Roma, 17 dicembre 2009
Alla presentazione ufficiale del volume “Arte e committenza nel
Lazio nell’età di Cesare Baronio” – di cui a suo tempo il nostro
sito ha dato notizia – il Procuratore Generale è rappresentato da fr.
Alberto Bianco, Segretario della Procura Generale, che legge il
saluto che riportiamo:
Con il rammarico di non poter essere presente – come avrei
desiderato – alla presentazione degli Atti del Convegno
Internazionale che il Dipartimento di Filologia e Storia
dell’Università di Cassino ha dedicato a Cesare Baronio nel IV
centenario della morte, porgo, attraverso fr. Alberto Bianco, i
saluti e l’espressione della riconoscenza della Famiglia Oratoriana
ai Relatori e in particolare alla Prof.ssa Patrizia Tosini,
curatrice del prestigioso volume che contribuisce ad arricchire la
messe sempre più copiosa di pubblicazioni e di studi baroniani.
Come ho avuto modo di dire nelle pagine introduttive del volume oggi
presentato, gli studi maturarono nel Baronio anche la sensibilità
per l’arte, fino a condurlo «a ravvisare in essa – come scrive G.
Galasso – un simbolo di grande efficacia funzionale, oltre che di
alto valore estetico, e ad individuare la committenza artistica in
funzione di intenti e di idee che segnano una profonda
trasformazione del mecenatismo rinascimentale e dei suoi criteri
estetici».
Mi sia consentito, nel porgere il più cordiale saluto ai presenti,
rievocare il rapporto che legò Cesare Baronio a san Filippo Neri
riconosciuto dal Baronio come il maestro di quel cammino spirituale
in cui affonda le radici anche la sensibilità culturale e
impostazione di studi che lo resero famoso.
Cesare Baronio ha espresso a Padre Filippo la propria gratitudine
con abbondanza di testimonianze scritte ed orali; Filippo, assai
parco nelle parole, ha testimoniato i suoi sentimenti per il
discepolo soprattutto con una costante opera di formazione; forse la
sua testimonianza verbale più alta è un gesto che il Ricci riporta
in un breve profilo biografico del Baronio: «Vedendolo già d’età
grave ma con semplicità e umiltà di fanciullo soleva dire di lui:
“ecco il mio novizio” ».
Giunto a Roma da Napoli nell’autunno del 1557 per proseguire alla
“Sapienza” gli studi di legge, Cesare iniziò quasi subito a
frequentare gli incontri dell’Oratorio, dove Padre Filippo, con una
delle sue straordinarie intuizioni, volle che si dedicasse a
raccontare la storia della Chiesa.
Era il più dotato intellettualmente ed il più colto, ma la sua
semplicità risulta evidente anche da quanto egli scrive alla madre,
in una lettera del 2 gennaio 1561, presentando se stesso nel
rapporto con Padre Filippo: «Un pulcino sotto l’ale de la biocca […]
allegro e contento e tutto satisfatto».
Baronio ebbe sempre chiarissima consapevolezza che doveva tutta la
sua formazione spirituale ed intellettuale a Filippo ed al suo
ambiente e ne diede ripetute testimonianze: nella famosa dedica a
Padre Filippo del tomo VIII degli Annales, sulla quale merita
ricordare le osservazioni di valenti studiosi quali Hubert Jedin,
Antonio Cistellini, Maria Teresa Bonadonna Russo; ma ancor più nella
dichiarazione di grata riconoscenza per Roma che lo accolse “vagante
giovinetto e senza fremo e lo pose discepolo sotto il giogo di
Cristo”, dove è evidente che i sentimenti di gratitudine sono
fondamentalmente espressi alla città per avergli fornito l’occasione
di incontrare Padre Filippo ed il cenacolo filippino, di cui il
Baronio farà l’esplicito elogio nel I tomo degli Annales, quando, in
relazione all’anno 57, presenterà il rinnovarsi in Roma, nel proprio
tempo, della esperienza della primitiva comunità cristiana.
Primo tra i discepoli di Filippo a ricevere l’ordinazione
sacerdotale, egli iniziò a S. Giovanni dei Fiorentini, di cui
Filippo Neri aveva dovuto accettare la cura pastorale, la vita
comunitaria nel 1564, l’anno che gli storici definiscono l’anno
primo della Chiesa post-tridentina. E dovette accollarsi le mansioni
più umili, come quella di attender alla cucina; ma egli – che pure,
in un moto di stanchezza condita di ironia, scrisse sulla cappa del
camino “Caesar Baronius coquus perpetuus” – non mostra di esserne
scontento: «In casa nostra – scriverà al padre l’11 aprile 1569 –
non si sente né carestia né tribulatione altra esteriore; ho paura
di aver qua il Paradiso».
L’impegno nello studio, intanto, cresceva visibilmente: sul copioso
materiale reperito nel preparare i sermoni sulla storia della
Chiesa, il Baronio lavorava alla stesura degli Annales
Ecclesiastici, il cui primo tomo avrebbe visto la luce nel 1588.
Sono gli anni in cui la giovanissima Congregazione dovette
affrontare i problemi e le fatiche legati a imprese, anch’esse
colossali, dei suoi inizi, tra cui la costruzione dalle fondamenta
della Chiesa Nuova.
Baronio, che pure fu esentato nel 1581 dall’incarico della
parrocchia “acciò possa comodamente attendere all’Istorie
ecclesiastiche”, non poteva essere del tutto esonerato da ogni
ufficio. Sull’impegno del confessionale, poi, Padre Filippo non
transigeva; ed era quello che al Baronio più pesava per le varie
«faccende – scrive egli stesso – a questo officio congiunte: come
visitare infermi, trattar paci, andar per tribunali e carceri et
altre cose simili, quali mi tengono talmente occupato e distratto
che mi tolgono la gran parte del tempo».
L’affetto e la stima di Padre Filippo verso il discepolo non furono
mai in discussione, neppure nei momenti in cui l’azione formatrice
di Filippo parve imporsi con una durezza che poté dare a p. Cesare
l’impressione di non essere amato da quel Padre a cui si era
totalmente affidato e che solo desiderava compiacere.
E’ vero che, quanto a temperamento e stile, il lieto e signorile
fiorentino ed il poco raffinato e piuttosto malinconico sorano non
possedevano molte affinità, ma è variamente testimoniato l’affetto
del Padre nelle attenzioni rivolte a Cesare: che il Baronio
prendesse, ad esempio, il necessario nutrimento; o nel fornirgli
aiuto in cose materiali, verso le quali Cesare aveva davvero scarsa
propensione; e in occasione di diverse infermità durante le quali
sempre gli fu vicino, spesso ottenendogli una improvvisa guarigione,
come nel caso del 1572, testimoniato dallo stesso Baronio.
Per la stima che nutriva verso il discepolo, dimettendosi
dall’incarico di Preposito nel 1593, Padre Filippo volle il Baronio
come suo successore nel governo della Congregazione, mostrando
concretamente al suo figlio spirituale quanta fosse la
considerazione in cui lo teneva, «al di là di ogni suo possibile
atteggiamento esteriore – scrive la Bonadonna Russo – compresi
quegli scherzi e quelle imposizioni che, ad un carattere come quello
del Baronio, così poco disponibile all’umorismo, potevano sembrare
particolarmente umilianti».
Edoardo Aldo Cerrato, C.O.