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Esequie di P. Alberto Venturoli

 

Roma, 26 marzo 2008

 

Nella mattinata di oggi il Procuratore Generale presiede la S. Messa ed il Rito delle Esequie di P. Alberto Venturoli, dell'Oratorio di Roma.

 

E’ presente, con i Prelati della Segreteria di Stato e con i numerosi Sacerdoti concelebranti, Sua Eminenza Rev.ma il Sig. Cardinale Angelo Sodano, Decano del Sacro Collegio. Ha decorato la solenne celebrazione il Coro della Cappella Giulia della Basilica Vaticana, diretto dal M° P. Pierre Paul, OMV.
 

Riportiamo l’Omelia del Procuratore Generale:
 

 

Eminentissimo Signor Cardinale Decano del Sacro Collegio,

Reverendissimi Monsignori Prelati della Segreteria di Stato e della Curia Romana,

carissimi confratelli nel sacerdozio, Padri della Congregazione di Roma e sacerdoti presenti,

carissimi Amici dell’Oratorio Secolare di Roma, di Chiesa Nuova, Parrocchiani di S. Maria in Vallicella, e Amici di P. Alberto,

grazie per la vostra presenza.

 

1. La sera della domenica di Pasqua – proprio nell’ora in cui, come racconta il Vangelo, Gesù si presentò ai discepoli nel Cenacolo presentando loro le Mani ed il Costato e dicendo: “Pace a voi” – P. Alberto è stato chiamato a contemplare il Volto di Gesù risorto, senza i veli, senza la coltre di mistero in cui l’abbiamo contemplato anche noi, ancora una volta, nella Veglia pasquale e nelle Messe della domenica di Risurrezione.

 

Mi ha colpito questa circostanza del giorno e dell’ora in cui P. Alberto ha ricevuto la chiamata a partire da questo mondo per quella Patria che è la Comunione piena, definitiva e gaudiosa con il Signore che, proprio in vista di questo fine, lo ha creato.

Lo abbiamo detto, con la preghiera della Chiesa, raccomandando la sua anima negli ultimi istanti terreni: “Parti, anima cristiana, da questo mondo nel nome di Dio Padre Onnipotente che ti ha creato, nel nome del Suo Figlio Unigenito che ti ha redenta, nel nome dello Spirito Santo che ti è stato dato in dono”.

Il fine della vita è questo: tutti gli altri – anche i più importanti – sono fini penultimi.

 

Nella gioia pasquale che pervade la Liturgia della Santa Chiesa in questi giorni dell’Ottava di Pasqua – unico grande giorno costituito di otto giorni, quasi che la Chiesa volesse assaporare il Mistero prolungandone la celebrazione – noi ci rallegriamo, pur nel dolore del distacco, che P. Alberto abbia raggiunto la meta per cui è stato creato da Dio; ed abbiamo la ferma speranza che egli già goda dell’abbraccio di Dio che ha cercato per tutta la vita.

 

Sì, Amici, perché P. Alberto Venturoli è stato un uomo di fede, un sacerdote innamorato del suo sacerdozio, un convinto adoratore di Dio, un figlio teneramente devoto di Maria Santissima, un cristiano che ha cercato la compagnia dei Santi, un uomo di intensa e prolungata preghiera, un pastore di anime che ha desiderato portare a Dio tutti quelli che incontrava, un oratoriano capace di apprezzare la vocazione dei figli di Padre Filippo.

 

Ogni uomo è un mistero, e P. Alberto, come ogni altro essere umano, lo è stato e continua, inevitabilmente, ad  esserlo per noi.

“Un abisso è il cuore dell’uomo” dice la Sacra Scrittura: un abisso in cui solo Dio può adeguatamente fissare lo sguardo cogliendone tutte le fragilità, tutti i limiti, insieme a tutti gli slanci d’amore, a tutte le speranze, a tutte le sofferenze e le più intime gioie.

Questo abisso del cuore di P. Alberto noi ora lo presentiamo a Dio, non perché il Signore abbia bisogno della nostra presentazione, ma per offrirGlielo, continuando qui sulla terra l’offerta che P. Alberto certamente ha fatto ogni giorno nella preghiera e nella celebrazione delle sue Messe lunghe e devote.

Ti offriamo, Dio Santissimo, Padre e Figlio e Spirito Santo, ciò che il nostro confratello ha vissuto in questi quasi settant’anni della sua vita terrena: Ti offriamo le sue fatiche e i suoi sconforti, la sua crescita, il suo impegno di conversione. Ti offriamo le consolazioni che gli hai dato; Ti offriamo soprattutto la sua preghiera che segnò costantemente le sue giornate. Nei giorno della malattia – da fine agosto all’altro ieri – mi è capitato, e non solo a me – di vedere le sue ginocchia segnate da due spessi calli…: segno del suo “adstare coram Domino”: della fedeltà, dell’insistenza, nella preghiera.

Noi sappiamo, Signore, che Tu hai gradito la voce del cuore ed anche del fisico di P. Alberto che Ti ha supplicato per sé e per tante anime incontrate lungo il cammino, e gli hai dato pure la consolazione di vedere frutti di conversione e di crescita nella vita dello spirito.

 

Tra i tanti messaggi che abbiamo ricevuto in questa circostanza, insieme alle espressioni che ci sono giunte a voce, ce n’è uno che desidero ricordare, quasi sintesi dei tanti che sono conservati nel cuore di molte persone: è il messaggio di un amico di Chiesa Nuova, nostro fraterno collaboratore:

“Ero legato a P. Alberto da un sentimento di ammirazione, forse di invidia, perché ho avuto su di lui testimonianze eccezionali da chi lo ha frequentato. Avevo difficoltà a relazionarmi con lui, per colpa mia, ma gli sarò sempre grato per i consigli e gli incoraggiamenti che mi ha dato. Prego il Signore che voglia ricompensarlo per il bene fatto e per questi ultimi mesi di dolore e di mortificazioni”.

Grazie, caro Amico, per queste parole.

Il confessionale di P. Alberto è lì, testimone muto di tanti colloqui spirituali, di tante assoluzioni che hanno ridato pace al cuore!

 

Abisso del cuor umano; mistero di anime!

E Mistero dell’agire di Dio attraverso la carne, attraverso le fragilità e gli slanci di uomini che Egli sceglie per compiere nel mondo il Suo Progetto di salvezza aperto a tutti, spalancato come è spalancato il Suo stesso Cuore!

 

2. Le letture della Parola di Dio proclamate in questa Santa Messa esequiale sono, volutamente, quelle del mercoledì nell’Ottava di Pasqua. Non le abbiamo cambiate non solo perché sono stupende, ma perché è giusto prendere da Dio quello che Egli dice alla Sua Chiesa proprio in questo giorno.

 

Ebbene, abbiamo ascoltato Pietro affermare: “Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, cammina”!

Siamo ben consapevoli di non posseder oro né argento, né P. Alberto né noi… Ed anche se quest’oro ed argento eventualmente lo possedessimo, non sono adatti a far camminare un paralitico nel corpo e tanto meno un paralitico nello spirito.

Le nostre povertà – tutte le nostre povertà: fisiche, psichiche, esistenziali, che ci caratterizzano in quanto uomini – possono unicamente aprirsi alla visita di Dio per accogliere Colui che – solo! – è la ricchezza, la pienezza della vita umana.

E se si aprono ed accolgono il Signore, ricevono, in un prodigio di Misericordia, la facoltà di essere addirittura utili al cammino degli altri.

Tanti che oggi – come quel popolo di Gerusalemme – lodano Dio per quello che, attraverso P. Alberto, Egli ha fatto, non esaltano l’uomo ma l’immensa Misericordia del Signore che si degna di rispondere alla voce umana e ricolma la Sua creatura di doni che con evidenza vengono dall’alto.

“Nel nome di Gesù Nazareno, cammina” dice Pietro: non nel mio nome, che è solo povertà di creatura, ma nel Suo Nome che si è consegnato a me affinché io sia salvato e la salvezza sia trasmessa anche ad altri!

 

Gesù Cristo crocifisso e risorto è vivo ed operante, ed illumina, conforta, fa fremere il cuore degli uomini mentre parla con la Sua voce misteriosa.

E’ ciò che accadde ai due discepoli lungo la strada che scende da Gerusalemme ad Emmaus.

Era la sera di Pasqua, e Cleopa e l’altro camminavano tristi, concentrati su de stessi e sul proprio dolore più che sull’annuncio della risurrezione che pure avevano ricevuto dalle donne, da Pietro e Giovanni… dalla Chiesa, dalla povera e santa Chiesa del Signore!

E’ la condizione di tanti di noi, forse di tutti noi, in tanti momenti delle nostre giornate.

Sappiamo, ma è come se non sapessimo; sappiamo, ma la vita ci scorre addosso come se non fosse accaduto il Fatto che la cambia, che cambia tutto nel nostro pensare ed agire.

Abbiamo bisogno che Gesù si accosti misericordioso a farci fare una esperienza che schianta la tristezza (tristitia: il buco, il vuoto in cui ci chiudiamo) e spalanca orizzonti infiniti di novità!

E Gesù Cristo viene, si accosta, fa con noi un tratto di strada, oggi come in quella sera di Pasqua.

Misteriosamente come allora: cioè nel mistero!

Non lo riconoscevano i due di Emmaus non solo mentre camminava con loro, ma neppure quando lo invitarono a cenare con loro…

Questo mistero della Sua Presenza di amico e rinnovatore assume oggi – e lungo tutti i tempi – il volto, la voce, l’aspetto, la povertà di un prete!

Ed oggi come allora, dentro il mistero, ad un certo momento il cuore dell’uomo ha un fremito ed è costretto dall’evidenza ad affermare: “E’ il Signore!”. Sì, è il Signore, perché come fa un uomo a darmi la pace che io provo, come fa a darmi la vita nuova che io sento gorgogliare dentro la mia vecchiezza?

 

3. Cari Amici, “questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo” ha cantato la Chiesa poco fa, prima di proclamare il Vangelo. E poco prima, nella Sequenza pasquale, ha cantato: “Mors et vita duello conflixere mirando. Dux vitae mortuus regnat vivus”:  morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita, che era morto, regna vivo!

E’ questa, fratelli e sorelle, la nostra certezza; è questo il Fatto – vero fatto, vero avvenimento – sul quale si fonda la nostra convinzione che la vita è bella – qualunque sia la situazione in cui siamo chiamati a viverla – perché è “una promessa fatta da Dio con la vittoria di Cristo”!

 

Grazie, P. Alberto, per averci testimoniato la fede in queste meravigliose Realtà!

Ora, nella Casa del Padre, nell’Oratorio del Cielo, prega per noi che ancora andiamo pellegrini fin quando Dio vorrà e che chiediamo per Te il riposo eterno.

 

Sia lodato Gesù Cristo.

 

 

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