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Si chiude il centenario del B. Vaz

 

 

Roma, 15 gennaio 2012

 

Con la S. Messa solenne officiata in S. Maria in Vallicella, il P. Procuratore Generale chiude le celebrazioni indette dalla Procura Generale per il III centenario della morte del Beato José Vaz. Ricordando che esse iniziarono ufficialmente il 14 gennaio dello scorso anno in Yucatán, in occasione della fondazione canonica della Congregazione dell’Oratorio di Mérida, il P. Procuratore affida all’intercessione del grande missionario oratoriano, insieme a questa comunità, tutte quelle che in diverse parti del mondo sono in cammino di formazione: specialmente quella di Goa, che intende riprendere il cammino dell’antico Oratorio fondato dal Beato.
 

Il P. Procuratore ha presentato, nell’omelia, il glorioso tramonto di colui che il beato Giovanni Paolo II definì “il più grande missionario cristiano dell’Asia per l’Asia”:

«“Maha Swamy”, il “grande Padre” – come era chiamato in ragione dei suoi uffici di Vicario Apostolico – che sempre aveva mal sopportato quel titolo dicendo che «di grande in lui non c’era che l’età», nel momento in cui le forze vennero meno e un buon numero di confratelli erano ormai a Ceylon per coadiuvare l’opera da lui eroicamente iniziata, depose le sue cariche e tornò ad essere un semplice prete: mai aveva usato delle insegne del suo grado, sempre aveva indossato la tonaca nera quando le circostanze lo permettevano, o un semplice abito bianco da brahmino che, talvolta, per mimetizzarsi con i pescatori della costa, si riduceva a perizoma; calzava le scarpe, per rispetto, solo quando si recava in udienza a corte; al di fuori di questa occasione, sempre era a piedi nudi, e poche volte i confratelli riuscirono ad imporgli di usare dei sandali per proteggersi dalle spine e dai morsi dei pericolosi insetti delle strade. Mai aveva comandato, sempre si era recato personalmente a suggerire di compiere ciò che per la missione era necessario. Camminava svelto, a stento seguito da persone più giovani di lui, pregando e invitando i compagni ad unirsi alla preghiera del Rosario e delle Litanie. Appena giunto sul posto, immediatamente iniziava il lavoro. Quanti chilometri aveva percorso, nel caldo torrido, nell’umidità soffocante delle stagioni delle piogge, nella giungla e negli acquitrini, sulle strade e là dove le strade non esistevano…! Il suo cibo era sempre riso cotto, consumato accovacciato a terra, secondo l’uso locale. Scarse le ore di sonno: di notte pregava, leggeva al lume di candela, si impratichiva nelle lingue del luogo…
Il bilancio della sua vita, giunto al tramonto, era imponente: 75.000 fedeli partecipavano attivamente alla vita della Chiesa, assistiti da dieci zelanti preti oratoriani, da catechisti e collaboratori; quattro grandi chiese nei centri principali, duecento cappelle sparse ovunque nell’Isola. La situazione che aveva trovato ventiquattro anni prima, si poteva dire capovolta. E il padre ancora non si arrendeva: progettava, all’inizio del 1710, un viaggio fino a Batticaloa. A Kottyar, stremato, dovette però fermarsi e cadde malato. Si decise di trasferirlo in lettiga a Kandy, dove il clima montano gli giovò e dove riprese a celebrare, a confessare, a fare il catechismo, a visitare i malati, persino recandosi in qualche villaggio lontano.
In aprile sorsero altre complicazioni: una alta febbre persistente, la paralisi delle gambe e di un lato della bocca. Scrisse al Preposito raccomandandosi alle preghiere della comunità non per guarire, ma per aver la forza di offrire tutto a Dio.
In dicembre, per prepararsi alla morte che sentiva vicina, volle fare un ritiro di nove giorni, e lo iniziò con tale intensità che il suo confessore, padre Gonçalvez, vedendolo prostrato, dovette ordinargli di interromperlo al sesto giorno.
Al tramonto del suo ultimo giorno, giunse a Kandy da un viaggio missionario il padre de Almeida: il Vaz, debolissimo, volle accoglierlo con il rito tradizionale del ritorno e si fece portare in chiesa a cantare il Te Deum. Rientrato, chiese che gli fosse amministrata l’Estrema Unzione, mentre egli teneva in mano una candela accesa e il suo crocifisso indulgenziato. Gli fu chiesto un ultimo ricordo: «Ricordate – egli disse – che non si puo’ facilmente compiere al momento della morte quello che si è trascurato di fare per tutta la vita»; i padri de Almeida e Gonçalvez gli chiesero di pregare per tutti quando fosse alla presenza di Dio: «Io – disse – sono un nulla. Vivete secondo la volontà di Dio. Solo quando ho ascoltato il consiglio di altri confratelli ho evitato di fare errori». Volle essere deposto per terra, unico luogo degno di un peccatore, ma non lo accontentarono. Riprese allora la candela in mano e fece la professione di fede. Dopo qualche momento di silenzio, con il nome di Gesù sulle labbra, senza alcun segno di agonia, chiuse il suo pellegrinaggio terreno. Era la mezzanotte di venerdì 16 gennaio 1711.
Dieci missionari lavoravano ormai in quelle terre, imbevuti del suo spirito e preparati a proseguire l’opera, e numerosi laici formati per la cura delle disperse comunità. Le radici profonde della Chiesa dello Sri Lanka ancora affondano nell’azione di questi apostoli.
La sua salma, rivestita dei paramenti sacerdotali, fu esposta per tre giorni in chiesa, venerata da folle innumerevoli. Degli altri otto suoi missionari nessuno poté giungere per la sepoltura: da buoni discepoli di padre José, tutti quanti si trovavano lontano, in missione. Fu sepolto ai piedi dell’altar maggiore, con solenni esequie a cui, per ordine del Re, tutti i cattolici di Kandy e dei dintorni poterono partecipare. Nel corso del tempo, durante i frequenti rivolgimenti politici e le persecuzioni che si abbatterono sulla comunità cattolica, la sua tomba fu distrutta e le reliquie furono disperse.
«La vita del padre Vaz è un miracolo», lasciò scritto il padre de Miranda. Ed è difficile non concordare con lui.
Brahmino per nascita e per tradizione familiare, spirito religioso di altissima levatura, asceta assolutamente povero e disposto ad ogni sacrificio per la diffusione della fede cattolica, padre José realizzò, senza forse rendersene conto, la più felice unione dell’ascetismo orientale con la spiritualità cristiana».

Nel servizio fotografico, la Congregazione di Mérida, che lo ha per speciale Patrono, ed alcune immagini dei luoghi in cui visse il Beato Vaz.

 

 

Congregazione dell'Oratorio di Mérida

 

 

Sancoale (Goa), casa del Beato

 

 

Sancoale (Goa), santuario del B. José Vaz

 

 

Goa, basilica del Bom Jesus

 

 

Goa, resti dell’antico Oratorio

 

 

L’attuale città di Kandy (Sri Lanka) dove il Beato chiuse i suoi giorni

 

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