniziato lo stretto legame di amicizia con P. Giovenale, Francesco di Sales già gli aveva scritto da Torino il 17 maggio 1599: “Di tutti i successi segnalati sempre darò conto a Vostra Paternità Molto Reverenda, ed anche di me stesso, come di cosa assolutamente sua”; e non tralasciava occasione per manifestare ad altri la sua stima per l’Ancina, come ricorda il Priore di Bellavaux scrivendo al neo Vescovo di Saluzzo: “Il grande amore che [mons. di Sales] porta a Vostra Signoria Reverendissima si scopre in questo: che parla di Lei con un affetto ed una passione grandissima, rallegrandosi d’avere presto a vederla e abbracciarla in santa carità; dicendo arditamente a tutti che è figlio di V.S. Rev.ma e che lui stesso l’ha fatta Vescovo, avendolo proposto prima d’ogni altro a Sua Santità”. Alla Signora di Chantal, in morte di Giovenale, lo stesso Francesco di Sales scriveva: “Monsignor Vescovo di Saluzzo, uno dei miei più intimi amici, e dei più grandi servi di Dio e della Chiesa che fosse al mondo, è passato a miglior vita poco tempo fa con incredibile rincrescimento del suo popolo che non ha goduto dei suoi travagli che un anno e mezzo”.   

Nell’Elogio citato, il vescovo di Ginevra additò nell’amico un modello esemplare della rinnovata azione pastorale promossa dal Concilio Tridentino, e pose in evidenza, insieme alle doti oratorie dell’Ancina, la sua introspezione spirituale, il dono delle guarigioni e l’entusiastico giudizio dei contemporanei. L’Elogio si chiude con una dichiarazione preziosa: “Non memini me vidisse hominem qui dotibus, quas Apostolus apostolicis viris tantopere cupiebat, cumulatius ac splendidius ornatus esset”: non ricordo di aver visto un uomo più abbondantemente e splendidamente ornato di tutte quelle doti che l’Apostolo sommamente desidera per gli uomini apostolici.

 

“Nella storia della santità post-tridentina – si legge in un articolo apparso su una diffusa Rivista italiana di pastorale – il beato Ancina occupa un posto di notevole rilievo. L’auspicabile pubblicazione delle sue opere renderebbe un importante servizio alla conoscenza di quell’epoca. […] L’Ancina è sicuramente un profeta ed un genio dell’evangelizzazione-comunicazione, nella quale diede ampio spazio alle arti, facilitando la convocazione delle classi umili nel convito universale della cultura, della socializzazione ludica e della pietà evangelica”.

 

2. I “Padri” della Confederazione

 

Il Servo di Dio Giovanni Battista Arista nacque a Palermo il 2 aprile 1862 dall’avv. Domenico e da Francesca Vigo, i quali si trasferirono ad Acireale quando il figlio aveva otto mesi. Tutta l’infanzia e la giovinezza di Ganbattista si svolse in questa città, illustre centro di studi e sede di una Congregazione dell’Oratorio umiliata da quelle leggi eversive che riuscirono in tante altre città d’Italia a rendere impossibile la vita alle Comunità oratoriane giuridicamente soppresse.

Il bimbo crebbe forte nella volontà e dotato di robusta pietà a contatto con i suoi genitori e con i Padri dell’Oratorio che, tra mille difficoltà, vivendo privatamente, continuavano nella chiesa della Congregazione ad esercitare il ministero, con una particolare  attenzione all’educazione dei giovani nel Collegio San Michele.

La spiritualità fortemente eucaristica e la tenera devozione verso la Vergine Immacolata nutrirono la formazione di Giambattista e lo portarono ad accogliere la vocazione al sacerdozio. Ordinato il 25 giugno del 1888, affascinato dall’esempio di San Filippo Neri, sentì profondamente la chiamata a ricomporre quella benemerita Congregazione, e nella vigilia della festa del Santo, nel 1895, terzo centenario della sua morte, riuscì ad iniziare la vita comune con due Padri e due fratelli. “Finalmente ci siamo uniti in comunità! – scrisse a P. Giulio Castelli il 6 giugno- Qual sia il contento dell’anima mia non so esprimere, e tanto meno so esprimere la gratitudine che sento per il Buon Dio, che certo per l’intercessione della Madonna e del nostro S. Filippo, in bonum Congregationis nos congregavit”. Eletto Preposito nel 1896 e Direttore del Collegio, con possenti fiotti di vita nuova P. Arista animò la Congregazione con le parole, ma soprattutto con gli esempi di tenace fedeltà ai doveri della vita fraterna. Il suo cuore – preziose le testimonianze dei Processi- splendeva di sconfinata bontà: la sua dolcezza, che leniva tanti dolori, e la sua forza, che infondeva coraggio, sostennero i passi della rinata Congregazione; ma attiravano, al tempo stesso, alla “scuola” di P. Arista tante persone affascinate dal suo  spirito sacerdotale. Non aveva nulla di suo che non desse con generosità: per i confratelli costruì la casa dove ancor oggi vive la Congregazione Acese, in sostituzione di quella che le leggi avevano confiscato; nutrito alla tradizione filippina, per Dio e per il popolo cristiano abbellì la chiesa. Il campo del suo apostolato fu soprattutto la gioventù, per la quale divideva la sua giornata tra l’Oratorio, il Collegio San Michele e la Villa Filippina: una presenza intensa e paterna, lieta come quella di Padre Filippo ed altrettanto feconda. “I giovani sono la mia passione ed il mio sogno. –scriverà nel 1910, ormai Vescovo di Acireale- Amando i giovani miei sento che per essi andrei incontro a sacrifici maggiori pur di far loro del bene. Ed i bene che vorrei far loro è il vero bene che ha principio in Dio, anzi, che non è diverso da Dio”. Ed i giovani lo hanno amato con la freschezza e la filialità di cui sono capaci quando sentono che un adulto li ama con tutto se stesso.

Il Vescovo di Acireale, Mons. Gerlando Genuardi, non faticò certamente a vedere nel giovane seminarista e poi nel Padre filippino la figura più alta della sua diocesi e pensò a lui come successore. L’umiltà di P. Arista aveva ottenuto da Papa Leone XIII, che nel 1901 lo aveva nominato Vescovo di Sebaste con incarico di Prelato nullius di S. Lucia del Mela, di poter rifiutare la nomina già comunicata con biglietto della Segreteria di Stato; la stessa umiltà non ottenne invece, nel 1904, di eludere la nomina ad Ausiliare di Acireale. P. Arista si recò a Roma in quella circostanza, e le sue preghiere presso l’altare di S. Filippo rimasero imprese nella mente di chi lo vide. P. Timpanaro ricorda d’averlo visto in estasi, sollevato da terra, durante la celebrazione della S. Messa. Continuò a vivere umilmente in Congregazione e a dirigere il Collegio, impegnando parte del suo tempo a servizio della diocesi e del Vescovo, già anziano e malato, e tre anni dopo, alla morte di Mons. Genuardi, Pio X personalmente lo volle Vescovo della diocesi: “Vorrei poterLa accontentare – scrisse il Papa di suo pugno a Mons. Arista che lo supplicava di pensare ad altri – ma come posso resistere alla manifesta volontà del Signore che La vuole Vescovo di Acireale?”. “Omnia in caritate” è il motto episcopale scelto dall’Arista: fu il programma attuato giorno per giorno tra le enormi difficoltà  causate da calamità naturali, dall’incomprensione di politici, da problemi in Seminario, dalle infermità che lo portarono a morire di cancro allo stomaco. “Oh dolore, dolore! –scriveva nella Lettera Pastorale del 1918- Vieni e lavora le nostre anime; vieni e consuma in esse gli amori perversi che tentano di spegnere la sacra fiamma della carità; vieni e stabilisci in esse della carità il regno. Così piaceremo a Dio; così compiremo la legge di Dio!”. “Ci voglio stare sulla croce - ripeteva- Gesù mio, ci voglio stare. Dalla croce si sale, non si scende… Ad ogni costo sulla croce”. Fu il Vescovo dell’Eucarestia, e dall’Eucarestia  trasse la forza di servire con amore senza misura ogni fedele della sua Chiesa, prete o laico. Spirò il 27 settembre 1920, consumato dalla malattia ed ancor più da un dono incessante che gli fece spendere al vita stilla a stilla.  Volle riposare nella chiesa dell’Oratorio, accanto al tabernacolo, amore della sua vita, e sotto lo sguardo della Madonna della Purità, alla quale disse, tra le ultime parole pronunciate su questa terra: “Mia Signora e Madre mia, ricordatevi che io sono vostro”.

 

Il faticoso pellegrinaggio terreno del  Servo di Dio Giulio Castelli, che con P. Arista aveva condiviso il desiderio e l’azione per veder rifiorire l’Oratorio amato fino al sacrificio di sè, sarebbe continuato per sei anni ancora, confortato dall’ombra dolce dell’Olmo di Maria, a Cava de’ Tirreni.  

P. Castelli era nato a Torino, da distinta famiglia, il 27 giugno 1846. Educato nell’Oratorio di San Filippo Neri, ne sentì ben presto l’attrattiva, e a 19 anni entrò nella Congregazione, dove compì i suoi studi teologici e ricevette, il 13 marzo del 1869, l’ordinazione sacerdotale.

Fu subito impegnato nella catechesi, nella predicazione e nell’esercizio delle Confessioni. Educatore impareggiabile, fu “maestro”, fin da chierico, dei giovani di Congregazione e di molti altri che più tardi occuparono posti eminenti nella Chiesa e nella società.

L’amore per l’Oratorio lo spinse ad accettare l’invito, nel 1890, di andare in aiuto alla Congregazione di Roma, che versava in penose condizioni di povertà materiale e di penuria di soggetti a seguito delle leggi eversive estese a tutto il Regno d’Italia  mentre avanzava il processo di unità nazionale.

Presso il sepolcro di Padre Filippo, nella “Chiesa Nuova” dei Romani, P. Castelli continuò con non poco sacrificio la sua instancabile opera di educazione dei fanciulli e dei giovani, ed ebbe tra i suoi chierichetti il tredicenne Eugenio Pacelli, il quale, divenuto Sommo Pontefice, non cessò di ricordare l’antico “maestro” e ne rievocò con commozione, durante un’udienza, “la figura alta, gracile, sempre raccolta, tutta umile e con gli occhi bassi”, per la quale, rallegrandosi del processo di beatificazione, si augurava di poter essere lui stesso a proclamare la santità.

Innamorato dell’ideale oratoriano e preoccupato della triste situazione in cui si trovavano a vivere numerose Congregazioni italiane, P. Castelli, con l’approvazione di Papa Leone XIII, progettò ed attuò in Roma un Collegio per la formazione di alunni candidati alla vita oratoriana. Fu un’impresa che gli costò, oltre ai sacrifici immensi, anche la sofferenza di calunnie da parte di  confratelli che non comprendevano il suo zelo.

Non gli mancarono davvero, soprattutto a partire dal 1895, quando si prodigò per degne e fruttuose celebrazioni del III centenario filippiano, le sofferenze più dure, perché originate dalla propria famiglia, ed egli si vide costretto a lasciare la Casa di Roma, accettando l’invito del Vescovo di Cava de’ Tirreni che gli proponeva la fondazione di una nuova Congregazione nell’antica città, sede di un celebre quanto abbandonato santuario mariano.

Giunto a Cava  l’ultimo giorno del 1895, P. Castelli iniziò con rinnovata dedizione la sua attività apostolica di sempre, quella che gli aveva meritato a Torino e a Roma tanta stima e devozione da parte di molti. Un alone di santità lo circondava ovunque egli si recasse ad operare, e non è certamente estranea alla sua ricorrente decisione il cambiar luogo tale fama di cui l’umiltà profondissima del Servo di Dio sentiva il peso. Anche a Cava, nella Congregazione eretta canonicamente il 16 ottobre 1900, il suo apostolato si esercitò soprattutto tra i poveri e gli ammalati, i chierichetti, i giovani, i sacerdoti e le religiose. Circondato dalla fama di santità e salutato come  “operatore di miracoli” per alcuni fatti prodigiosi avvenuti a seguito della sua preghiera, anche da Cava  P. Castelli si allontanò per qualche tempo, ma vi ritornò obbedendo all’invito del Vescovo e dei confratelli.

Perfezionò fino all’ultimo la sua vita interiore, sostanziata di umiltà, di costante unione con Dio, di preghiera e di mortificazione.

Rifulse per la costante e sincera obbedienza ai Vescovi con i quali si trovò a lavorare, e per la devozione filiale  al Papa: un amore indefettibile  per la Chiesa dentro il quale ardeva il suo amore per l’Oratorio.

Si spense a Cava de’ Tirreni il 21 luglio 1926 ed il suo corpo riposa sotto lo sguardo di Maria, nel santuario a cui egli ridiede splendore e vitalità.

Già nel primo anniversario della morte iniziò il processo informativo ordinario per l’introduzione della causa di beatificazione, che raccolse un numero altissimo di preziose testimonianze.

Nel 1931, in occasione della traslazione della salma del servo di Dio dal cimitero cittadino al santuario dell’Olmo, i Prepositi delle Congregazioni italiane si radunarono in Cava, e qui si presero, all’ombra di Maria e di P. Castelli, importanti decisioni che determinarono il nascere della Confederazione dell’Oratorio.

Quell’Incontro dei Prepositi a Cava ed il gesto devoto con cui essi vollero portare la bara del santo confratello, rendevano giustizia ad un vero discepolo di San Filippo Neri che ormai contemplava la storia dal cielo.

 

3. Carissimi amici, i discepoli di Padre Filippo che ho presentato – necessariamente troppo in breve – sono testimoni sinceri di quella “schola di santità et hilarità cristiana” che l’abate Marco Antonio Maffa ricorda nella sua testimonianza ai Processi Canonici come l’ambiente creato da Padre Filippo

 

Per comprendere appieno la letizia di cui il nostro Santo è maestro e “profeta” giova ricordare le parole che il card. Agostino Valier pose sulle labbra del Padre nel “Philippus, sive de christiana laetitia”, il più antico scritto celebrativo della personalità festosa di Padre Filippo, composto lui vivente, e primo tentativo di interpretazione della spiritualità filippina ed oratoriana:  “la gioia vera e intima è un dono di Dio, effetto della buona coscienza, del disprezzo delle vanità esteriori, della contemplazione delle altissime verità. Si alimenta con la meditazione sulla morte, con la conversazione delle persone devote, con l’uso frequente dei santissimi Sacramenti; si conserva con l’assidua vigilanza su di sé e sugli altri, con l’esercizio della beneficienza verso il prossimo […] Le si oppone il peccato; anzi, chi è servo del peccato non può nemmeno assaporarla; le si oppone principalmente l’ambizione; le si oppone il senso, e molto, altressì, la vanità e la detrazione”.

Il Valier, che compose il “Dialogo” fra l’agosto e il settembre 1591, nel tempo in cui lo immaginò avvenuto, pone sulla bocca di Sivio Antoniano, grande amico del Padre, queste parole: “Questo soprattutto in tale uomo [Filippo] mi è parso ammirevole: ch’egli porta in sé una perpetua allegrezza di spirito, per nulla mai agitato dai marosi dell’ambizione, specialmente in una città come Roma. In verità, quest’uomo di Dio sempre si rallegra nel Signore; in lui abita lo Spirito Santo, il cui frutto è la gioia, e si alimenta di quella ambrosia celeste come di suo pane quotidiano. Così egli sempre gioisce nel Signore e viene ritenuto esimio maestro di vera ed autentica letizia”.

 

Giovanni Giovenale Ancina, Giulio Castelli e Giovanni Battista Arista – piemontesi i primi due, siciliano il terzo – non hanno grandi rassomiglianze per temperamento con il fiorentino Padre Filippo, e sicuramente sono diversi da lui per le caratteristiche loro impresse dalla terra di origine : ma sono viva testimonianza di ciò che costituisce la più vera radice della “letizia cristiana”.

La vita umana, chiamata ad una pienezza senza fine, è un mistero immenso che canta o grida il bisogno di un vero rapporto di comunione con Dio.

San Benedetto – “padre” di questa Europa che ha cercato oggi di delineare nella sua Costituzione un progetto di felicità per l’uomo rifiutando il ricordo di quelle radici cristiane che la storia del Continente documenta lungo tutti i secoli – lo esprimeva in capo alla sua Regola: “Il Signore dice: ‘C’è un uomo che vuole la vita e desidera vedere giorni felici?’ Se tu al sentir questo rispondi: ‘Io’, Dio ti dice: […]‘Eccomi, sono qui!’. Che cosa potrebbe esserci per noi di più dolce, fratelli carissimi, di questa voce del Signore che ci invita? Ecco, nella sua misericordia il Signore ci indica la via della vita.” (Regola, Prologo, 14-20).

 

Edoardo Aldo Cerrato, C.O.