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Memoria del Beato Antonio Grassi

 

 

Roma, 15 dicembre 2007

 

In ricordo del beato discepolo di S. Filippo neri, riportiamo un passo della “Lettera fraterna a tutti i confratelli Oratoriani” del Cardinale Alfonso Capecelatro, della Congregazione dell’Oratorio, Bibliotecario di S. R. C. (Roma, 24 maggio 1900):

 

 

Fedele amico di Cristo e infaticabile suo ministro
 

Il Venerabile Antonio Grassi dell’Oratorio di San Filippo Neri è a buon merito da annoverarsi tra i più fedeli amici di Cristo e suoi infaticabili ministri. Infatti, per ottant’anni, quanto più fu nutrito con larghezza da Dio del pane della vita e dell’intelletto e abbeverato dell’acqua della sapienza salutare, tanto più corrispose di giorno in giorno ai doni della grazia divina, a nulla badando più che a divenire conforme all’immagine del Figlio di Dio. L’eccellenza della sua santità emerse soprattutto nel coltivare la pietà e la religione, nel rinnegamento di sé, nell’ardore per la salvezza delle anime, così che uomini anche insigni per dignità e prudenza lo stimavano come un vero emulatore di Filippo Neri e gli richiedevano preghiere e consigli di celeste sapienza.” (S.R.C. Decr. de Approb. mirac. 12 nov. 1893).
 

“Egli infatti si mostrò in tutto un insigne imitatore del Padre Filippo” (S.R.C. Decr., super Tuto 11 febbr. 1894).
 

È certo che la Santa Sede ha a buon merito proferito così grandi elogi di tal genere per le azioni e le gesta del venerabile Servo di Dio.
 

Egli, infatti, prima della sua nascita e appena nato, fu preannunziato “santo” e “gran servo di Dio”. Vide la luce a Fermo nel 1592, vivente ancora san Filippo e fu battezzato dal padre Civitella, divenuto poi Preposito dell’Oratorio di quella stessa città.
 

Fu uomo di tale purezza che, come un novello Bernardino da Siena, quand’era ancora un ragazzo, la sua sola presenza o la parola: “C’è Antonio”, bastava a distogliere i più giovani compagni da un qualsiasi discorso meno onesto. E questa angelica virtù fu indicata e da un soave odore che usciva dal corpo di Antonio, sia da vivo che da morto, e da un intollerabile fetore con il quale il Servo di Dio riconosceva prodigiosamente la presenza degli impudichi, e, infine dalla prodigiosa esclamazione di una bimba di appena due anni: “Ecco un Angelo, ecco un Angelo”, mentre più volte indicava Antonio in chiesa.
 

Reso consapevole della sua vocazione oratoriana dal suo direttore spirituale, che era un discepolo di san Filippo, a sedici anni diede l’addio al mondo entrando nella Congregazione di Fermo, il cui Oratorio frequentava sin dall’infanzia.
 

“Tenendo fissa ai suoi occhi l’immagine di san Filippo suo padre e precettore, fu talmente costante e sempre simile a se stesso nella custodia delle leggi anche le più piccole, da non allontanarsi a destra o a sinistra nell’osservanza della legge del Signore per sessanta e più anni. E di questi, per trentasette, esempio nuovo e inusitato, fu Preposito di quella Congregazione, e come lucerna che brilla su un candeliere effuse sempre l’inestinguibile lume delle sue virtù e si fecce tutto a tutti per guadagnare tutti a Cristo, “ (S.R.C. Decr. de approb. virtut. 1 april 1770).
 

Nel 1625 venne a Roma per lucrare l’indulgenza plenaria del grande Giubileo, e lì diede soddisfazione ai suoi sentimenti di pietà e devozione soprattutto visitando i luoghi a cui il suo amatissimo Padre e Patrono aveva dato lustro da vivo.
 

Acceso d’amor divino, ricercava un dolce riposo nell’aperta piaga del costato di Cristo e, divenuto caro a Dio e agli uomini entrò in amicizia e ricevette lode dagli illustri discepoli di san Filippo ancora superstiti, tra cui il padre Consolini, che fu molto caro a san Filippo. Anzi, con la sua dolcezza e fama di virtù trasse a sé l’intera famiglia della Congregazione dell’Oratorio, al punto che i Filippini di altre regioni con amorevolissime lettere richiesero a gara l’estrema benedizione di Antonio, ormai spossato dalla vecchiaia e dalle fatiche.
 

Fu un esimio cultore della devozione mariana; ogni anno si recava in devoto pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, in cui il Verbo si fece carne, e lì godeva di mirabili elevazioni e di una somma dolcezza dello spirito. Predicava assiduamente le lodi della Beata Vergine Maria e le cantava con dolcezza. Ricorreva poi a san Filippo come mediatore per ottenere più efficacemente l’intercessione della Santissima Madre di Dio, dicendo: “Tutto ciò che la Beata vergine Maria implora da Gesù Cristo suo Figlio lo ottiene; tutto quello che san Filippo implora dalla Beata Vergine lo consegue”. Per questo celebrava con devozione le grandi virtù del Santo Padre ed era solito dire ai confratelli: “Oh, con quanto onore e riguardo ci ha fatti degni di essere figli di san Filippo!”.
 

Risulta dai processi apostolici che tutte le virtù del venerabile Antonio furono eroiche. Per questo Dio confermò con celesti carismi la straordinaria santità del suo servo. Ornato da Dio del dono della profezia, delle guarigioni e dei miracoli, trasferì su di sé per affetto di carità gli altrui dolori, trasformò inargento delle monete di bronzo, si diletta della desiderata presenza e del canto di un passerotto ed è messo in luce da altri prodigi.
 

Soprattutto nell’ultima malattia fu un perfetto modello di pazienza, traendo grande consolazione dalla pia considerazione della sacre Stigmate di san Francesco di cui - asseriva - voleva essere partecipe, in quanto ascritto all’Arciconfraternita dei Cordigeri del Serafico Padre. Infine, preavvisato dalla Beata Vergine Maria, per mezzo di San Filippo, della prossima morte e della salvezza eterna, con incredibile gioia esclamò. “O quanta felicità, o che grande consolazione, essere un figlio di san Filippo nel transito da questa vita!”.
 

Morì il 13 dicembre 1671.
 

 

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