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Nato
a Roma nel 1795, in via del Pellegrino, a pochi passi da “Chiesa Nuova”,
Vincenzo Pallotti fu straordinariamente segnato, fin da bambino, da
un’ardente esigenza di pregare che lo conduceva spesso presso l’altare
di S. Filippo Neri in Santa Maria in Vallicella, la chiesa dove pure
partecipava alle funzioni religiose e dove si intratteneva a colloquio
con i PP. Conca, Calleri e Cesarini. Per tutta la vita conservò con la
“Chiesa Nuova” una affettuosa consuetudine ed il suo vivo amore per S.
Filippo Neri lo rese, nella Roma dell’Ottocento, straordinaria immagine
del grande Apostolo che nel XVI secolo aveva cambiato il volto
spirituale dell’Urbe.
Un
episodio significativo testimonia quanto San Filippo Neri, negli anni
della maturazione della sua vocazione sacerdotale, sia stato per lui
importante: giocando un giorno a palla, il ragazzino era rimasto tutto
assorto per qualche minuto; alla madre che lo destava chiedendogli cosa
stesse facendo rispose misteriosamente: «è quando mi vedrete dir messa
all’altare di San Filippo!». Quante volte sarà visto, lungo gli anni,
sollevato da terra durante la celebrazione…
Ordinato prete della diocesi di Roma nel 1818, Vincenzo Pallotti visse
ispirandosi alle parole di S. Paolo: Charitas Christi urget nos.
Svolse
il ministero tra i ragazzi dei quartieri più popolari, per i quali si
fece promotore di scuole serali di religione e di oratori notturni;
organizzò anche scuole di arti e mestieri e fondò la prima scuola
agraria nella campagna romana. Per potere dedicare tutte le energie ai
poveri, agli infermi, ai carcerati, ai militari, ai condannati a morte,
ai penitenti, rifiutò il canonicato di Santa Maria ad Martyres
(Pantheon) e il beneficio parrocchiale di San Marco a piazza Venezia. Le
missioni popolari e il confessionale furono il suo campo di azione. S.
Gaspare del Bufalo, anch’egli profondamente legato all’Oratorio, gli si
mise al fianco e gli comunicò la sua fiamma di amore per il
preziosissimo Sangue di Gesù. Poiché don Vincenzo possedeva una spiccata
attitudine a coltivare il dono della vocazione alla vita sacerdotale, fu
incaricato nel 1827 della direzione spirituale nel Seminario Romano, a
cui seguì l’impegno nel Collegio di Propaganda Fide e in numerosi altri
Collegi. Tra tante occupazioni, un solo rammarico per Vincenzo: che la
giornata fosse troppo breve per poter comunicare a tutti un po’ del
fuoco che lo consumava.
Per
dare concreta attuazione alla restaurazione della fede e per combattere
l’espansione delle sette massoniche, il Pallotti concepì nel 1835 –
preannuncio di ciò che sarà l’Azione Cattolica – la Società
dell’Apostolato Cattolico “ad salvandas animas et ad destruendum
peccatum”. Vi chiamò uomini e donne di ogni condizione e stato,
convinto che tutti potessero essere “apostoli”, ed al servizio di questa
Pia Unione pose una Congregazione sacerdotale, i cui membri vivono in
comune senza voti, con il solo vincolo derivante dall’«atto formale di
perfetta consacrazione di tutto se stesso a Dio e di perfetto distacco
del cuore dal mondo».
Nel pieno esercizio della sua missione, il
santo si ammalò a morte per un atto di squisita carità: aveva visto, tra
coloro che assiepavano il suo confessionale, un vecchio intirizzito dal
freddo; ancora sudato per la predica, immediatamente egli si tolse di
dosso il mantello e lo diede al povero. Il suo fisico già provato
dall’incessante lavoro, minato dalla tisi, prostrato dai digiuni e dalle
penitenze, non resse l’acutizzarsi della malattia ed il 22 gennaio di
quell’anno (1850), S. Vincenzo Pallotti spirava.
Alcuni
giornali dell’epoca titolarono: «É morto il santo, l’apostolo di Roma. É
morto il padre dei poveri».
Beatificato da Pio XII nell’Anno Santo 1950, da Giovanni XXIII fu
canonizzato il 20 gennaio 1963. Due
anni dopo, il decreto Apostolicam actuositatem del Concilio
Vaticano II dirà solennemente: “I laici derivano il dovere e il diritto
all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo Capo”.
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