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Nuova pubblicazione sulla Chiesa Nuova

 

 

Roma, 15 giugno 2012

 

E’ fresco di stampa, e non ancora giunto in Italia, il pregevole volume Chiesa Nuova-Roma. S. Maria in Vallicella, (Netbox Polska, Gostyn, 2012) che i Padri Filippini di Polonia hanno pubblicato come omaggio alla Congregazione dell’Oratorio di Roma, “ad immagine della quale tutte le altre, lungo i secoli, sono nate”, come si legge nella dedica. “A Padre Edoardo Aldo Cerrato, Procuratore Generale della Confederazione dell’Oratorio, e a Padre Wlodzimierz Tyka, Preposito della Congregazione dell’Oratorio di Roma – scrive P. Zbigniew Starcewski – consegno questo dono che esprime la riconoscenza dei Polacchi e auguro che il bonum, il pulchrum, il verum mostrati dalle pagine di questo album ispirino coloro che, affascinati dall’Apostolo di Roma, lo vorranno fedelmente imitare”; la pubblicazione vede la luce “anche in vista del prossimo Cinquecentesimo anniversario della nascita del S. P. Filippo (1515-2015) e nel Quattrocentotrentesimo del primo Collegio Polacco in Roma (1582-2012), di cui agli inizi san Filippo e la Congregazione Romana ebbero la cura”.
 

Ricco di stupende immagini, corredate da precise didascalie di carattere storico-artistico a cura di Alberto Bianco, direttore dell’Archivio della Congregazione di Roma, il volume (287 pagine, di formato cm. 32x24) si presenta come album fotografico, suddiviso in sei capitoli (S. Maria in Vallicella; Cappella di S. Carlo Borromeo; Cappella di S. Filippo; Stanze di S. Filippo; Sacrestia, paramenti e argenti; Archivio), ognuno dei quali introdotto da testi – in italiano, inglese e polacco – di P. Edoardo Aldo Cerrato.
 

Del medesimo autore riportiamo l’Introduzione generale al volume.

 



INTRODUZIONE

«Cercate ogni giorno il volto dei santi e la loro compagnia», afferma un antichissimo testo cristiano.
 

Quando si entra in Santa Maria in Vallicella, la “Chiesa Nuova” dei Romani, prima di vedere il volto di san Filippo Neri nell’urna della sua cappella, i nostri occhi si posano ammirati sul suo volto che è anche questa chiesa da lui pensata ed edificata quando Gregorio XIII, il 15 luglio 1575, nel cuore del primo Anno Santo seguito al Concilio Tridentino, riconobbe la Congregazione dell’Oratorio e le assegnò la piccola “S. Maria in Vallicella”, bisognosa di restauri.
 

Non passarono tre mesi e già nell’ottobre Padre Filippo faceva gettare le fondamenta della nuova chiesa. Tutto fu voluto da lui: la forma solenne e armoniosa che noi ammiriamo, le dimensioni maestose, la successione delle cappelle con le tele degli altari che cantano il mistero di Cristo e di Maria, strettamente congiunti.
 

Nel tempo suo la “Chiesa Nuova” era ancora tutta bianca di calce: gli stupendi colori degli affreschi e delle pitture, gli stucchi che la ornano con un volo di più di quattrocento angeli, i Rubens del presbiterio, le dorature e molte delle opere d’arte che l’avrebbero impreziosita ancora non c’erano…
 

Delle icone degli altari gli occhi di Padre Filippo si posarono soltanto sulla Visitazione di Federico Barocci che «assai gli piaceva» (Bacci) per il contenuto e lo stile con cui il pittore mirabilmente traduceva la cristiana letizia di Filippo: di fronte a questa immagine, uscendo dal suo confessionale, spesso egli si fermava a pregare e l’estasi lo coglieva…
 

Vide anche le tele dell’Annunciazione del Passignano; della Adorazione dei pastori dell’Alberti; dell’Adorazione dei Magi del Nebbia; della Crocifisione del Pulzone; dell’Ascensione del Muziano; e vide, allora in una cappella laterale, la venerata immagine di S. Maria della Vallicella che ora veneriamo come icona dell’altar maggiore.

Diversamente da altri esponenti della vita devota, il fiorentino Filippo fu sensibile a tutte le espressioni della bellezza: quelle naturali e quelle delle arti.
 

Comprese che la bellezza è una via: la via Pulchritudinis che Papa Benedetto XVI non si stanca di richiamare e che la Chiesa costantemente ha percorso lungo i secoli, nella consapevolezza che l’arte vera coglie nel visibile l’Invisibile, e svolge un servizio prezioso all’annuncio della fede.
 

La conoscenza di Dio, la comunione con Lui vissuta anche attraverso la via della bellezza, fu la proposta di Padre Filippo ai suoi discepoli. Aveva compreso, per personale esperienza, che in questo cammino si cresce nel ragionevole riconoscimento (l’umiltà di Filippo) che siamo creature di Dio: un Dio che infinitamente ci supera, ma che, con un dono di grazia, ci ha fatto suoi figli e in Gesù Cristo ci dona «cento volte tanto» in gusto, amore, passione per la vita: l’esperienza che fa dire a Filippo: «Chi vuol altro che non sia Cristo non sa quel che si voglia. Omnia vanitas se non Cristo»: tutto è vuoto, inconsistente, senza di Lui!
 

Gesù Cristo è la suprema Bellezza a cui ogni espressione della bellezza creata rimanda, poiché ogni espressione del bello è «splendor veri»: un raggio di luce della Verità che provoca il cuore dell’uomo e gli fa percepire il desiderio di conoscere. Per questo Dostoevskij poteva dire: «Il mondo sarà salvato dalla bellezza» e il beato Giovanni Paolo II poteva indicarne la ragione: «La bellezza infonderà sempre quello stupore e trasmetterà quell’entusiasmo che permetteranno di rialzarsi e di ripartire» (Lettera agli artisti, 1999).
 

In tutte le sue espressioni, la bellezza testimonia il Creatore: «Pulchritudo eorum, confessio eorum» diceva sant’Agostino. Per questo essa educa: muove l’uomo a vivere l’armonia della vita morale: «Come si fa ad essere cattivi – si chiedeva un personaggio del film “Le vite degli altri” – dopo aver sentito una musica così bella?».
 

Anche nella nostra società, caratterizzata da una “cultura dell’immagine” che spesso mostra, però, di aver perso il gusto per l’immagine bella e significativa, Padre Filippo, attraverso la bellezza della sua “Chiesa Nuova”, generata dalla fede sua e dei suoi, dalla fede cristiana degli stessi artisti che vi hanno lavorato, ancora parla ai “lontani” del Mistero a cui il cuore dell’uomo è orientato, dell’Oltre e dell’Altro di cui l’uomo ha bisogno; e continua a indicare ai “vicini” la Presenza della “vite”, Gesù Cristo, da cui i “tralci” traggono linfa (Giov. 15, 1-8).
 

Attraverso la bellezza di questa sua “Chiesa Nuova”, Padre Filippo ci ha mostrato la bellezza di Dio e la bellezza della Sposa di Cristo, la bellezza della vita cristiana, con i suoi momenti di sofferenza e di gioia, di canto e di fatica, ma bella sempre perché sostenuta dall’Amore infinito di Colui che per noi ha dato la vita.

Filippo Neri nasce a Firenze il 21 luglio 1515.
 

La famiglia, che aveva conosciuto in passato una certa importanza, risentiva allora delle mutate condizioni politiche e viveva in modesto stato economico. Il padre, ser Francesco, era notaio, ma l’esercizio della sua professione era ristretto ad una piccola cerchia di clienti; la madre, Lucrezia da Mosciano morì poco dopo aver dato alla luce il quarto figlio.
Filippo, il secondogenito, si trovò affidato alle cure della nuova sposa di ser Francesco con la quale instaurò un affettuoso rapporto. Dotato di un bellissimo carattere, pio e gentile, vivace e lieto, era da tutti chiamato “Pippo buono”.
 

Dal padre, e da un certo Maestro Clemente, ricevette la prima istruzione che lasciò in lui soprattutto il gusto dei libri e della lettura, una passione che lo accompagnò per tutta la vita, testimoniata dall’inventario della sua biblioteca privata, costituita di un notevole numero di volumi.
 

La formazione religiosa del ragazzo ebbe luogo nel convento dei Domenicani di San Marco, un centro in cui si respirava il clima spirituale del movimento savonaroliano, e per fra Girolamo Savonarola Filippo nutrì devozione, pur nella evidente distanza dai metodi e dalle scelte del focoso predicatore.
 

Nel 1531-32, su consiglio del padre, desideroso di offrire a quel figlio delle possibilità che egli non poteva garantire, Filippo si recò a San Germano, l’attuale Cassino, presso il parente Romolo, ricco commerciante e senza prole. Ma l’esperienza della mercatura durò pochissimo tempo: erano altre le aspirazioni del cuore, e non riuscirono a trattenerlo l’affetto della nuova famiglia e le prospettive di un’agiata situazione economica.
 

Lo troviamo infatti a Roma, a partire dal 1534. Vi si recò, probabilmente, senza un progetto preciso. Roma, la città santa delle memorie cristiane, la terra benedetta dal sangue dei martiri, ma anche allettatrice di tanti uomini desiderosi di carriera e di successo mondano, attrasse il suo desiderio di intensa vita spirituale: Filippo vi giunse come pellegrino, e con l’animo del pellegrino penitente visse gli anni della sua giovinezza, austero e lieto al tempo stesso, tutto dedito a coltivare lo spirito.
 

La casa del fiorentino Galeotto Caccia, capo della Dogana, gli offrì una modesta ospitalità – una piccola camera ed un ridottissimo vitto – ricambiata da Filippo con l’attività di precettore dei figli del Caccia.
 

Lo studio lo attirava – frequentava le lezioni di filosofia e di teologia nello Studio degli Agostiniani ed alla Sapienza – ma ben maggiore era l’attrazione della vita contemplativa che impediva talora a Filippo persino di concentrarsi sugli argomenti delle lezioni.
 

La vita contemplativa che egli attua è vissuta nella libertà del laico che poteva scegliere, fuori dai recinti di un chiostro, i modi ed i luoghi della sua preghiera: Filippo predilesse le chiese solitarie, i luoghi sacri delle catacombe, memoria dei primi tempi della Chiesa apostolica, il sagrato delle chiese durante le notti silenziose.
 

Coltivò per tutta la vita questo spirito di contemplazione, alimentato anche da fenomeni straordinari, come quello della Pentecoste del 1544, quando Filippo, nelle catacombe di S. Sebastiano, durante una notte di intensa preghiera, ricevette in forma sensibile il dono dello Spirito Santo che gli dilatò il cuore infiammandolo di un fuoco che arderà nel petto del santo fino al termine dei suoi giorni.
 

Questa intensissima vita contemplativa si sposava nel giovane Filippo ad un altrettanto intensa, quanto discreta nelle forme e libera nei metodi, attività di apostolato nei confronti di coloro che egli incontrava nelle piazze e per le vie di Roma, nel servizio della carità presso gli Ospedali degli incurabili, nella partecipazione alla vita di alcune confraternite, tra le quali, in modo speciale, quella della Trinità dei Pellegrini, di cui Filippo fu sicuramente il principale artefice insieme al suo confessore P. Persiano Rosa.
 

A questo degnissimo sacerdote, che viveva a san Girolamo della Carità, e con il quale Filippo aveva profonde sintonie di temperamento lieto e di impostazione spirituale, il giovane, che ormai si avviava all’età adulta, aveva affidato la cura della sua anima. Ed è sotto la direzione spirituale di P. Persiano che maturò lentamente la chiamata alla vita sacerdotale. Filippo se ne sentiva indegno, ma sapeva il valore dell’obbedienza fiduciosa ad un padre spirituale che gli dava tanti esempi di santità. A trentasei anni, il 23 maggio del 1551, nella chiesa di S. Tommaso in Parione, fu ordinato sacerdote.
 

Filippo Neri continuò da sacerdote l’intensa vita apostolica che già lo aveva caratterizzato da laico. Andò ad abitare nella Casa di S. Girolamo, sede della Confraternita della Carità, che ospitava a pigione un certo numero di sacerdoti secolari, dotati di ottimo spirito evangelico, i quali officiavano l’annessa chiesa. Qui il suo principale ministero divenne l’esercizio del confessionale, ed è proprio con i suoi penitenti che Filippo iniziò, nella semplicità della sua piccola camera, quegli incontri di meditazione, di dialogo spirituale, di preghiera, che costituiscono l’anima ed il metodo dell’Oratorio.
 

Ben presto quella cameretta non bastò al numero crescente di amici spirituali, e Filippo ottenne di poterli radunare in un locale, situato sopra una navata della chiesa.
 

Tra i discepoli del santo, alcuni – ricordiamo tra tutti Cesare Baronio e Francesco Maria Tarugi, i futuri cardinali – maturarono la vocazione sacerdotale, innamorati del metodo e dell’azione pastorale di Padre Filippo. Nacque così, senza un progetto preordinato, la “Congregazione dell’Oratorio”: la comunità dei preti che nell’Oratorio avevano non solo il centro della loro vita spirituale, ma anche il più fecondo campo di apostolato. Insieme ai primi, altri discepoli di Filippo, nel frattempo divenuti sacerdoti, andarono ad abitare a San Giovanni dei Fiorentini, di cui P. Filippo aveva dovuto accettare la Rettoria per le pressioni dei suoi connazionali sostenuti dal Papa. E qui ebbe inizio quella semplice vita familiare, retta da poche regole essenziali, che fu la culla della futura Congregazione, eretta nell’Anno Santo 1575 con la Bolla “Copiosus in misericordia” di Papa Gregorio XIII, che affidò a Filippo ed ai suoi preti la piccola e fatiscente chiesa di S. Maria in Vallicella, a due passi da S. Girolamo e da S. Giovanni dei Fiorentini. Filippo, che continuò a vivere nell’amata cameretta di S. Girolamo fino al 1583, e che si trasferì, solo per obbedienza al Papa, nella nuova residenza dei suoi preti, si diede con tutto l’impegno a ricostruire in dimensioni grandiose la chiesa della Vallicella.
 

Qui trascorse gli ultimi dodici anni della sua vita, nell’esercizio del suo prediletto apostolato di sempre: il sacramento della Riconciliazione, celebrato nell’incontro paterno e dolcissimo, ma al tempo stesso forte ed impegnativo, con ogni categoria di persone, con l’intento di condurre a Dio ogni anima non attraverso difficili sentieri, ma nella semplicità evangelica, nella fiduciosa certezza dell’infallibile amore divino, nella letizia dello spirito che sgorga dall’unione con Dio.
 

Si spense nelle prime ore del 26 maggio 1595, all’età di ottant’anni, amato dai suoi e da tutta Roma di un amore carico di stima e di affezione.
 

La sua vita è chiaramente suddivisa in due periodi di pressoché identica durata: trentasei anni di vita laicale, quarantaquattro di vita sacerdotale. Ma Filippo Neri, romano di adozione fu sempre quel prodigio di carità apostolica vissuta in una mirabile unione con Dio, che la Grazia divina operò in un uomo originalissimo ed affascinante.
 

“Apostolo di Roma” lo definirono immediatamente i Pontefici ed il popolo Romano: un titolo che Roma non diede a nessun altro dei pur grandissimi Santi che, contemporaneamente a Filippo, avevano vissuto ed operato tra le mura della Città Eterna.
 

Il cuore di Padre Filippo, ardente del fuoco dello Spirito, cessava di battere in terra in quella bella notte estiva, ma lasciava in eredità alla sua Congregazione ed alla Chiesa intera il dono di una vita a cui la Chiesa non cessa di guardare con gioioso stupore.

 

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