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Incontro Amici dell’Oratorio

Roma,
25 aprile 2012
In occasione dell’Incontro degli Amici
dell’Oratorio della Federazione dell'Italia Settentrionale che si tiene quest’anno presso la Congregazione di
Mondovì, il P. Procuratore Generale presiede la S. Messa nella
chiesa oratoriana, che recenti lavori di restauro hanno riportato
all’antico splendore. Ricordando che il prossimo anno, 2013, si
compiranno quattro secoli dalla fondazione in terra piemontese della
prima Congregazione filippina – Casale Monferrato –, traendo spunto
dalla odierna festa dell’evangelista san Marco e dall’opera di
evangelizzazione della Chiesa lungo i secoli, il p. Procuratore
Generale, ha presentato nell’omelia la figura del ven. Giovanni
Battista Trona, illustre membro della Congregazione Monregalese, le
cui spoglie mortali si venerano nel sepolcro presso il presbiterio.
Omelia del P. Procuratore
Generale
1. All’inizio della S. Messa, con le parole della Chiesa, abbiamo
pregato: “O Dio, Tu hai glorificato il tuo evangelista Marco con il
dono della predicazione apostolica”…
Questa espressione mi ha colpito.
Certamente, la predicazione apostolica di cui fu fatto dono a san
Marco, trattandosi di un evangelista, è qualcosa di speciale, ma
penso che, fatte salve le debite differenze, si possa dire che
predicare il Vangelo glorifica chiunque lo compie. Sia perché è un
incarico che viene da Cristo, tutt’uno con la chiamata ad essere
Suoi discepoli; sia perché questo compito – non importa in quale
forma si svolga: quella ufficiale di un prete in chiesa, o quella
semplice di un cristiano nella vita di ogni giorno – preso sul
serio, in tutta la sua valenza, comporta l’accoglienza in noi della
Parola che annunciamo, una vera incarnazione del Verbo nella nostra
vita.
E’ questa la glorificazione che s. Marco ricevette quando dalla
bocca di Pietro ascoltò il vangelo e quando lo annunciò anche
attraverso lo scritto; ed è la stessa glorificazione che riceve
ognuno di noi quando la nostra vita cambia conformandosi a Cristo.
La nostra vita – pur non diventando perfetta, perché la perfezione
non è di quaggiù se anche Padre Filippo sentiva il bisogno di
confessarsi ogni giorno – cambia: cambiano le prospettive, gli
orientamenti, il modo di affrontare le situazioni…; cambia il
giudizio sulla realtà, lo sguardo sulle vicende e sulle persone;
cambia lo sguardo su noi stessi, che spesso siamo per noi la maggior
difficoltà, il maggior problema; cambia, almeno in questo: nella
capacità di vedere che il problema sovente sono io, come diceva la
b. Madre Teresa a quel giornalista che le chiedeva: quali sono i
problemi della Chiesa?, e lei rispondeva: you and me: tu e io…!
La nostra vita cambia, pur nella fragilità che sempre ci
caratterizza, …la fragilità che induceva anche madre Teresa a
confessarsi ogni giorno… Ma è una fragilità redenta nel rapporto con
Cristo, una fragilità che, per opera della Grazia, diventa essa
stessa una eloquente predicazione!
La Parola di Dio che ascoltiamo e che siamo mandati ad annunciare,
prima di essere un insegnamento, una dottrina, è una Persona; è
Cristo stesso che ci parla, Cristo risorto, presente e vivo! Nella
Liturgia, al termine delle letture, non diciamo “lode alla Parola di
Dio”, ma “Lode a te, o Cristo”… Gli diciamo “Tu”, riconoscendo la
Sua presenza!
La predicazione che ci glorifica è la nostra vita che lo accoglie e
mostra ciò che la Grazia compie nel terreno che noi le prepariamo;
mostra che il felice annuncio che portiamo non è un’utopia, ma
qualcosa che realmente accade dentro la nostra esistenza.
L’arte – diceva uno storico della letteratura latina – ha bisogno di
uomini commossi, non di uomini devoti.
Penso che si possa dire la stessa cosa in riferimento all’arte delle
arti che è il vivere cristiano! E la commozione di cui si parla non
è un certo qual sentimento romantico, sia pur di natura religiosa: è
il lasciarsi afferrare dal Salvatore che commuove, smuove, mette in
movimento la nostra vita.
“Ut vocantem Christum sequeretur” dice il Gallonio presentando la
motivazione che indusse Filippo a recarsi a Roma lasciando le
prospettive di “roba” che aveva trovato a S. Germano: per mettersi
al seguito di Cristo che lo chiamava; “agebatur potius quam ageret”
dice a proposito delle Messe che Padre Filippo celebrava: si
lasciava fare piuttosto che fare lui…
E’ questa la commozione di cui ha assoluto bisogno l’arte del vivere
cristiano e quindi della predicazione in tutte le sue forme: questo
muoversi assecondando la voce ed i gesti, la presenza di Colui che
ti muove!
“Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri […] riversate
su Dio ogni vostra preoccupazione, poiché Egli ha cura di voi […]
Resistete al diavolo, saldi nella fede” ci dice oggi il Signore, e
l’accoglienza di questa sua parola è condizione per compiere
l’incarico che ci ha dato: “Predicate il vangelo ad ogni creatura”.
2. State “saldi nella fede”.
L’Anno della Fede sta per iniziare. Il Santo Padre Benedetto XVI
nell’indirlo, a ricordo del mezzo secolo trascorso dall’apertura del
Concilio Ecumenico Vaticano II, scriveva: “Capita ormai non di rado
che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze
sociali, culturali, politiche del loro impegno, continuando a
pensare alla fede come un presupposto ovvio nel vivere comune. In
effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene
persino negato […] Oggi una profonda crisi di fede ha toccato molte
persone”. E tra gli impegni dell’Anno della Fede Papa Benedetto
sottolinea l’importanza di riandare con amore ai nostri Santi, che
della fede vissuta sono i grandi testimoni.
Il nostro Incontro, cari amici, avviene quest’anno in una
Congregazione dell’Oratorio, che è una delle 12 nate in Piemonte a
partire da 1613 – il prossimo anno ricorreranno quattro secoli della
presenza oratoriana in questa terra – e proprio su questa presenza,
ricca di testimonianze preziose, vorrei fermare l’attenzione.
L’Oratorio piemontese ha dato alla Famiglia Filippina diffusa nel
mondo la straordinaria figura del beato Sebastiano Valfrè, “sorgente
dei preti santi dell’800 torinese”; quella di un umile amico del
Valfré, il p. Agnelli, dell’Oratorio di Savigliano, autore dei
“Pregi della Congregazione dell’Oratorio” su cui, ovunque, si
formarono generazioni di Oratoriani; ha dato il b. Giovenale Ancina,
il ven Pier Francesco Scarampi, monferrino morto a Roma, come
preposito della Casa romana, per aver contratto la peste nel servire
generosamente il popolo colpito dall’epidemia. E nei tempi a noi più
vicini, senza dimenticare tante altre belle figure di Padri e di
Fratelli la cui memoria è conservata, con tradizionale discrezione
piemontese, nel cuore delle tre Comunità ancora esistenti – il p.
Felice Carpignano, dell’Oratorio di Torino, emulo del Valfré e
consigliere di numerosi artefici della carità cristiana del suo
tempo, alcuni già innalzati alla gloria degli altari; il servo di
Dio p. Giulio Castelli, anch’egli di questo Oratorio, uno dei più
fervidi esponenti del “movimento di unione” da cui nacque la
Confederazione.
Di tutte queste splendide figure che
esaltano la bellezza della spiritualità filippina e l’umile
grandezza dell’apostolato oratoriano, il ven. Giovanni Battista
Trona, che riposa qui, in questa chiesa, riflette qualche raggio di
luce.
C’è in lui l’uomo di preghiera che
tutti essi furono, l’apostolo instancabile, il generoso artefice di
carità, il consigliere di sicura intelligenza spirituale,
l’innamorato della Parola di Dio ascoltata e donata nella più
semplice familiarità filippina.
C’è in p. Trona, come in tutti gli
altri, la tenacia della gente piemontese; la verticalità del
rapporto con Dio a cui sono richiamo, con la loro altezza, le
montagne che abbracciano questa terra, tutta quanta distesa “ad
pedes montium”, e la fraterna orizzontalità delle pianure in cui
sfociano le valli, luogo del lavoro, dell’impegno che non cerca
sconti.
La sua grande figura ha varcato i
confini del Piemonte grazie al “Catechismo” da lui composto e al
quale attinse quello di San Pio X, ma è soprattutto la sua vita ciò
che ancora ci parla e ci mostra che cosa significa che la
predicazione glorifica il discepolo.
Nato a Frabosa Soprana il 18 ottobre
1682, Giovanni Battista Trona trascorse una fanciullezza segnata da
povertà e da stenti, rattristata dalla morte prematura del padre;
trascorse l’adolescenza segnato dal dramma di aver dovuto assistere,
a tredici anni, all’uccisione della madre, di fronte al quale reagì
con fede perdonando l’assassino e, in seguito, addirittura
beneficandolo.
Ordinato sacerdote il 19 settembre
1705, acceso dal desiderio di diffondere il Vangelo, si propose di
partire missionario, ma obbedì al Vescovo che lo invitava ad entrare
in questa Congregazione, istituita a Mondovì l’anno precedente.
Qui p. Trona si prodigò per l’istruzione del popolo e la riforma del
clero; contribuì alla pacificazione degli animi e ad alleviare le
sofferenze dei poveri, specialmente in occasione delle guerre di
quel periodo.
Predicatore instancabile, percorse le zone più impervie della
diocesi, distinguendosi soprattutto nell’apostolato catechistico,
rivolto a tutte le categorie e le età.
Oltre al suo catechismo, lasciò anche un “Trattato sulle tre virtù
teologali” spiegate al popolo.
Ebbe carissimi i giovani e si dedicò ad essi anche come direttore
spirituale delle Regie Scuole di Mondovì.
La sua vita di annunciatore della Parola di Dio non poteva che
concludersi su uno dei “tre legni” che la tradizione filippina
indica come luogo desiderabile da cui spiccare il volo per
l’incontro definitivo con Dio: il 13 dicembre 1750 p. Trona chiuse
la sua esistenza terrena facendo il catechismo ai fanciulli nella
casa dell’Oratorio.
Cari amici, con gli occhi aperti su questi grandi condiscepoli che
percorsero la via dell’Oratorio, chiediamo al Signore, in questa S.
Messa, che avvenga anche in noi ciò che avvenne in s. Marco e in
essi: “Tu hai glorificato il tuo servo con il dono della
predicazione apostolica”.
Tutto il resto è vanità, ci
direbbe Padre Filippo!
Sia lodato Gesù Cristo!
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