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La “Rosa d’oro” alla Basilica di Gostyń
Roma, 25 marzo 2012
Il P. Procuratore Generale ha l’onore di comunicare a tutte le Congregazioni che Sua Santità Benedetto XVI, nel Cinquecentesimo della approvazione data dal Vescovo di Poznan ai miracoli da cui sorse il Santuario di N. S. “Rosa Mystica”, si è degnato di concedere la “Rosa d’oro” al Santuario-Basilica retto dalla Congregazione dell’Oratorio di Gostyń, la prima sorta in Polonia (1668).
Ringraziando il Sommo Pontefice per il
gesto di sovrana benevolenza che rallegra l’intera Confederazione
Oratoriana, il P. Procuratore Generale si unisce ai Confratelli
della Congregazione per esprimere a Sua Santità i più filiali
sentimenti di tutti i figli di San Filippo Neri. La solenne
esecuzione dell’Atto Pontificio si terrà nella Basica-Santuario di
Gostyń il prossimo 24 giugno.
Breve Pontificio
Benedictus PP. XVI
Benedictus PP. XVI
La rosa d'oro del Papa
L'accento posto, nel corso dei secoli,
sul dono pontificio ha messo in ombra l'originario significato del
gesto, che si inquadrava nella liturgia stazionale romana.
Analogamente ad altri riti e tradizioni papali, anche per la rosa
d'oro, possiamo distinguere due periodi: prima di Avignone e dopo il
rientro dei Papi a Roma.
Nel primo periodo, la rosa d'oro
veniva benedetta durante la statio della domenica di Quaresima, che
si teneva a Santa Croce in Gerusalemme. Nel corso della liturgia
della domenica Laetare, il Papa portava nella mano sinistra, dopo
averla benedetta, la rosa d'oro, che deponeva poi sull'altare della
basilica sessoriana. Al termine della celebrazione eucaristica, il
Pontefice la riprendeva e la portava fino al rientro nel patriarchio
lateranense, donandola, infine, al prefetto dell'Urbe, che aveva
partecipato al rito a nome della città.
L'Ordo XI descrive la celebrazione nei
dettagli. Il Papa si recava con solenne cavalcata, dal palazzo
lateranense alla basilica di Santa Croce, dove cantava la messa,
predicava tenendo in mano la rosa d'oro benedetta e, dopo essersi
soffermato sulla liturgia del giorno, la mostrava al popolo,
istruendolo sul suo mistico significato. Al termine della
celebrazione ritornava al Laterano in cavalcata con la rosa in mano.
Al portico della basilica, vestito di porpora con calze color oro,
il prefetto di Roma - che lo aveva accompagnato a piedi, fungendo da
palafreniere - lo aiutava a scendere da cavallo sostenendogli la
staffa. Smontato dalla cavalcatura, il Papa gli donava la rosa, che
egli riceveva genuflesso, baciando subito dopo il piede del
Pontefice.
Al rientro da Avignone si cominciò a
benedire la rosa d'oro nel palazzo lateranense. A partire dalla metà
del Quattrocento si destinò a tale scopo la sala dei Paramenti. Il
cerimoniale di Patrizi Piccolomini e del Burcardo, pubblicato poi da
Cristoforo Marcello, descrive la sequenza rituale, rimasta, con
qualche piccola variazione, immutata fino al secolo scorso. Il testo
ricorda che è consuetudine per il Papa nella quarta domenica di
Quaresima, nella quale si canta Laetare Hierusalem, benedire la rosa
d'oro. Destinata poi a essere donata dallo stesso Pontefice,
immediatamente dopo la celebrazione della messa, a un principe, se
presente al sacro rito, o a essere inviata a qualche personalità o
istituzione dopo aver consultato i cardinali "in circolo nella sua
camera o dove ad egli più piacerà".
All'inizio del rito la rosa d'oro
veniva posta su un piccolo altare, appositamente allestito nella
sala dei Paramenti, con due candelieri accesi. Il Papa, dopo aver
indossato il camice, la stola, il manto e la mitra, si avvicinava
all'altare dove era collocata la rosa. E deposta la mitra, iniziava
il rito con il versetto Adiutorium nostrum in nomine Domini, il
saluto liturgico e l'orazione di benedizione. Terminata la quale, un
chierico di camera, in cotta e rocchetto, reggeva la rosa dinanzi al
Pontefice, che la ungeva con il balsamo e introduceva una piccola
parte di unguento, misto a muschio tritato, nel bocciolo più grande,
dov'era stato ricavato un piccolo serbatoio. Balsamo e muschio gli
venivano presentati dal sacrista pontificio.
Subito dopo, infuso l'incenso portogli
dal cardinale primo dei preti, il Papa aspergeva con l'acqua
benedetta la rosa e la incensava. Il chierico di camera la
consegnava quindi al cardinale diacono che a sua volta la dava al
Papa, il quale si recava ad assistere alla cappella con la rosa
nella mano sinistra e la destra benedicente. Giunto al faldistorio
davanti all'altare, prima di inginocchiarsi per un breve momento di
adorazione, il Papa porgeva nuovamente al cardinale diacono la rosa,
che veniva consegnata al chierico di camera, il quale la poneva
sull'altare, nel mezzo, su un velo rosaceo ricamato in oro.
Al termine della messa, ripetuta
l'orazione al faldistorio davanti all'altare, il Papa riprendeva la
rosa con le stesse modalità e ritornava nella sala dei Paramenti, o
nei suoi appartamenti, dove veniva ammesso il principe o il
personaggio a cui la rosa era destinata. Questi genuflesso ai piedi
del Pontefice riceveva il dono con queste parole: Accipe rosam de
manibus nostris, qui licet immeriti locum Dei in terris tenemus, per
quam designatur gaudium utriusque Hierusalem, triumphantis scilicet
et militantis Ecclesiae, per quam omnibus Christi fidelibus
manifestatur flos ipse speciosissimus, qui est gaudium, et coronam
sanctorum omnium suscipe hanc tu dilectissime fili, qui secundum
saeculum nobilis, potens ac multa virtute praeditus es, ut amplius
omni virtute in Christo Domino nobiliteris tamquam rosa plantata
super rivos aquarum multarum, quam gratiam ex sua ubertati clementia
tibi concedere dignetur, qui es trinus et unus in saecula saeculorum.
Amen. In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti ("Ricevi dalle
nostre mani, quale immeritato vicario di Cristo in terra, la rosa,
con la quale è reso manifesto il gaudio delle due Gerusalemme, della
Chiesa trionfante come di quella militante, e per la quale a tutti i
fedeli di Cristo è significato Egli stesso, il fiore più splendente,
che è la gioia e la corona di tutti i santi: accettala, Tu, o
dilettissimo figlio, che in terra sei nobile, potente e ricco di
virtù, affinché, come la rosa piantata lungo copiosi corsi d'acqua,
così tutte le tue virtù siano in Cristo Signore nobilitate. A te,
dalla sua infinita clemenza, si degni di concedere tale grazia,
Colui che è uno e Trino nei secoli dei secoli. Amen. Nel nome del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo").
Qualora il destinatario non fosse
presente, la rosa veniva fatta pervenire per mezzo di un'apposita
legazione, della quale facevano parte anche i latori della rosa
d'oro, membri del patriziato romano, la cui carica era prevista sino
alla riforma della cappella e della famiglia pontificia compiuta da
Paolo vi. La consegna della rosa era accompagnata da una lettera
apostolica che ne illustrava il significato e da un'apposita
istruzione dei maestri di cerimonia apostolici sui riti da
osservare.
La benedizione della rosa era
riservata sempre e solo al Papa. Infatti, quando egli era fuori Roma
- come accadde nel corso della visita di Pio vi a Vienna nel 1782 -
la rosa non veniva benedetta, ma si esponeva nella cappella papale
quella benedetta l'anno precedente. Qualora nel corso dell'anno non
fosse stata donata, si benediceva nuovamente la stessa rosa. Nel
caso, invece, di impedimento del Pontefice, per malattia o per l'età
avanzata, la rosa veniva benedetta nella cappella privata. Alcune
volte, in ragione del calendario che faceva coincidere la quarta
domenica di Quaresima con la solennità dell'Annunciazione, la rosa
si benediceva nella sagrestia della basilica di Santa Maria sopra
Minerva, dove si teneva la cappella papale.
Originariamente la rosa d'oro indicava
principalmente gioia e allegrezza per la Pasqua imminente, e aveva
un profondo significato cristologico, in quanto - come recitava la
preghiera di benedizione - essa rappresentava il giglio delle valli,
il fiore di campo: cioè Cristo. All'unico Signore si chiedeva che la
Chiesa, per mezzo delle buone opere, potesse associarsi alla
fragranza di quel fiore e spandere il buon profumo di Cristo nel
mondo. Così, a chi la riceveva in dono, veniva riconosciuto il
compito di portare il buon odore di Cristo, con la vita e le opere
al servizio della Chiesa. Anche il dono a una chiesa o a un
santuario mariano riconduceva allo stesso significato: portare
Cristo al mondo.
Circa l'origine del rito sappiamo che
Leone ix (1049-1054) chiese ai monasteri da lui fondati in Alsazia
di far giungere ogni anno a Roma una rosa d'oro già fusa, o il
quantitativo d'oro sufficiente a confezionarla. La rosa doveva
arrivare in città in tempo per la statio quaresimale della domenica
Laetare. Dunque, durante il pontificato di Leone ix la cerimonia
della rosa d'oro era data già in uso. Un erudito del Settecento,
Francesco Annivitti, riprodusse il testo di un manoscritto
conservato nel monastero di Santa Croce in Gerusalemme, contenente
l'omelia di Onorio iii in occasione della domenica Laetare del 1217,
che attribuiva ad un beato Gregorio Papa l'introduzione del rito.
Chi fosse questo beato è difficile dire.
A Benedetto XIV - sulla cui opera
anche in campo liturgico non si è forse scritto e investigato
abbastanza - dobbiamo molte notizie utili sull'argomento. Nella sua
lettera Quarta vertentis, del 24 marzo 1751, troviamo un piccolo
trattato sulla rosa d'oro, che egli mandava alla metropolitana di
Bologna, sua antica sede episcopale. Papa Lambertini, infatti, fece
studiare a fondo il significato e l'origine della rosa, promuovendo
anche alcune accademie, svoltesi alla sua presenza. Molti scrittori
sono concordi nel narrare che l'alsaziano Leone ix, volle sottoporre
immediatamente alla Sede romana, esentandolo dalla giurisdizione del
vescovo locale, il monastero di Santa Croce nella diocesi di Tulle.
E a ricordo di questa libertà, impose di mandare al Papa, ogni anno,
otto giorni prima della quarta domenica di Quaresima, una rosa d'oro
o due oncie romane dello stesso metallo. Il pagamento di tale
quantità di oro verrà puntualmente registrata nel Liber censuum di
Cencio Camerario.
Monsignor Lonigio, maestro di
cerimonie sotto Paolo v, narra invece che Leone ix avrebbe chiesto
il pagamento della rosa d'oro alla badessa del monastero di Bamberga,
a ricordo dell'esenzione dalla giurisdizione dell'ordinario. Il
Besozzi, altro erudito che aveva scritto sull'argomento, osservava
che se Leone ix obbligò le monache di Bamberga a mandare la rosa
d'oro, la tradizione di benedire la rosa esisteva già da qualche
tempo. Benedetto xiv sposò questa affermazione, non ritenendo Leone
ix autore del rito, in quanto la rosa d'oro era già consuete portari
nella quarta domenica di Quaresima: parole che dimostrerebbero come
il rito fosse stato precedentemente introdotto e che il Pontefice
alsaziano ne avesse solo addossato la spesa al suo monastero.
Possiamo, pertanto, convenire con
Benedetto xiv che si tratta di un rito particolarmente antico, già
in uso al tempo di Leone ix. Gaetano Moroni sembra accogliere
l'ipotesi che "questo sagro donativo vuolsi dai Papi surrogato a
quello delle chiavi d'oro e d'argento, che con la limatura delle
catene di san Pietro solevano benedire e inviare in dono ai grandi
personaggi".
Anche la forma della rosa mutò con il
tempo. Originariamente era composta da un solo fiore, tinto di rosso
nel bocciolo. Il rosso fu poi sostituito da un rubino e da altre
pietre preziose. Successivamente la rosa assunse la forma di un ramo
spinoso con più fronde, fiorito e con in cima una rosa più grande,
in oro puro. Nel mezzo della principale era inserita una piccola
coppa, con un coperchio o una sottile lamina forata, nella quale il
Papa versava il balsamo e il muschio tritato, rito introdotto per
imitare la fragranza soave della rosa e anche per sottolineare il
profondo significato cristologico che le veniva attribuito. Infine,
a partire dal XVI secolo, si cominciò a inserire il ramo di rose in
un vaso e a sostituire l'oro con argento dorato. L'introduzione del
vaso renderà scomodo al Papa reggerla nella mano sinistra e per
questo il chierico di camera che presentava al Pontefice la rosa
avrà il compito di portarla nel tragitto dalla sala dei Paramenti
alla cappella, precedendo il Pontefice.
Scorrendo la lunga lista degli oltre
180 destinatari della rosa d'oro, possiamo leggere anche una
singolare storia del papato, che si interseca con avvenimenti grandi
e piccoli, oltre che con note di colore. La prima rosa consegnata
fuori Roma toccò a Fulcone d'Angers, che aveva dato ospitalità a
Urbano ii (1088-1099). Le rose date ai dogi di Venezia erano,
invece, considerate non come dono alla persona, ma alla Repubblica.
Quella che Benedetto xi inviò nel 1304 al convento dei domenicani di
Perugia fu ben presto venduta per sopperire alla necessità dei
poveri. Enrico viii d'Inghilterra ne ricevette ben due: la prima da
Giulio ii, l'altra da Leone x. Quelle donate da Martino v alla
basilica vaticana e da Clemente vii alla confraternita del Gonfalone
saranno parte del bottino dei lanzichenecchi nel sacco di Roma del
1527.
Nel 1462 Pio ii la donò a Tommaso
Paleologo, fratello di Costantino XI, ultimo imperatore di
Costantinopoli, che il 29 maggio 1453 aveva trovato la morte sulle
mura della città, ormai caduta in mano turca. Fu l'estremo omaggio
del Papa umanista alla cultura di Bisanzio. Una certa eccentricità
mostrò Sisto IV, che volle inviare alla sua città di Savona non una
rosa d'oro, ma un ramo di rovere, allusivo al suo cognome e al suo
stemma. Alessandro vi, invece, la concesse a Cesare Borgia.
Alcune rose d'oro segnarono il
restauro o l'abbellimento delle grandi basiliche romane, come quella
donata da Paolo v alla basilica vaticana per la traslazione dei Papi
santi di nome Leone nel 1608. Molte furono, poi, inviate alle
cattedrali dove i Pontefici erano stati precedentemente vescovi:
Innocenzo xii a Napoli, Urbano viii a Spoleto, Benedetto xiv a
Bologna, solo per citarne alcuni. Tra i santuari mariani, quello di
Loreto ne ricevette il maggior numero. Pio ix la mandò a Maria
Adelaide di Savoia, consorte di Vittorio Emanuele ii, mentre Leone
xiii ne fece dono a Mary Caldwell, unica borghese ad averla
ottenuta, per i meriti acquisiti nella fondazione dell'università
cattolica di Washington. L'ultima sovrana italiana a riceverla sarà
la regina Elena, sposa di Vittorio Emanuele III di Savoia, nel 1937,
da parte di Pio XII. Infine, è significativo notare come, a partire dalla metà del Seicento, la rosa d'oro diventerà sempre più un dono destinato ai santuari mariani, alle regine o a personalità femminili, preferendosi per gli uomini altre distinzioni cavalleresche, in particolare lo stocco ed il berrettone, che si benedicevano a Natale: segno, anche questo, del mutare della percezione del valore simbolico del rito.
Stefano Sanchirico
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