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Stabat Mater

 

 

Roma, 18 aprile 2011

 

Il P. Procuratore Generale partecipa in S. Maria in Vallicella al Concerto spirituale  di musiche di A. Vivaldi eseguite dall’Ensemble “Musica perduta” diretto dal M° Nicola Valentini e detta la meditazione sullo “Stabat Mater”:

 

Siamo entrati, amici,  nella Settimana Santa, e anche quest’anno, gli ultimi passi del nostro cammino verso la Pasqua incontrano Colei che più intimamente ha partecipato al mistero di Cristo, il mistero dell’Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione del Verbo eterno fatto uomo per la nostra salvezza.

 

Grazie di cuore al M° Nicola Valentini e all’Ensemble “Musica perduta” che ci introduce all’incontro con la Vergine Madre ritta sotto la croce: in piedi – «Stabat»! – nell’atteggiamento di chi non solo “accetta” la Volontà di Dio, ma vi “aderisce”.

 

La vera accettazione della Volontà divina – spesso misteriosa, diversa, così spesso, dalle nostre terrene attese – comporta infatti l’adesione: un sì d’amore detto con le lacrime, quando questa Volontà è crocifiggente, ma detto! E detto con il tono supplice di chi invoca una grazia, come fa la Chiesa nella sequenza: «Fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum»: rendi ardente il cuore mio nell’amare Cristo Dio!

 

La vera accettazione della Volontà di Dio consiste nell’offerta di sé, ed offrire è libertà: ricevo ciò che mi è dato e riconosco che la mia consistenza, la consistenza di ciò che sto vivendo, è Gesù Cristo. Il mio atto, perciò, diventa domanda che Egli si manifesti.

 

Mentre la musica di Antonio Vivaldi farà risuonare nel nostro animo questo sublime mistero di morte e di vita, di vita che nasce dall’offerta di sé, faremo risuonare nel nostro cuore le parole dell’antica sequenza. Ne sottolineo qualcuna soltanto.

 

«Era in piedi presso la croce» e conobbe lì, Maria, il significato pieno della misteriosa parola pronunciata da Simeone nel tempio di Gerusalemme, tanti anni prima, quando prese tra le braccia il Bimbo: «Una spada ti trafiggerà l’anima».

 

Quella profezia sul Calvario raggiunge il suo compimento: «Cuius ánimam gementem contristátam et dolentem pertransívit gladius» canta la sequenza; e si chiede – ci chiede –: «Quis est homo, qui non fleret…?»: chi non condividerebbe il pianto di Maria di fronte al terribile spettacolo dell’Uomo dei dolori? Chi non piangerebbe nel comprendere che quella croce e tutto ciò che l’ha preceduta non è un incidente di percorso, ma è causato dai nostri peccati?: «Pro peccatis suae gentis – infatti – vidit Jesum in tormentis et flagellis subditum»: per i nostri peccati Egli è stato flagellato ed inchiodato al patibolo!

 

Se non è la consapevolezza dei nostri peccati a suscitare il pianto, la nostra commozione rimane superficiale. Solo questo pianto – come quello di Pietro nel cortile del sommo sacerdote, quando Gesù passando lo guardò – apre il cuore alla misericordia di Dio e lo rende capace di accogliere il dono della salvezza, offerto da Cristo nel momento in cui «emisit spiritum»: spirò effondendo lo Spirito, la vita stessa di Dio, resa disponibile all’uomo.

 

La preghiera, allora, sgorga dal cuore con le lacrime del nostro pentimento: «Fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum, ut sibi complaceam»: Fà che arda il cuore mio nell’amare Cristo Dio per essergli gradito. «Fac, ut portem Christi mortem, passionis fac consortem et plagas recolere»: Fà che io porti la Sua morte, della sua passione sia consorte, e non dimentichi le sue piaghe. E quando il giorno ultimo verrà di questa vita terrena, ed il cielo si splancherà per accogliermi ad ascoltare il Giudizio, «Flammis urar ne succensus, per te, Virgo, sim defensus in die iudicii»: non mi brucino le fiamme, ma da Te, o Vergine, io sia difeso nel giorno del giudizio. «Quando corpus morietur, fac ut animae donetur paradísi gloria»: Nel momento della morte, fà, o Maria, che la gloria del Paradiso sia data alla mia anima.

Amen.

 

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