Eminentissimo Signor
Cardinale Decano del Sacro Collegio,
Reverendissimi Monsignori
Prelati della Segreteria di Stato e della Curia Romana,
carissimi confratelli nel
sacerdozio, Padri della Congregazione di Roma e
sacerdoti presenti,
carissimi Amici
dell’Oratorio Secolare di Roma, di Chiesa Nuova,
Parrocchiani di S. Maria in Vallicella, e Amici di P.
Alberto,
grazie per la vostra
presenza.
1. La sera della domenica
di Pasqua – proprio nell’ora in cui, come racconta il
Vangelo, Gesù si presentò ai discepoli nel Cenacolo
presentando loro le Mani ed il Costato e dicendo: “Pace
a voi” – P. Alberto è stato chiamato a contemplare il
Volto di Gesù risorto, senza i veli, senza la coltre di
mistero in cui l’abbiamo contemplato anche noi, ancora
una volta, nella Veglia pasquale e nelle Messe della
domenica di Risurrezione.
Mi ha colpito questa
circostanza del giorno e dell’ora in cui P. Alberto ha
ricevuto la chiamata a partire da questo mondo per
quella Patria che è la Comunione piena, definitiva e
gaudiosa con il Signore che, proprio in vista di questo
fine, lo ha creato.
Lo abbiamo detto, con la
preghiera della Chiesa, raccomandando la sua anima negli
ultimi istanti terreni: “Parti, anima cristiana, da
questo mondo nel nome di Dio Padre Onnipotente che ti ha
creato, nel nome del Suo Figlio Unigenito che ti ha
redenta, nel nome dello Spirito Santo che ti è stato
dato in dono”.
Il fine della vita è
questo: tutti gli altri – anche i più importanti – sono
fini penultimi.
Nella gioia pasquale che
pervade la Liturgia della Santa Chiesa in questi giorni
dell’Ottava di Pasqua – unico grande giorno costituito
di otto giorni, quasi che la Chiesa volesse assaporare
il Mistero prolungandone la celebrazione – noi ci
rallegriamo, pur nel dolore del distacco, che P. Alberto
abbia raggiunto la meta per cui è stato creato da Dio;
ed abbiamo la ferma speranza che egli già goda
dell’abbraccio di Dio che ha cercato per tutta la vita.
Sì, Amici, perché P.
Alberto Venturoli è stato un uomo di fede, un sacerdote
innamorato del suo sacerdozio, un convinto adoratore di
Dio, un figlio teneramente devoto di Maria Santissima,
un cristiano che ha cercato la compagnia dei Santi, un
uomo di intensa e prolungata preghiera, un pastore di
anime che ha desiderato portare a Dio tutti quelli che
incontrava, un oratoriano capace di apprezzare la
vocazione dei figli di Padre Filippo.
Ogni uomo è un mistero, e
P. Alberto, come ogni altro essere umano, lo è stato e
continua, inevitabilmente, ad esserlo per noi.
“Un abisso è il cuore
dell’uomo” dice la Sacra Scrittura: un abisso in cui
solo Dio può adeguatamente fissare lo sguardo
cogliendone tutte le fragilità, tutti i limiti, insieme
a tutti gli slanci d’amore, a tutte le speranze, a tutte
le sofferenze e le più intime gioie.
Questo abisso del cuore di
P. Alberto noi ora lo presentiamo a Dio, non perché il
Signore abbia bisogno della nostra presentazione, ma per
offrirGlielo, continuando qui sulla terra l’offerta che
P. Alberto certamente ha fatto ogni giorno nella
preghiera e nella celebrazione delle sue Messe lunghe e
devote.
Ti offriamo, Dio
Santissimo, Padre e Figlio e Spirito Santo, ciò che il
nostro confratello ha vissuto in questi quasi settant’anni
della sua vita terrena: Ti offriamo le sue fatiche e i
suoi sconforti, la sua crescita, il suo impegno di
conversione. Ti offriamo le consolazioni che gli hai
dato; Ti offriamo soprattutto la sua preghiera che segnò
costantemente le sue giornate. Nei giorno della malattia
– da fine agosto all’altro ieri – mi è capitato, e non
solo a me – di vedere le sue ginocchia segnate da due
spessi calli…: segno del suo “adstare coram Domino”:
della fedeltà, dell’insistenza, nella preghiera.
Noi sappiamo, Signore, che
Tu hai gradito la voce del cuore ed anche del fisico di
P. Alberto che Ti ha supplicato per sé e per tante anime
incontrate lungo il cammino, e gli hai dato pure la
consolazione di vedere frutti di conversione e di
crescita nella vita dello spirito.
Tra i tanti messaggi che
abbiamo ricevuto in questa circostanza, insieme alle
espressioni che ci sono giunte a voce, ce n’è uno che
desidero ricordare, quasi sintesi dei tanti che sono
conservati nel cuore di molte persone: è il messaggio di
un amico di Chiesa Nuova, nostro fraterno collaboratore:
“Ero legato a P. Alberto
da un sentimento di ammirazione, forse di invidia,
perché ho avuto su di lui testimonianze eccezionali da
chi lo ha frequentato. Avevo difficoltà a relazionarmi
con lui, per colpa mia, ma gli sarò sempre grato per i
consigli e gli incoraggiamenti che mi ha dato. Prego il
Signore che voglia ricompensarlo per il bene fatto e per
questi ultimi mesi di dolore e di mortificazioni”.
Grazie, caro Amico, per
queste parole.
Il confessionale di P.
Alberto è lì, testimone muto di tanti colloqui
spirituali, di tante assoluzioni che hanno ridato pace
al cuore!
Abisso del cuor umano;
mistero di anime!
E Mistero dell’agire di
Dio attraverso la carne, attraverso le fragilità e gli
slanci di uomini che Egli sceglie per compiere nel mondo
il Suo Progetto di salvezza aperto a tutti, spalancato
come è spalancato il Suo stesso Cuore!
2. Le letture della Parola
di Dio proclamate in questa Santa Messa esequiale sono,
volutamente, quelle del mercoledì nell’Ottava di Pasqua.
Non le abbiamo cambiate non solo perché sono stupende,
ma perché è giusto prendere da Dio quello che Egli dice
alla Sua Chiesa proprio in questo giorno.
Ebbene, abbiamo ascoltato
Pietro affermare: “Non possiedo né oro né argento, ma
quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il
Nazareno, cammina”!
Siamo ben consapevoli di
non posseder oro né argento, né P. Alberto né noi… Ed
anche se quest’oro ed argento eventualmente lo
possedessimo, non sono adatti a far camminare un
paralitico nel corpo e tanto meno un paralitico nello
spirito.
Le nostre povertà – tutte
le nostre povertà: fisiche, psichiche, esistenziali, che
ci caratterizzano in quanto uomini – possono unicamente
aprirsi alla visita di Dio per accogliere Colui che –
solo! – è la ricchezza, la pienezza della vita umana.
E se si aprono ed
accolgono il Signore, ricevono, in un prodigio di
Misericordia, la facoltà di essere addirittura utili al
cammino degli altri.
Tanti che oggi – come quel
popolo di Gerusalemme – lodano Dio per quello che,
attraverso P. Alberto, Egli ha fatto, non esaltano
l’uomo ma l’immensa Misericordia del Signore che si
degna di rispondere alla voce umana e ricolma la Sua
creatura di doni che con evidenza vengono dall’alto.
“Nel nome di Gesù
Nazareno, cammina” dice Pietro: non nel mio nome, che è
solo povertà di creatura, ma nel Suo Nome che si è
consegnato a me affinché io sia salvato e la salvezza
sia trasmessa anche ad altri!
Gesù Cristo crocifisso e
risorto è vivo ed operante, ed illumina, conforta, fa
fremere il cuore degli uomini mentre parla con la Sua
voce misteriosa.
E’ ciò che accadde ai due
discepoli lungo la strada che scende da Gerusalemme ad
Emmaus.
Era la sera di Pasqua, e
Cleopa e l’altro camminavano tristi, concentrati su de
stessi e sul proprio dolore più che sull’annuncio della
risurrezione che pure avevano ricevuto dalle donne, da
Pietro e Giovanni… dalla Chiesa, dalla povera e santa
Chiesa del Signore!
E’ la condizione di tanti
di noi, forse di tutti noi, in tanti momenti delle
nostre giornate.
Sappiamo, ma è come se non
sapessimo; sappiamo, ma la vita ci scorre addosso come
se non fosse accaduto il Fatto che la cambia, che cambia
tutto nel nostro pensare ed agire.
Abbiamo bisogno che Gesù
si accosti misericordioso a farci fare una esperienza
che schianta la tristezza (tristitia: il buco, il
vuoto in cui ci chiudiamo) e spalanca orizzonti infiniti
di novità!
E Gesù Cristo viene, si
accosta, fa con noi un tratto di strada, oggi come in
quella sera di Pasqua.
Misteriosamente come
allora: cioè nel mistero!
Non lo riconoscevano i due
di Emmaus non solo mentre camminava con loro, ma neppure
quando lo invitarono a cenare con loro…
Questo mistero della Sua
Presenza di amico e rinnovatore assume oggi – e lungo
tutti i tempi – il volto, la voce, l’aspetto, la povertà
di un prete!
Ed oggi come allora,
dentro il mistero, ad un certo momento il cuore
dell’uomo ha un fremito ed è costretto dall’evidenza ad
affermare: “E’ il Signore!”. Sì, è il Signore, perché
come fa un uomo a darmi la pace che io provo, come fa a
darmi la vita nuova che io sento gorgogliare dentro la
mia vecchiezza?
3. Cari Amici, “questo è
il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed
esultiamo” ha cantato la Chiesa poco fa, prima di
proclamare il Vangelo. E poco prima, nella Sequenza
pasquale, ha cantato: “Mors et vita duello conflixere
mirando. Dux vitae mortuus regnat vivus”: morte e
vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il
Signore della vita, che era morto, regna vivo!
E’ questa, fratelli e
sorelle, la nostra certezza; è questo il Fatto – vero
fatto, vero avvenimento – sul quale si fonda la nostra
convinzione che la vita è bella – qualunque sia la
situazione in cui siamo chiamati a viverla – perché è
“una promessa fatta da Dio con la vittoria di Cristo”!
Grazie, P. Alberto, per
averci testimoniato la fede in queste meravigliose
Realtà!
Ora, nella Casa del Padre,
nell’Oratorio del Cielo, prega per noi che ancora
andiamo pellegrini fin quando Dio vorrà e che chiediamo
per Te il riposo eterno.
Sia lodato Gesù Cristo.