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Nuova pubblicazione su San Filippo Neri

 

 

Roma, 10 gennaio 2009

 

Il Procuratore Generale rinnova all’amico Francesco Danieli il ringraziamento che già gli ha espresso nella prefazione al pregevole volume, che, frutto di attenta ricerca condotta con rigorosi criteri storici e filologici, affronta con originalità il sapiente utilizzo dell’arte, da parte di san Filippo Neri nel rinnovamento della Chiesa e della società del suo tempo. Dell’opera già si annunciano le traduzioni nelle principali lingue straniere.

 

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Prefazione

 

Francesco Danieli è un amico: per questo, penso, più che per altre ragioni, mi ha chiesto la prefazione allo studio che ora vede la luce. Ed è per testimoniargli la mia amicizia che, volentieri, ho accettato il suo invito, oltre che per il piacere di presentare un volume di così ricco contenuto e di argomento a me assai caro.

 

Mi sono chiesto se non sia fuori luogo iniziare con il riferimento all’amicizia la prefazione di un libro che è seria ricerca scientifica condotta su un tema di alto valore culturale ed affrontata con rigorosi criteri storici e filologici. Ma ho pensato che Padre Filippo all’amicizia teneva moltissimo e di questa preziosa realtà umana visse tutte le sfumature. Le persone che incontrava «divenivano presto suoi amici», si legge nella Vita del Bacci: l’autenticità dei rapporti personali, frutto della sua bella umanità plasmata dalla profonda adesione a Gesù Cristo che chiamò “amici” i suoi discepoli, fu il terreno del suo apostolato lungo i trentasei anni della sua vita laicale ed i restanti quarantaquattro vissuti nel sacerdozio. Dall’incontro personale di Filippo con Cristo scaturì, infatti, il metodo filippiano di portare Cristo agli altri attraverso un caldo rapporto di amicizia, come non mancò di rilevare, parlando agli Oratoriani, Giovanni Paolo II: «Favorire un personale incontro con Cristo è il “metodo missionario” dell’Oratorio che consiste nel “parlare al cuore” degli uomini per condurli a fare un’esperienza del Maestro divino, capace di trasformare la vita».

 

Il sottotitolo del volume di Francesco Danieli – “La nascita dell’Oratorio e lo sviluppo dell’arte cristiana al tempo della Riforma” – mentre definisce con chiarezza l’ambito della ricerca, lascia intendere che l’esperienza estetica non è un dettaglio marginale nella vita di Filippo.

 

La sensibilità estetica che caratterizzò il santo e l’esperienza che egli ne fece sono elemento davvero importante della sua personalità armonica e variegata come le belle vesti della Regina cantata dal salmo 44.

La dimensione estetica risulta evidente già nel portamento di Filippo ragazzo, di cui la sorella Elisabetta ricorda – insieme alla bontà ed alla gaiezza che indussero a chiamarlo “Pippo Buono” – la proprietà nel vestire: la «mantella molto pulita», i capelli lunghi ed ordinati, la catenina d’oro portata sopra l’abito… Un atteggiamento di modestia elegante che Filippo conserverà per tutta la vita, in netto contrasto con le immagini, ad esempio, di un Filippo trasandato e straccione consegnatoci da un noto film italiano degli anni ’80. «Il Padre Filippo è un vecchio bello e pulito, tutto bianco che pare un armellino; quelle sue carni sono gentili e verginali, e, se alzando la mano, occorre che la contrapponga al sole, traspare come un alabastro» testimoniava il beato G. Giovenale Ancina, uno dei discepoli della prima generazione; e Fabrizio de’ Massimi, traendo dalla grande consuetudine con il Padre il ricordo di un aspetto significativo della “bellezza” di Filippo, attestava: «nel volto si vedeva una chiarezza, come anco nelli occhi, che  niun pittore l’ha saputa ritrarre, ancorchè molti v’habbino provato».

Dal volto, dalle fattezze, dallo stesso portamento di Filippo traspare il suo mondo interiore. Tutta la sua persona emanava il fascino sottile da cui tanti erano attratti. “Burlevole”, festoso, gentile, schietto, semplice, attento ad ogni persona, amabile, profondo, riservato, assorto, estatico…: un’armonia di “distinti” composta nell’unità. Nulla stride nella personalità di Filippo Neri fiorentino – «Sì come egli era fiorentino, così haveva caro che gli altri sapessero ch’ei fusse» –: tutto è armonizzato dall’esperienza di comunione con Dio che visibilmente plasmava la sua ricca umanità.

 

Filippo Neri «cambiò il volto della Città eterna», scrisse il Brémont; colui che mai avrebbe accettato la qualifica di “riformatore”, appare «il più grande forse» che Roma abbia avuto e non solo nel momento storico e culturale che segna l’inizio dell’età moderna ed incarna la testimonianza cristiana dei tempi nuovi, come sottolineò il p. Faber: «Come l’ordine cavalleresco, la poesia, il romanzo e la fede del Medioevo furono raccolte e personificate da san Francesco, così fu in San Filippo lo spirito dei tempi moderni».

 

Al di fuori di ogni preordinato progetto, in linea con la sua impostazione mentale poco incline alla sistematicità, Filippo Neri trasmise alla Chiesa la ricchezza spirituale che aveva ricevuto dallo Spirito Santo, in forma straordinaria, nella misteriosa Pentecoste del 1544 di cui solo alla fine della vita egli rivelò qualcosa. Segno di quella mistica esperienza e dono per la Chiesa dei tempi nuovi, gli rimase per tutta la vita quel “moto del cuore” di cui parlano molti testimoni, tra i quali il cardinale Federico Borromeo, il medico Angelo Vettori ed Antonio Gallonio: «Intesi dire dal P. ms. Filippo – depone quest’ultimo al Processo canonico – che la palpitatione che sentiva, la quale chiamava “infermità sua”, l’haveva portata cinquant’anni. Questa era quello affetto del core che lo faceva essultare in Dio vivo, sì che poteva dire col Profeta: “cor meum et caro mea exultaverunt in Deum vivum”. Questo stesso affetto di core lo rapiva talmente in Dio, che li faceva gridar più volte: “vulneratus charitatis sum ego”».

 

L’esigenza di portare a Cristo coloro che incontrava, o che andava a cercare, non era dettata da un dovere: nasceva spontanea dalla ricchezza interiore. L’apostolato che Filippo esercitò – mentre a Roma iniziava e si sviluppava l’ampia e composita azione della Riforma cattolica, e l’impegno per la salvezza delle anime tornava a risplendere di nuova luce – fu soprattutto quello semplice dell’incontro.

 Alla tentazione dell’età rinascimentale di “naturalizzare” la Grazia, riducendo tutto all’umano, Filippo Neri rispose con la consapevolezza che tutto va a Dio indirizzato e su Dio fondato, poiché solo la vita nuova che sgorga dall’incontro con Cristo porta a perfezione l’umano. All’altra tentazione – sfidare bellicosamente il mondo che non si lascia incontrare da Cristo – ben diversamente dal Savonarola, di cui pure ammirò la santità e da cui apprese il valore delle arti, come l’autore di questo saggio lo documenta, Filippo rispose con un apostolato animato dal più puro affetto per l’uomo concreto, incontrato nella realtà della vita, non vagheggiato alla luce di principi che possono diventare ideologia. E’ ciò che Massimo Marcocchi descrive in una bella pagina dedicata a Filippo: «Il programma spirituale del Neri si nutre di fiducia nella natura umana e di amore per l’arte […], si caratterizza per l’equilibrio del rapporto tra Dio e l’uomo, tra natura e grazia, rifugge dai toni foschi ed accigliati, si illumina di festosità e di gioia. Questo programma è influenzato dall’umanesimo cristiano, il cui retroterra teologico è il principio che la grazia non sopprime la natura ma la sana, la irrobustisce, la perfeziona».

E così, diversamente da altri esponenti della vita devota, dai quali pure accolse utili insegnamenti, il fiorentino Filippo Neri è sensibile alla bellezza che si manifesta nella natura e nell’arte: predilige gli spazi aperti, i colli e “le vigne” di Roma, le “ville” dove conduceva con sé i suoi discepoli, a piccoli gruppi o in comitiva, nella visita alle Sette Chiese; ama la musica ed il canto, che ricreano gli animi ed elevano a Dio i cuori negli incontri dell’Oratorio.

E’ attento anche alle espressioni delle arti figurative. Sappiamo che spesso sostava, alla “Chiesa Nuova”, nella cappella della Visitazione  di Maria, dove già era esposta la tela del Barocci. «Quando nel 1586 la sua pala con la visitazione della Vergine a s. Elisabetta ornò l’altare della cappella, ancora odorosa di calce – scrive un critico d’arte – si vide subito come la patetica e sorridente dolcezza del Barocci traducesse mirabilmente in pittura la cristiana letizia che san Filippo Neri andava praticando». «Vi si intratteneva volentieri – ricorda il Bacci – piacendogli assai quell’immagine del Barocci» che unisce ad una concezione ancora tardo manieristica i caratteri di essenzialità e di semplicità cari al Neri.

 

L’esperienza estetica di Padre Filippo si situa nella più pura esperienza della Chiesa la quale, nel tempo di Natale, canta esultante: «nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del Tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili».

La Bellezza è lo splendore della Verità.

 

Grazie, Francesco, per questa ricerca appassionata e seria, testimonianza dell’affetto che, fin da ragazzo, nutri per Padre Filippo e che hai voluto donare anche i suoi figli.

 

Con amicizia ed ammirazione auguro al tuo lavoro il successo che merita.

 

Edoardo Aldo Cerrato, C.O.

Procuratore Generale

della Confederazione dell’Oratorio
 

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