Eccellenze Reverendissime,
Monsignori e Sacerdoti,
Cari Confratelli della
Congregazione di Roma e di numerose altre Congregazioni,
Familiari di P. Peppino,
Parrocchiani ed amici di Chiesa Nuova,
Amici dell’Oratorio
Secolare,
Fratelli e Sorelle tutti,
grazie per questa
partecipazione commossa e straordinariamente numerosa
che attesta la stima e l’affetto di cui Padre Peppino è
circondato!
Fare l’omelia in questa
Messa esequiale è facile perché l’immagine dolce e cara
di P. Peppino è nella mente e nel cuore di tutti noi; ma
al tempo stesso è difficile perché sono numerosissimi i
ricordi che si intrecciano nella mente, e non se ne
vorrebbe tralasciarne alcuno: ogni ricordo, infatti, è
come una preziosa pennellata di colore che delinea il
volto ridente di Padre Peppino, che porteremo in cuore…
Nel momento in cui si
attendeva la chiusura della bara, sabato scorso,
qualcuno ha detto: “sul volto di Peppino c’è un lieve
sorriso: non ne eravamo abituati, perché il suo sorriso
è sempre stato aperto e grande…”.
E’ vero: Padre Peppino non
sorrideva lievemente: anche nei momenti di sofferenza
che non gli sono mai mancati – come ad ogni persona; e a
lui, così sensibile, forse ancor più che ad altri –
Padre Peppino sapeva accogliere chiunque con un sorriso
che era ben più che un sorriso lieve!
Della sua gioia si può
dire ciò che si deve dire della gioia di Padre Filippo,
quando lo si osserva nella sua autenticità, come faceva
Padre Peppino, il quale ogni giorno – me lo disse una
volta – leggeva qualche pagina su S. Filippo Neri; e non
paginette edulcorate e blande, ma scritti solidi,
scaturiti da ampie e intelligenti riflessioni: quelle
dei suoi autori preferiti, che erano stati anche suoi
amici…: da don Vannutelli a don De Luca, a Nello Vian…
ed altri.
Questa gioia non è
principalmente il frutto di un buon temperamento, ma il
risultato di una profonda ed impegnativa adesione
dell’uomo a Gesù Cristo il Quale, lungi dall’eliminare
ciò che è umano, lo raffina e lo potenzia facendo
fiorire nel cuore e sul volto una pace che è più
spesso per gli altri che per colui che la possiede: la
“gioia indicibile e gloriosa” di cui parla San Pietro,
che ne fece esperienza nel suo incessante discepolato
vissuto all’insegna del “Tu vieni e seguimi!”.
Cari Fratelli e Sorelle,
altri, meglio di me,
sacerdoti e laici, potrebbero parlare di Padre Peppino,
anche per una più lunga frequentazione.
So che non riuscirò a
delineare tutto ciò che egli è stato: occorrerebbe un
libro per farlo. Ma sono certo che la benevolenza dei
presenti mi perdonerà l’inettitudine.
La Parola di Dio che
abbiamo ascoltato getta fasci di luce sulla sua figura e
ci illumina a comprenderne il vero significato.
Credo però che il
riferimento a questa pace, testimoniata dal volto
dell’indimenticabile sacerdote di Chiesa Nuova, sia la
sintesi della sua vita che ognuno porta in cuore.
Aveva le sue paure, Padre
Peppino; aveva i suoi momenti di sconforto, come li ebbe
Padre Filippo; aveva anche i suoi scrupoli… E se Filippo
incessantemente ripeteva: “scrupoli e malinconie fuori
di casa mia”, è perché, probabilmente, anch’egli non ne
era esente. La bellezza di una umanità redenta da Cristo
non è data dalla sua perfezione naturale, ma dalla
volenterosa adesione al Salvatore che libera, innalza,
fa crescere e rende l’uomo capace di dare più di ciò
che egli stesso pensa di poter offrire.
E, così, Padre Peppino si
è trovato a dare tutto: il suo tempo, le sue energie, la
sua intelligenza, la sua sensibilità, la sua capacità di
intessere rapporti, la sua generosità nell’interessarsi
di tanti nelle gioie e nei dolori della vita…
Di persona:
non solo con il ricordo nella preghiera, ma con la
presenza o con uno scritto (la sua attenzione alla
posta!), con una telefonata, con un segno concreto di
partecipazione a tanti eventi o al ricordo di essi,
tenuto vivo nella sua memoria prodigiosa, da cui non
mancavano neppure i numeri di telefono, per i quali
spesso addirittura non doveva consultare una agenda…
Che grande umanità,
fiorita dall’innesto dell’umano su Gesù Cristo!
La modestia e la
semplicità di Padre Peppino potevano, talora, farlo
apparire debole; ed era invece forte come una quercia,
anche nelle prove più dure. Resisteva nelle traversie
della vita non per cocciutaggine, ma per un amore che
gli aveva scaldato il petto e lo colmava di una forza
che è la perseveranza di cui parla il Signore nel
Vangelo.
Incredibile il suo fascino
sui bambini, fino alla fine, dal momento che ha
continuato a fare il catechismo della Prima Comunione
fino a qualche settimana prima di morire…
Incredibile la sua
pazienza con le file di persone che venivano a
chiedergli aiuto…
Incredibile la sua
dedizione di eterno Viceparroco di Chiesa Nuova, la sua
disponibilità ad ogni forma di ministero sacerdotale, e
l’amorosa meticolosità con cui organizzava gli incontri
dell’Oratorio Secolare…
Incredibile quante lacrime
ha asciugato, quanti cuori ha consolato, a quante
persone è stato vicino...
Chi gli ha reso qualche
servizio, durante gli ultimi mesi di quasi immobilità –
e li ringraziamo tutti di cuore, anche senza farne
l’elenco – ha sentito di farlo non per dovere di carità
verso un anziano, ma per amore verso un padre!
Tra le letture bibliche
proposte dalla Chiesa per la Santa Messa esequiale
abbiamo scelto il Vangelo in cui risuonano le parole del
Signore nel giudizio: “Venite, benedetti del Padre
mio…perché mi avete accolto, mi avete dato da
mangiare, mi avete visitato, mi avete vestito…”.
Risulta difficile
ascoltarle senza ripensare alla vita di Padre Peppino:
alla sua semplicità ed umiltà, alla perseveranza ed alla
fortezza con cui egli ha fatto tutto questo per amore di
Cristo.
Ha accolto tutti Padre
Peppino, “privilegiando i piccoli” verrebbe da dire; ma
non è esatto: Padre Peppino non ha privilegiato nessuno:
ha dato tutto a tutti, secondo il bisogno di ciascuno,
perché per lui tutti erano piccoli, anche i grandi del
mondo, e tutti erano grandi: ad ognuno si rivolgeva con
il rispetto affettuoso di chi riconosce in ogni persona
meriti e limiti, ma soprattutto la dignità di figli di
Dio.
Lo hanno apprezzato uomini
di cultura e persone semplici. Ha conosciuto ed è stato
stimato da molte persone collocate, nella società e
nella Chiesa, in un posto di rilievo. Tutti hanno
trovato in lui, sempre, un padre ed un amico.
Cinque anni or sono, nella
festa del suo Sessantesimo di sacerdozio, ebbi la gioia
di consegnargli, al termine della Messa, la “Croce
pro Ecclesia et Pontifice” conferitagli dal Santo
Padre Giovanni Paolo II: quel riconoscimento – l’unico
che un figlio di San Filippo possa ricevere senza
contravvenire alle Costituzioni della Congregazione –
non si trova più tra le cose di Padre Peppino: ricordo
che subito dopo la Messa regalò la Croce a due bimbe
perché – diceva scusandosi – “je piaceva la scatola
rossa”…
In quella circostanza
dissi di lui ciò che desidero ripetere con profonda
convinzione:
«Padre Peppino e la Chiesa
Nuova: un binomio inscindibile!
Ma poiché la Chiesa Nuova,
la dilettissima Vallicella, con la sua comunità e le sue
opere pastorali, è inseparabile da Padre Filippo, anche
Padre Peppino e San Filippo sono, di conseguenza, per
noi dell’Oratorio, un binomio caro e prezioso… Non c’è
Oratoriano, infatti – anche tra i più giovani – che sia
passato alla Vallicella almeno per una visita al
sepolcro ed ai luoghi del nostro Santo Padre e non
conservi impresso nella memoria il ricordo di un
sacerdote sempre disponibile e gentile, la cui
semplicità non riesce a celare una profonda cultura
attinta a studi seri e a tante letture, raffinata
dall’interesse per le belle lettere e da un culto del
passato che non è memoria nostalgica delle cose vecchie,
ma amore giovanile per ciò che di perenne c’è nello
scorrere del tempo e della storia.
Sessant’anni [dicevo
allora, ma oggi sono sessantacinque] di presenza
sacerdotale nella chiesa che Padre Filippo volle grande
e bella, uniti ai dieci che il giovane Peppino visse da
studente e da chierico nella Casa Vallicelliana prima
dell’Ordinazione, sono un dono per il quale tantissimi
Romani – laici e sacerdoti – esprimono la loro
riconoscenza, ma lo sono pure per l’Oratorio tutto,
grazie al posto che la Chiesa Nuova ha nel cuore di ogni
figlio di san Filippo.
Posso, infatti,
testimoniare che non c’è Casa dell’Oratorio, nelle
diverse Nazioni, in cui non abbia trovato qualche
confratello che mi chiede: “E Padre Peppino? Come
sta?”».
Cari Amici,
pensare a Padre Peppino e
ricordare la sua presenza alla Chiesa Nuova è percorrere
la storia di quasi un secolo di vita vallicelliana, con
gli avvenimenti che l’hanno caratterizzata e le tante
persone che egli ha qui incontrato e con le quali ha
condiviso il cammino: persone grandi che hanno impresso
talora un’orma significativa nella storia d’Italia e
della Chiesa universale; e persone umili il cui ricordo
rimane solo nel suo cuore di prete.
Ma pensare a Padre Peppino
ed al ministero da lui vissuto alla Chiesa Nuova con
generosità pari all’umiltà, è anche pensare al servizio
che il Santo Padre Filippo qui ha vissuto.
La Chiesa Nuova, la
Parrocchia, l’Oratorio Secolare, la Comunità dei Padri
di Roma devono moltissimo alla sua presenza operosa.
La sua umanità, ricca di
spiritualità filippina, è sotto gli occhi dell’Urbe, ma
rimane stampata nel cuore anche dei tanti che lo hanno
incontrato giungendovi da varie nazioni, e ne conservano
un ricordo incancellabile .
E’ stata una grande gioia,
qualche anno fa, vedere sulla rivista “Trenta Giorni” il
servizio dedicato da Paolo Mattei a S. Maria in
Vallicella.
Vi si legge: «Padre
Peppino lo conoscono tutti da queste parti. È il
viceparroco. Egli ride di cuore se si fa cenno al suo
eterno ruolo di “vice”, l’acme di una “carriera”
ecclesiastica iniziata più di sessant’anni fa, dopo gli
studi a Propaganda Fide, dove ebbe come insegnante di
archeologia cristiana Giulio Belvederi e tra i compagni
di scuola Raphaël Bidawid, che diventerà patriarca di
Babilonia dei Caldei. Alla Chiesa Nuova ha tirato su
intere generazioni col catechismo per la prima
comunione. Ha confessato chissà quanta gente. Gli sono
passate davanti agli occhi tutte le trasformazioni di
una città e del suo popolo, fatto di generone e di
poveracci, di sopravvissuti alla guerra e di figli della
televisione, di «statali di ottavo grado ma vicini a
zompà ner settimo», come racconta Gadda nel
Pasticciaccio brutto di via Merulana, e di
funambolici pattinatori su skateboard. Sta qui
praticamente da sempre».
Chiudendo il suo articolo
Paolo Mattei cita le parole di Padre Peppino: «Un po’
dello spirito di Filippo qui è rimasto».
In questo momento
dell’estremo saluto terreno desideriamo dargli atto,
Amici, che quello “spirito di Filippo che è rimasto”, in
lui è stato vivissimo e che la sua presenza in Chiesa
Nuova oggi come ieri, continua ad essere per tutti noi
ciò che Gadda diceva: un «nun socché, un quarche cosa
che rissomija a la felicità».
Sia lodato Gesù Cristo.