Il Signor Cardinale titolare
di questa Basilica – antico e venerabile “Titulus Fasciolae”
scelto dal Card. Cesare Baronio come suo titolo cardinalizio
– ha voluto che fossi io a tenere l’Omelia in questa S.
Messa da lui presieduta nella festa annuale dei Ss. Nereo e
Achilleo.
Ringrazio Sua Eminenza per
l’atto di fiducia e gli esprimo, ancora una volta, il più
vivo ringraziamento per quanto già ha fatto nei confronti di
questo suo Titolo e per la devozione che ha manifestato nei
confronti del suo antico Venerabile predecessore, il Card.
Baronio che amò profondamente questa basilica e profuse
generosamente il suo patrimonio per riportarla all’antico
splendore di cui le precedenti generazioni cristiane
l’avevano rivestita.
Tre pensieri, in questa
circostanza, desidero presentare come spunto di riflessione,
suggeriti dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato: 1.
giungiamo qui nel cammino annuale alle Sette Chiese; 2.
ricordiamo i Ss. Martiri Nereo e Achilleo; 3. rinnoviamo,
nel IV centenario della sua morte, la memoria del Ven.
Cesare Baronio, guardando all’esempio insigne, da lui
lasciato, di come si cresce nella vita cristiana.
1. Attraverso una pagina
dell’Apocalisse la Parola di Dio ci presenta, nella II
lettura, “Gerusalemme, la Città Santa” che l’apostolo
Giovanni vide “scendere dal cielo, da Dio, risplendente
della gloria di Dio”.
Noi sappiamo che essa è
l’immagine della Chiesa, la Comunità dei salvati, fondata da
Cristo sul basamento dei “Dodici Apostoli dell’Agnello”,
al centro della quale il Signore stesso è il Tempio.
La Chiesa santa del Signore!
La Visita alle Sette Chiese, a
cui Padre Filippo, intuendone il profondo significato, diede
nuovo impulso, è un pellegrinaggio spirituale, pur fatto di
tanti passi materiali, non ad una meta, ma alla
meta: le sorgenti della vita cristiana che l’Agnello divino
ha fatto sgorgare nella sua Chiesa.
La Città di Roma, bagnata dal
sangue dei Martiri e custode delle preziose memorie
apostoliche, sede di Pietro e dei suoi successori, i quali,
proprio in quanto Vescovi di Roma, sono i Vicari di Cristo
in terra, è anch’essa preziosa immagine di questa Santa
Città. Per questo vi accorrono in pellegrinaggio i cristiani
dal mondo intero.
Pellegrinare per le vie e per
le chiese di Roma – come Padre Filippo ci ha insegnato – ci
permette quindi l’esperienza che Giovanni fece sul “monte
grande ed alto” dove fu rapito in spirito, quando vide la
celeste Gerusalemme ammantata di luce. Ci permette di
sperimentare ciò che la Chiesa è nella sua essenza: una
mirabile comunione: di Dio con gli uomini e degli uomini tra
loro.
Sperimentare,
sì, perché la vita cristiana è un’esperienza che si attua
attraverso un incontro vivo che ci coinvolge dentro alla
realtà di questa comunione!
Noi ne ringraziamo Dio e Gli
chiediamo di aiutarci ad essere sempre più consapevoli della
grandezza di ciò che ci è donato.
Siamo Chiesa del Signore, ed è
bello per noi, anche in questa venerabile basilica, entrare
in contatto con la fede delle generazioni cristiane che ci
hanno preceduto nel cammino, assaporare la bellezza
dell’incontro con Cristo vivo!
2. Questa basilica è legata,
secondo la tradizione che l’ha denominata “Titulus fasciolae”,
al ricordo dell’apostolo Pietro che qui avrebbe perduto la
benda che gli avvolgeva le caviglie quando volle lasciare
Roma, fuggendo la persecuzione, per poter annunciare ancor
altrove il Vangelo del Signore… E il Signore stesso, poco
lontano di qui, sulla Via Appia, gli sarebbe venuto incontro
per fargli comprendere che a Roma – e non altrove – egli era
chiamato a far dono della sua vita nella suprema adesione al
suo Maestro… Le condizioni della testimonianza le fissa il
Signore: e noi siamo chiamati a testimoniarlo là dove Egli
ha deciso, nelle circostanze che non noi scegliamo: Egli è
il Maestro e noi siamo i discepoli, come Cristo tante volte
aveva spiegato a Pietro: “Tu seguimi!”. Il Suo progetto
supera infinitamente la nostra capacità di comprendere…
Roma, e non un’altra città, era stata scelta da Dio ad
essere la Sedes Apostolica, il centro della cristianità, e
qui Pietro doveva terminare i suoi giorni in un atto di
amore incondizionato a Colui che liberamente si era offerto
al Progetto del Padre!
La basilica nella quale ci
troviamo a celebrare la S. Eucarestia – segno massimo di
questo amore infinito – è legata, poi, al ricordo di due
laici cristiani – forse soldati, o forse servi della nobile
Flavia Domitilla – celebrati dal Martirologio Romano:
anch’essi, con la loro signora, diedero la vita per
testimoniare che Cristo della vita è il centro.
“Se uno mi ama –
abbiamo ascoltato poco fa – osserverà la mia parola”.
Come Pietro, anche questi uomini hanno amato ed osservato la
parola di Cristo.
Vorrei sottolineare la
profondità con cui Gesù mette l’accento sull’amore,
indispensabile condizione affinché la Parola del Maestro sia
osservata, cioè compiuta, davvero messa in pratica dal
discepolo. I Martiri sono testimoni, innanzitutto, di questo
amore, dal momento che non la loro forza – probabilmente
scarsa come la nostra – non il loro eroismo li portò a dare
la vita a Cristo, ma l’amore che avevano attinto da Lui e
che vivevano nella quotidianità della loro esistenza.
Vale per i Ss. Nereo ed
Achilleo ciò che la Liturgia canta nel prefazio della festa
dei Martiri: “Hanno testimoniato con il sangue i tuoi
prodigi, o Padre, che riveli nei deboli la tua potenza e
doni agli inermi la forza del martirio, per Cristo nostro
Signore”.
Vale anche per noi; vale per
tutti coloro che attraversano il mare della vita sulla
navicella della Chiesa: l’essenziale è questo amore per Dio,
perché di lì ci viene in dono la capacità di compiere, in
ogni circostanza, ciò che Egli ci chiede.
3. Ed infine, in questa
basilica tanto amata dal Ven. Cesare Baronio, un ricordo di
lui, perfetto alunno di Padre Filippo, stupendamente
cresciuto, alla scuola di questo Padre, come discepolo di
Cristo.
Il Cardinale avrebbe
desiderato essere sepolto in questa chiesa, molto più umile
ed appartata della splendida Vallicella, ma i Padri
dell’Oratorio non vollero che le sue spoglie mortali
riposassero lontano da quelle di Padre Filippo e dei primi
che lo seguirono. Lo vollero con loro, tanto più che per la
sepoltura del Cardinale, morto poverissimo, la Congregazione
stessa aveva dovuto pagare le spese… Questa povertà di un
Principe della Chiesa, che aveva dato tutto per il sevizio
della Chiesa stessa, è per lui il più bel titolo di onore!
Sapete, in compenso, chi ha
trovato sepoltura in questa basilica, laggiù, all’ingresso,
sotto una povera lapide pavimentale? Due emuli del Card.
Baronio nella carità appresa alla scuola di Padre Filippo:
il ven. Francesco Scarampi, preposito dell’Oratorio di Roma,
ed il giovane padre Airoli, i quali morirono per aver
contratto il morbo nel servire gli appestati in una famosa
epidemia che colpì Roma. Furono qui sepolti, lontani dalla
Città, per necessità igieniche, ma il Card. Baronio, dal
cielo, con quanto affetto avrà guardato questi due
confratelli che lo sostituirono, nella basilica amata, come
santi custodi delle memorie dei Martiri!
Abbiamo percorso ieri ed oggi
le chiese di Roma particolarmente legate al Baronio: S.
Pietro in Vaticano, dove ogni giorno egli si recava a
rinnovare sul sepolcro dell’Apostolo la sua professione di
fede cattolica; S. Giovanni dei Fiorentini, dove
ricevette il sacerdozio nel 1564 e iniziò ad esercitare il
ministero nella prima Comunità che sarebbe diventata la
Congregazione dell’Oratorio; S. Girolamo della Carità,
la cara culla dell’Oratorio stesso; S. Gregorio al Celio,
dove il Baronio coltivò la memoria del grande Papa S.
Gregorio Magno; ed ora la basilica dei Ss. Nereo e
Achilleo.
E’ bello, qui, in relazione al
Ven. Baronio, ascoltare la parola di Gesù che viene a noi
dal Vangelo odierno: “Vi lascio la pace, la mia pace do a
voi; non come ve la dà il mondo. Non sia turbato il vostro
cuore”.
“Pax et oboedientia” è
il motto che riassume tutta la vita di questo grande uomo di
Cristo e della Chiesa. Sono le parole che egli pronunciava
ogni giorno baciando in S. Pietro il piede dell’Apostolo.
Pax:
l’anelito costante di Cesare Baronio. Portato per naturale
inclinazione ad una certa ansia e ad una visione non sempre
serena della vita, egli scoprì questa pace: non
quella che dà il mondo, ma quella che è donata da Cristo a
chi lo ama; e visse questa pace, anche nei momenti più duri
dell’esistenza. Per questo poteva ripetere, anche sul letto
di morte: “Cercate Dio, cercate Dio”!
Oboedientia:
l’impegno costante di Cesare Baronio. Obbedienza a Cristo
nella Chiesa, obbedienza nell’accogliere dalla Chiesa ciò
che Cristo vuole dai suoi discepoli. La sua obbedienza fu
l’olocausto della sua propria volontà per accogliere la
volontà di Dio in cui unicamente “è nostra pace”.
Grazie, Signor Cardinale, per
essere con noi a celebrare queste ricche memorie. Grazie,
fratelli e sorelle, per essere qui a rinnovare l’esperienza
di vita cristiana!
Il
Signore conceda a tutti noi di proseguire con nuovo slancio
di fede il nostro cammino.