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L'Osservatore Romano

ricorda San Filippo Neri

 

Roma, 27 maggio 2015

 

Riportiamo l'articolo di Mons. Edoardo Aldo Cerrato C.O. apparso su L'Osservatore Romano del 25-26 maggio (pagina 4).

 


 

L’avventura di un ragazzo fiorentino che visse l’umanesimo cristiano

«Quando volemo cominciare a fare il bene?»


 

Edoardo Aldo Cerrato

Vescovo di Ivrea

 


 

 

Firenze ospiterà nel prossimo novembre il quinto Convegno della Chiesa Italiana. La scelta della sede è significativa in relazione al tema: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, ma a chi conosce san Filippo Neri non sfugge una coincidenza: proprio a Firenze, cinque secoli fa, il 21 luglio 1515, nasceva il santo che ha profondamente vissuto l’umanesimo cristiano in tutta la sua dimensione, e la cui “fiorentinità” non è elemento marginale: «Sì come egli era fiorentino, così haveva caro che gli altri sapessero ch’ei fusse» afferma un testimone e Giovanni Papini scrisse: «Filippo deve la sua originalità, e quasi unicità, la sua fisionomia riconoscibile fra tutte quelle di tutti i Santi del mondo, all’impronta incancellabile della sua nascita fiorentina. San Filippo è un ragazzo fiorentino che, per l’intervento soprannaturale d’un amore immoderato per Cristo, s’è innalzato fino ai vertici della santità, rimanendo in parte quel che era, cioè fanciullo, faceto e oltrarnino».

 

Il Convegno di Firenze affronterà le «sfide nuove che chiamano in causa la nostra passione educativa, la nostra intelligenza e creatività pastorale, per promuovere l’incontro tra le persone e il Vangelo di Gesù, che rende piena la vita e le dà significato» e propone «cinque vie» – «Uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare» a percorrere le quali Papa Francesco costantemente ci invita e nelle quali chi davvero conosce Filippo Neri non fatica a vedere un appropriato schema della biografia del santo. Laico per trentasei anni e sacerdote per i restanti quarantaquattro, egli le percorse in modo originalissimo, suscitandolo lo stupore e l’attrazione testimoniati da tutti coloro che lo incontrarono.

 

Lasciò Firenze diciottenne, inviato dal padre a Cassino a far fortuna presso un ricco parente che gli offriva considerevoli possibilità; lasciò anche Cassino, poco dopo, e giunse a Roma ventenne, dove, per mantenersi con il minimo indispensabile, fece il precettore nella casa del capo della Dogana, mentre alla “Sapienza” seguiva corsi di filosofia e nello Studium degli Agostiniani quelli di teologia. Lasciò anche quegli studi e non per scarso interesse (ne portò il gusto per tutta la vita), ma «ut vocantem Christum sequeretur» scrive, con mirabile sintesi, il primo biografo. Non pensava al sacerdozio: diventerà prete a trentasei anni, e «per mandamento del suo padre spirituale»; la vocazione che sentiva era la chiamata ad una intensa adesione a Cristo nel mondo, «abitando» la città con i suoi problemi e bisogni, amandola nella realtà del presente e del suo passato: pregava, soprattutto di notte, davanti alle chiese, in compagnia dei tanti poveri che vi sostavano; di giorno, la preghiera nelle basiliche e l’adorazione eucaristica – una passione che segnò tutta la sua vita – accompagnava e nutriva il servizio ai malati poveri negli ospedali; senza preordinati programmi, passando per le strade «si accostava alla spicciolata, ora a questo ora a quello» scrive il Bacci ed aggiunge: «Tutti diventavano presto suoi amici». Suscitava stupore la sua bella umanità, la freschezza con cui diceva: «Beh, fratelli, quando volemo cominciare a far il bene?». L’attrazione nasceva spontanea: si percepiva che quel giovane simpatico e lieto viveva con Cristo un rapporto che plasmava la sua umanità: «Chi vuol altro che non sia Cristo – ripeteva – non sa quel che si voglia, chi cerca altro che Cristo non sa quel che dimanda, chi fa e non per Cristo non sa quel che si faccia».

 

L’Oratorio, che avrebbe preso forma con l’ordinazione sacerdotale, in questo «annunciare» ha le sue radici. “Inventione” fu detto dai primi discepoli per la novità che manifestava. Ma ad attirare – in quella proposta di preghiera semplice e fervorosa; di dialogo familiare sulla Parola di Dio accolta nella Scrittura, nella vita dei Santi, negli scritti spirituali; di laudi nella lingua parlata, ricche di verità di fede e del calore del sentimento; di liete passeggiate verso una basilica o nell’agro romano; di umile servizio ai poveri negli ospedali e nelle loro case – era la persona di Filippo, la sua ricchezza interiore, la gioia cristiana di cui l’«Apostolo di Roma» fu ed è «profeta», come disse san Giovanni Paolo II quando sottolineò che «l’intento di san Filippo fu di rispondere fedelmente, in modo originale e coinvolgente, alla missione di sempre: condurre l’uomo all’incontro con Gesù Cristo, realmente presente nella Chiesa e “contemporaneo” di ogni uomo» e indicò nel «favorire un personale incontro con Cristo, testimoniando la bellezza di un simile incontro» il fine ed il metodo dell’Oratorio.

 

Volere Cristo in ogni cosa, cercarlo in tutto e fare tutto per Lui non era per Filippo una formula per anime speciali: era semplicemente la via evangelica su cui tutti potevano camminare: giovani e adulti, di ogni condizione, chiamati a diventare, nell’incontro con Cristo, persone libere e vere, capaci di relazioni mature; persone di comunione, capaci di dialogo, di accoglienza. «Lo spirito filippino – scrive Braudrillart – consiste nel mettere a proprio agio, nel non costringere, nel lasciar che ciascuno, nell’ambito del bene, manifesti l’originalità del suo pensiero e del suo carattere, nel compiacersi tanto nella diversità che nell’unità, nel rispettare l’originalità delle anime». «Il programma spirituale del Neri si nutre di fiducia nella natura umana e di amore per l’arte, si caratterizza per l’equilibrio del rapporto tra Dio e l’uomo, tra natura e grazia; rifugge dai toni foschi ed accigliati, si illumina di festosità e di gioia. Questo programma è influenzato dall’umanesimo cristiano, il cui retroterra teologico è il principio che la Grazia non sopprime la natura ma la sana, la irrobustisce, la perfeziona. L’orientamento spirituale di Filippo scorre dunque nell’alveo della normalità, diffida degli atteggiamenti sublimi e straordinari, esalta la ragionevolezza, fa l’apologia del quotidiano. Alla singolarità contrappose la semplicità, intesa come gusto dell’essenzialità, ripudio degli atteggiamenti tortuosi e degli arrovellamenti della coscienza, trasparenza interiore, infanzia spirituale» (Massimo Marcocchi).

 

Riuscì uno splendido educatore, capace di seguire personalmente la crescita dei suoi amici e discepoli, di valorizzare, in modo così moderno, la loro coscienza e la loro libertà. Un padre. «Solamente si lassava chiamar Padre perché questo sonava amore» ricordano i discepoli. «La persona cresce nella sua umanità soltanto se incontra una testimonianza più grande di se stessa, una paternità, una presenza straordinaria che le indichino il cammino di crescita, i crocevia della propria libertà, le esigenze della responsabilità, senza restar irretita nei propri limiti, nelle proprie passioni e giustificazioni» (Guzmán Carriquiry).

 

Colui che mai avrebbe accettato la qualifica di “riformatore”, appare – sostiene il Brémond – «il più grande forse, giacché nessuno sembra aver lavorato con maggior successo a cambiare il volto della Città eterna». Lo fece attraverso il suo apostolato, animato dal più puro affetto per l’uomo concreto, non vagheggiato alla luce di un’ideologia. Ma la radice di tutto è in quell’«amore immoderato per Cristo» che aveva manifestazioni straordinarie nella celebrazione eucaristica, senza la quale «li pareva di non poter vivere» e nella quale era evidente che egli «piutosto agebatur, quam ageret», come testimoniano i discepoli: si lasciava fare, in una disponibilità totale all’agire di Dio. Umiltà, mansuetudine, sobrietà mascherata da una battuta scherzosa, calore dell’amicizia, gioia cristiana, generosità nel donarsi senza riserve, nascevano di lì, da quella “passività” che è quanto di più attivo ci sia.

 

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