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Il Capecelatro su L'Osservatore Romano

 

Roma, 23 giugno 2012

 

Riportiamo l’articolo di P. Edoardo A. Cerrato pubblicato oggi da “L’Osservatore Romano” sulla figura e l’opera del cardinale Alfonso Capecelatro.

 


 

Per primo in Europa capì chi era Newman

 

Ricorre quest’anno il I centenario della morte di Alfonso Capecelatro dei Duchi di Castelpagano, sodale dell’Oratorio di Napoli, arcivescovo di Capua e cardinale di Santa Romana Chiesa, vissuto nell’epoca di cui il beato Giovanni Paolo II, in relazione a John Henry Newman, disse: «un’epoca travagliata non solo politicamente e militarmente, ma anche spiritualmente. Le vecchie certezze vacillavano e i credenti si trovavano di fronte alla minaccia del razionalismo da una parte e del fideismo dall’altra. Il razionalismo portò con sé il rifiuto sia dell’autorità sia della trascendenza, mentre il fideismo distolse le persone dalle sfide della storia e dai compiti terreni per generare in loro una dipendenza insana dall'autorità e dal soprannaturale».

 

«Il Capecelatro comprese, lui per primo in Europa – scrisse Giuseppe De Luca nel 1962 su L’Osservatore Romano – chi fosse nella sua misura vera il Newman e a che cosa era destinato. A Capecelatro importava come Newman stesse rendendo cattolico il mondo di lingua inglese per la sola via d’una intelligenza aperta, con una altezza e vivezza incoercibile di sentimento, con una percezione parimenti sicura dell’antico immutabile e del nuovo sempre in moto». Usciva infatti a Napoli, nel 1859, a firma del Capecelatro, Newman e la religione cattolica in Inghilterra ovvero l'Oratorio inglese.

 

Alfonso Capecelatro era nato il 5 febbraio 1824 a Marsiglia, dove la famiglia dei Duchi di Castelpagano si trovava esule per il ritorno dei Borboni sul trono di Napoli dopo il regime murattiano. Rientrato nel Regno di Napoli nel 1830 e maturata la chiamata alla vita sacerdotale, nel 1840 Alfonso fu accolto come novizio nell’Oratorio e vi ricevette l’ordinazione sacerdotale nel 1847. Ben presto eletto Preposito, per quindici anni ne esercitò l’incarico con ampia soddisfazione della comunità e con l’ammirazione della società.

La viva intelligenza e l’attività intellettuale che lo caratterizzarono fin da subito – del 1856 è la Storia di s. Caterina da Siena e del papato dei suoi tempi e del 1862 la Storia di s. Pier Damiani e del suo tempo, che rivelano, pur nel carattere agiografico e apologetico, una seria impostazione nell’inquadrare la personalità dei santi nella realtà del loro tempo; nel 1864 Errori di Renan nella Vita di Gesù e Gli ordini religiosi e l’Italia –  indussero papa Leone XIII a nominarlo nel 1879 Vice-bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Seguiranno numerosi altri volumi di una produzione letteraria che Fogazzaro definì “colossale”, e fu ammirata anche da Carducci per il bello stile: la Vita di s. Filippo Neri (Napoli 1887), la Vita del p. Ludovico da Casoria (Napoli 1887), la Vita di s. Alfonso M. de' Liguori (Roma 1889).

 

Il 20 agosto 1880 fu nominato alla sede arcivescovile di Capua e consacrato il successivo 28 ottobre. Nel Concistoro del 27 luglio 1885 Leone XIII lo elevò alla Porpora cardinalizia e nel 1890 lo nominò Bibliotecario di S. R. C, conferendogli l’ufficio in cui, nei secoli precedenti avevano dimostrato il loro valore gli oratoriani card. Baronio (dal 1597 al 1607) e card. Giustiniani (dal 1646 al 1649). Al card. Capecelatro toccò anche la sorte di condividere l’appartenenza al sacro Collegio con i confratelli John Hernry Newman (creato nel Concistoro del 1879) e Sebastiàn Herrero y Espinosa de los Monteros (creato cardinale nel 1903).

 

Come arcivescovo di Capua, per i trentadue anni in cui resse la diocesi, si diede principalmente all’attività pastorale, ma il suo episcopato è caratterizzato anche dalla speciale attenzione posta ai problemi della cultura del clero e del popolo cristiano; diede vita a un importante periodico, La Campania sacra; istituì la scuola di religione per sopperire ai limiti dell'insegnamento religioso praticato nelle scuole statali; organizzò numerose iniziative anche a carattere assistenziale e caritativo, in particolare a favore dei giovani.

 

F. Malgeri rileva, nel Dizionario Biografico degli Italiani, che «la sua voce, comunque, non restò circoscritta ai confini dell’archidiocesi di Capua. Più di una volta si fece sentire in campo nazionale», come in occasione dei dibattiti sul progetto di divorzio da introdurre nella legislazione italiana. «Anche i problemi relativi alla questione sociale vennero affrontati dal Capecelatro ancor prima della pubblicazione dell’enciclica leoniana Rerum Novarum […]».

Alla morte di Leone XIII sembrò che potesse profilarsi una sua candidatura al soglio pontificio, ma l’età ormai avanzata e i troppo definiti orientamenti transigenti in merito alla soluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa in Italia  fecero cadere la candidatura.

 

Il 14 novembre 1912 chiuse a Capua i suoi giorni terreni e, per suo espresso desiderio affidato al testamento, fu sepolto nella Abbazia di Montecassino.

 

«Si può bene affermare, con sicura coscienza – scrisse P. Adimari su L’Osservatore Romano – che il cardinale Alfonso Capecelatro, tra gli altri meriti che ebbe, e in gran numero, soprattutto fu sempre schivo di ogni doppiezza; e questa dote che gli agevolò la perfezione cristiana come sacerdote e come vescovo, improntò pure tutta l’opera letteraria di lui, nella fedeltà della narrazione, nella sobrietà della descrizione, nella misura del commento. Come nelle sue azioni non fu mai alcunché fuori di luogo, così nei suoi scritti non si trova più di quanto occorre perché rispondano al fine che egli si proponeva scrivendo. Nemico di ogni vanità come uomo, nemico di ogni retorica come scrittore, egli serbò costante la sua fisionomia morale; e per questo gli si raccolsero intorno persone varie e discordi, affratellate dalle sue virtù superiori».

 

Merita ascoltare anche la testimonianza del beato Bartolo Longo, che con il Capecelatro fu in stretta relazione di amicizia e di collaborazione: «E’ uno spirito schietto e tranquillo […], intelletto agile, perspicace, lucido, proprio a rendere facili le più difficili questioni, spirito straordinariamente equilibrato che sembra stare più in alto della vita del suo tempo, senza risentirne degli opposti fremiti di passioni».

 

Del suo cammino sulla via dell’Oratorio è testimonianza la vita, ma l’eloquenza dei fatti è accompagnata nel Capecelatro anche da ciò che su san Filippo Neri egli scrisse, in quella Vita che costituisce «il riuscito intento di offrire una biografia nuova del Santo, meglio ambientata nel contesto storico» (A. Cistellini); le pagine dedicate alla spiritualità del santo, soprattutto, provano quanto il Capecelatro in tale spiritualità si sia immerso e quanto l’abbia assimilata.

 

Tra le virtù insistentemente proposte da Padre Filippo ai suoi discepoli, un posto di assoluto rilievo, come fondamento di ogni altra, ha l’umiltà. E nel Capecelatro, insieme alla carità e allo zelo lo zelo apostolico, questa rifuse tanto da essere ammirata anche all’esterno della Chiesa, come rilevava, in morte del cardinale, il Presidente dell’Accademia della Crusca: «Alfonso Capecelatro aveva in sé quanto ha di più eletto la scienza, di più forte la fede, di più soave la carità. La vita di lui è un ministero di sapienza, un sacerdozio di amore, un indefesso apostolato del bene, per la dignità degli scritti, per la magnanimità degli esempi, per la santità delle opere, in cui reca ognora tutto il decoro dell’alta origine, armonizzato con quella umiltà che ad ogni altra virtù aggiunge pregio e alla sapienza splendore».

 

Edoardo Aldo Cerrato, C.O.

 

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