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John Henry Newman:

«Ex umbris et imaginibus ad veritatem»

 

Roma, 25 giugno 2008

 

Riportiamo un articolo della rivista “Tempi”:

 

Prima che venga notte
John H. Newman, spinto a pensare a Dio da un mondo

che vive per smentirne la presenza

di Marina Corradi
 

Dalla Apologia pro vita sua di John Henry Newman, il teologo anglicano ottocentesco convertito al cattolicesimo: «Se partendo dall’esistenza di Dio (della quale io sono certo come della mia stessa esistenza) io guardo fuori dal mio Io, al mondo degli uomini, vedo uno spettacolo che mi riempie di sgomento indicibile. Sembra che il mondo smentisca in pieno quella grande verità che permea tutto il mio essere, con un effetto, logicamente e necessariamente così sconcertante per me come se sentissi negare la mia propria esistenza. Se guardassi in uno specchio e non ci vedessi il mio volto proverei quel che provo quando guardo questo mondo vivente e affaccendato, e non ci vedo il riflesso del suo Creatore».
 

E il cardinale inglese nato centocinquant’anni prima di te improvvisamente sembra vicino. È, quello sguardo smarrito sulla opacità delle cose, simile al tuo, spaventato, di un lontano giorno di seconda media, un giorno come un altro, in cui come sempre andavi a scuola. Lungo la strada consueta, al solito angolo di Brera, alzando gli occhi – i palazzi in una giornata grigia, il traffico, le facce assorte dei milanesi – d’improvviso avevi visto un’altra realtà. Non uomini, case, storie, ma solo materia: cemento, asfalto, lamiera, carne, assemblati in un modo apparentemente casuale e sgraziato; e tu in mezzo, materia anche tu, cosa; e tutto, così assurdo. In un acuto spavento: possibile che il mondo in un momento si fosse fatto quell’allinearsi cieco di apparenze? E perché tu, pur essendo “materia”, pensavi, e con tanto dolore? Eri matta, o caduta in un maligno incantesimo?
 

La vertigine durò pochi secondi. Poi la fontana, la chiesa di Sant’Angelo, le case tornarono come sempre: cose degli uomini, orme del loro destino. Ma quel balenio d’angoscia ti è rimasto per sempre, in una sbalordita memoria. Era un universo senza più alcun segno; cose senza origine né senso; roba. («Se guardassi in uno specchio e non ci vedessi il mio volto, proverei quel che provo quando guardo questo mondo vivente e non ci vedo il riflesso del suo Creatore»).
 

Il mondo opaco, trasfigurato come in un paesaggio urbano di Sironi: la città come quinte di teatro, livide, a nascondere pudicamente il nulla. Ma Newman di quello sguardo atterrito seppe fare un tesoro. «Ex umbris et imaginibus ad veritatem», scrissero nel suo epitaffio. Per lui, ha scritto il cardinale Giacomo Biffi, «il mondo visibile è una foresta di segni: è il mondo delle ombre e delle immagini che alludono e rimandano alla realtà vera e piena». Dunque quel “non vedere” può essere dato per vedere di più; per imparare uno sguardo che buchi la superficie ottusa delle cose. Come un addestramento: vedere non con gli occhi, ma in virtù di una ostinata domanda. Che è la grazia che vorresti per i tuoi figli: dentro al mondo, come in una foresta di segni.
 

(Tempi, 19 giugno 2008)

 

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