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Memoria del Beato Ancina
Roma, 30 agosto 2008
«Rivolgo la mia parola a lei e, volendo mettere a disposizione di molte anime ciò che in un primo tempo avevo scritto per una sola, uso il nome comune a tutte quelle che vogliono essere devote; Filotea, infatti, vuol dire amante e desiderosa di amare Dio».
La celebre “Filotea. Introduzione alla vita devota” di san Francesco di Sales (1567-1622) è l’opera cattolica che ebbe il più gran numero di edizioni dopo i testi sacri: ben quattrocento entro la fine dell’Ottocento.
L’opera compie quattro
secoli in questo mese di agosto: fu infatti nell’estate del 1608 che
l’autore consegnò il testo allo stampatore lionese
Louis Servant,
il quale poi lo fece uscire a dicembre.
La seconda edizione – arricchita di altri scritti destinati in origine a M.me de Chantal – seguì immediatamente la prima, e nella terza il Sales poteva precisare: «Questo libretto è uscito dalle mie mani nell’anno 1608. Nella seconda edizione sono stati aggiunti diversi capitoli, ma poi una svista ne ha fatti tralasciare tre inclusi nella prima. In seguito è stato stampato spesso senza la mia approvazione, e, con le ristampe, anche gli errori si sono moltiplicati. Ora, eccolo di nuovo corretto, con tutti i capitoli».
In italiano ebbe una prima traduzione già nel 1609: La filotea, ouero l'introduttione alla vita diuota di Francesco di Sales vescouo, e prencipe di Gineura, diligentemente confrontata con l'originale francese da Francesco Maria Battaglia ..., in Genoua, nella stamperia del Franchelli, 1609.
Innovativa fu la scelta del Sales di rivolgersi ai laici: «Di fronte a forme di pietà sovraccariche di elementi monastici – afferma lo studioso di spiritualità Anton Mattes – egli propone un nuovo modo di essere cristiani in mezzo al mondo».
Nella Filotea – diceva Pio XI, che nel 1923 proclamò S. Francesco di Sales Patrono dei Giornalisti cattolici per la sua agile attività di diffusione di fogli a stampa – definì il libro «il più perfetto nel suo genere, secondo i suoi contemporanei» e si augurò che tutti i cristiani lo leggessero: vi si mette «in chiaro – affermava il Pontefice – quanto la durezza, che atterrisce e scoraggia nell’esercizio delle virtù, sia aliena dalla pietà genuina». Infatti Francesco di Sales non si fa scrupolo di difendere la comunione frequente e la dolcezza verso se stessi; il che suona risposta anche pastorale alla severità dei calvinisti, con la quale egli si era a lungo misurato fin dai primi anni di sacerdozio.
Considerato padre della spiritualità moderna, san Francesco di Sales ha influenzato le maggiori figure non solo del “grand siècle” francese, ma anche di tutto il Seicento europeo. A ragione può essere considerato uno dei principali rappresentanti dell’umanesimo devoto di tipica marca francese. L’affinità con la proposta spirituale dell’Oratorio di san Filippo Neri è stata studiata: di non piccola importanza, risulta, tra gli altri, il testo di A. PEDRINI A., Filippo Neri e Francesco di Sales, in “Palestra del Clero”, 67 (1967), 21, pp. 1321-1336.
Ordinato sacerdote il 18 dicembre 1593 ed inviato nella regione del Chablais, dominata dal Calvinismo, Francesco si dedicò soprattutto alla predicazione, scegliendo il dialogo anziché la contrapposizione polemica. Fondò a Thonon la “Sainte Maison” che Clemente VIII nel 1598 eresse “iuxta ritum et instituta Congregationis Oratorii de Urbe” e che sempre fu considerata una Congregazione dell’Oratorio, al pari delle altre erette nella medesima forma canonica.
L’impegno svolto dal Sales al servizio di una vastissima direzione spirituale – nella profonda convinzione che la via della santità è dono dello Spirito per tutti i fedeli, religiosi e laici, uomini e donne – fece di lui uno dei più grandi direttori spirituali di tutti i tempi. E la sua azione, che ebbe nel dialogo, nella dolcezza e nel sereno ottimismo il proprio fondamento, consuona mirabilmente con la proposta spirituale di San Filippo Neri e della scuola oratoriana, per l’innata sintonia che le opere del Sales evidenziano.
Subito dopo la partenza da Roma, dove aveva iniziato lo stretto legame di amicizia con P. Giovenale, Francesco di Sales già gli aveva scritto da Torino il 17 maggio 1599: “Di tutti i successi segnalati sempre darò conto a Vostra Paternità Molto Reverenda, ed anche di me stesso, come di cosa assolutamente sua”; e non tralasciava occasione per manifestare ad altri la sua stima per l’Ancina, come ricorda il Priore di Bellavaux scrivendo al neo Vescovo di Saluzzo: “Il grande amore che [mons. di Sales] porta a Vostra Signoria Reverendissima si scopre in questo: che parla di Lei con un affetto ed una passione grandissima, rallegrandosi d’avere presto a vederla e abbracciarla in santa carità; dicendo arditamente a tutti che è figlio di V.S. Rev.ma e che lui stesso l’ha fatta Vescovo, avendolo proposto prima d’ogni altro a Sua Santità”. Alla Signora di Chantal, in morte di Giovenale, lo stesso Francesco di Sales scriveva: “Monsignor Vescovo di Saluzzo, uno dei miei più intimi amici, e dei più grandi servi di Dio e della Chiesa che fosse al mondo, è passato a miglior vita poco tempo fa con incredibile rincrescimento del suo popolo che non ha goduto dei suoi travagli che un anno e mezzo”.
Nell’Elogio citato, il vescovo di Ginevra additò nell’amico un modello esemplare della rinnovata azione pastorale promossa dal Concilio Tridentino, e pose in evidenza, insieme alle doti oratorie dell’Ancina, la sua introspezione spirituale, il dono delle guarigioni e l’entusiastico giudizio dei contemporanei. L’Elogio si chiude con una dichiarazione preziosa: “Non memini me vidisse hominem qui dotibus, quas Apostolus apostolicis viris tantopere cupiebat, cumulatius ac splendidius ornatus esset”: non ricordo di aver visto un uomo più abbondantemente e splendidamente ornato di tutte quelle doti che l’Apostolo sommamente desidera per gli uomini apostolici.
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