Fedele amico di Cristo e infaticabile suo ministro
Il Venerabile Antonio Grassi dell’Oratorio di San
Filippo Neri è a buon merito da annoverarsi tra i più
fedeli amici di Cristo e suoi infaticabili ministri.
Infatti, per ottant’anni, quanto più fu nutrito con
larghezza da Dio del pane della vita e dell’intelletto e
abbeverato dell’acqua della sapienza salutare, tanto più
corrispose di giorno in giorno ai doni della grazia
divina, a nulla badando più che a divenire conforme
all’immagine del Figlio di Dio. L’eccellenza della sua
santità emerse soprattutto nel coltivare la pietà e la
religione, nel rinnegamento di sé, nell’ardore per la
salvezza delle anime, così che uomini anche insigni per
dignità e prudenza lo stimavano come un vero emulatore
di Filippo Neri e gli richiedevano preghiere e consigli
di celeste sapienza.” (S.R.C. Decr. de Approb. mirac. 12
nov. 1893).
“Egli infatti si mostrò in tutto un insigne imitatore
del Padre Filippo” (S.R.C. Decr., super Tuto 11 febbr.
1894).
È certo che la Santa Sede ha a buon merito proferito
così grandi elogi di tal genere per le azioni e le gesta
del venerabile Servo di Dio.
Egli, infatti, prima della sua nascita e appena nato, fu
preannunziato “santo” e “gran servo di Dio”. Vide la
luce a Fermo nel 1592, vivente ancora san Filippo e fu
battezzato dal padre Civitella, divenuto poi Preposito
dell’Oratorio di quella stessa città.
Fu uomo di tale purezza che, come un novello Bernardino
da Siena, quand’era ancora un ragazzo, la sua sola
presenza o la parola: “C’è Antonio”, bastava a
distogliere i più giovani compagni da un qualsiasi
discorso meno onesto. E questa angelica virtù fu
indicata e da un soave odore che usciva dal corpo di
Antonio, sia da vivo che da morto, e da un intollerabile
fetore con il quale il Servo di Dio riconosceva
prodigiosamente la presenza degli impudichi, e, infine
dalla prodigiosa esclamazione di una bimba di appena due
anni: “Ecco un Angelo, ecco un Angelo”, mentre più volte
indicava Antonio in chiesa.
Reso consapevole della sua vocazione oratoriana dal suo
direttore spirituale, che era un discepolo di san
Filippo, a sedici anni diede l’addio al mondo entrando
nella Congregazione di Fermo, il cui Oratorio
frequentava sin dall’infanzia.
“Tenendo fissa ai suoi occhi l’immagine di san Filippo
suo padre e precettore, fu talmente costante e sempre
simile a se stesso nella custodia delle leggi anche le
più piccole, da non allontanarsi a destra o a sinistra
nell’osservanza della legge del Signore per sessanta e
più anni. E di questi, per trentasette, esempio nuovo e
inusitato, fu Preposito di quella Congregazione, e come
lucerna che brilla su un candeliere effuse sempre
l’inestinguibile lume delle sue virtù e si fecce tutto a
tutti per guadagnare tutti a Cristo, “ (S.R.C. Decr. de
approb. virtut. 1 april 1770).
Nel 1625 venne a Roma per lucrare l’indulgenza plenaria
del grande Giubileo, e lì diede soddisfazione ai suoi
sentimenti di pietà e devozione soprattutto visitando i
luoghi a cui il suo amatissimo Padre e Patrono aveva
dato lustro da vivo.
Acceso d’amor divino, ricercava un dolce riposo
nell’aperta piaga del costato di Cristo e, divenuto caro
a Dio e agli uomini entrò in amicizia e ricevette lode
dagli illustri discepoli di san Filippo ancora
superstiti, tra cui il padre Consolini, che fu molto
caro a san Filippo. Anzi, con la sua dolcezza e fama di
virtù trasse a sé l’intera famiglia della Congregazione
dell’Oratorio, al punto che i Filippini di altre regioni
con amorevolissime lettere richiesero a gara l’estrema
benedizione di Antonio, ormai spossato dalla vecchiaia e
dalle fatiche.
Fu un esimio cultore della devozione mariana; ogni anno
si recava in devoto pellegrinaggio alla Santa Casa di
Loreto, in cui il Verbo si fece carne, e lì godeva di
mirabili elevazioni e di una somma dolcezza dello
spirito. Predicava assiduamente le lodi della Beata
Vergine Maria e le cantava con dolcezza. Ricorreva poi a
san Filippo come mediatore per ottenere più
efficacemente l’intercessione della Santissima Madre di
Dio, dicendo: “Tutto ciò che la Beata vergine Maria
implora da Gesù Cristo suo Figlio lo ottiene; tutto
quello che san Filippo implora dalla Beata Vergine lo
consegue”. Per questo celebrava con devozione le grandi
virtù del Santo Padre ed era solito dire ai confratelli:
“Oh, con quanto onore e riguardo ci ha fatti degni di
essere figli di san Filippo!”.
Risulta dai processi apostolici che tutte le virtù del
venerabile Antonio furono eroiche. Per questo Dio
confermò con celesti carismi la straordinaria santità
del suo servo. Ornato da Dio del dono della profezia,
delle guarigioni e dei miracoli, trasferì su di sé per
affetto di carità gli altrui dolori, trasformò inargento
delle monete di bronzo, si diletta della desiderata
presenza e del canto di un passerotto ed è messo in luce
da altri prodigi.
Soprattutto nell’ultima malattia fu un perfetto modello
di pazienza, traendo grande consolazione dalla pia
considerazione della sacre Stigmate di san Francesco di
cui - asseriva - voleva essere partecipe, in quanto
ascritto all’Arciconfraternita dei Cordigeri del
Serafico Padre. Infine, preavvisato dalla Beata Vergine
Maria, per mezzo di San Filippo, della prossima morte e
della salvezza eterna, con incredibile gioia esclamò. “O
quanta felicità, o che grande consolazione, essere un
figlio di san Filippo nel transito da questa vita!”.
Morì il 13 dicembre 1671.