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In vista di due compleanni

 

 

Roma, 9 luglio 2012

 

In ricordo dell’anniversario di fondazione canonica della Congregazione dell’Oratorio che ricorre il 15 luglio e di quello della nascita di san Filippo Neri, che ricorrerà il prossimo 21, abbiamo rivolto al P. Procuratore Generale qualche domanda.

 


 

Non è lontana la celebrazione del Quinto centenario della nascita di san Filippo Neri. Lei è stato il Procuratore Generale in carica nel Quarto centenario della morte del santo. Che ricordi ha dell’evento del 1995?

 

Il IV centenario del dies natalis di Padre Filippo ebbe inizio con la solenne Celebrazione presieduta il 6 ottobre 1994 in Santa Maria in Vallicella, a conclusione del Congresso Generale della Confederazione che mi elesse per la prima volta Procuratore Generale. Fu presieduta, con la partecipazione dell’Em.mo Cardinale Silvano Piovanelli, Arcivescovo di Firenze, e di tutti i Padri congressisti – da Sua Eminenza il Cardinale Camillo Ruini, Vicario di Sua Santità per l’Urbe e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il quale mi consegnò la Lettera indirizzata per l’occasione dal Santo Padre Giovanni Paolo II a tutti i Figli di san Filippo Neri.

 

Quel Centenario ha rappresentato un momento davvero significativo nella vita della Confederazione e ne conservo viva memoria. Partecipai a numerose manifestazioni in Italia e in altre Nazioni e fu per me l’occasione della prima presa di contatto in loco con tante Congregazioni dell’Oratorio: quelle visite mi consentirono di comprendere quanto importante fosse che il P. Procuratore Generale conoscesse i confratelli nelle loro Case, facendo sentire che l’Istituzione ha un volto, delle braccia, dei piedi, un cuore…; che il P. Procuratore è un fratello, prima che un funzionario addetto a sbrigare faccende istituzionali doverose, ma che non sono tutto, e nemmeno la cosa più importante.

 

La sede principale delle manifestazioni centenarie del 1995 fu Roma, poiché qui Padre Filippo chiuse gli occhi sulla scena del mondo, e qui, in Chiesa Nuova, il suo corpo riposa in attesa della risurrezione finale. Per l’impegno allora generosamente profuso sento il dovere di ringraziare ancora la Congregazione Romana e il Comitato dei festeggiamenti che lavorò con solerzia.

 

A Roma la Giornata Mondiale della Gioventù ebbe, quell’anno, un momento forte nella veglia di preghiera tutta incentrata sulla figura di san Filippo Neri presentata nell’azione scenica e musicale “Paradiso, paradiso” di Marco Frisina, svoltasi alla presenza del beato Giovanni Paolo II nell’aula Paolo VI in Vaticano; e anche la grande veglia di Pentecoste, organizzata dalla diocesi, indicò ai giovani come modello della nuova evangelizzazione l’“Apostolo di Roma” uomo dal cuore nuovo.

 

Il Santo Padre presiedette in S. Maria in Vallicella la solenne Celebrazione eucaristica del 28 maggio, cui presero parte numerosi Padri dell’Oratorio provenienti da varie Nazioni e il Centenario si chiuse nella solennità di san Filippo del 1996 presieduta dall’Em.mo Cardinale Achille Silvestrini.

 

Numerose e di alto rilievo furono le manifestazioni culturali: tra esse mi limito a ricordare le Mostre allestite a Palazzo Venezia e alla Biblioteca Vallicelliana, di cui rimane testimonianza nei preziosi cataloghi pubblicati: La regola e la fama. S. Filippo Neri e l’arte; e Messer Filippo Neri, Santo. L’Apostolo di Roma. Importante fu il Convegno di studi su “San Filippo Neri nella realtà romana del XVI secolo”, organizzato dalla Società romana di storia patria, i cui Atti sono stati pubblicati con determinante contributo della Procura Generale.

 

Il Quinto Centenario della nascita terrena di san Filippo, che ricorre nel 2015, avrà anch’esso manifestazioni di questa solennità e di questa importanza?

 

Me lo auguro di cuore, e, giunto ormai al termine del mio terzo mandato, attendo con fiducia che il Congresso Generale del prossimo settembre dedichi all’organizzazione dell’evento l’attenzione dovuta: molti se lo attendono, dentro e fuori la Famiglia Oratoriana. Mi auguro che il mio successore abbia la soddisfazione da me provata nella celebrazione del Quarto Centenario.

 

Nel frattempo, in relazione al 437.mo anniversario della fondazione canonica della Congregazione, che ricorre il prossimo 15 luglio, e del compleanno di Padre Filippo, il 497.mo, che ricorrerà tra pochi giorni, il 21 luglio, che cosa ci può dire?

 

Che il 15 luglio ed il 21 sono due date che nessun oratoriano può dimenticare.

 

Ammesso che Padre Filippo avesse l’abitudine di celebrare il suo compleanno, non sappiamo come abbia vissuto il sessantesimo, il 21 luglio 1575, egli che – probabilmente in relazione al giorno del suo battesimo – diceva di essere nato nel giorno di santa Maria Maddalena, il 22.

 

Certo è che quell’anno, una settimana prima del suo genetliaco, il suo nome era comparso in risalto nella Bolla pontificia “Copiosus in misericordia” con cui Gregorio XIII, il 15 luglio, nel cuore del primo Anno  Santo celebrato dopo il Concilio Tridentino, assegnava a “Filippo Neri Prete Fiorentino, e Preposito di alcuni Preti e chierici” la piccola chiesa di S. Maria in Vallicella, ed al tempo stesso erigeva “nella suddetta chiesa una Congregazione di Preti e di chierici secolari denominata dell’Oratorio”, dando mandato alla medesima Congregazione e al suo Rettore ed ai Preti di essa di formulare Statuti e ordinamenti ragionevoli, onesti e non contrari ai Sacri Canoni e alle disposizioni del Concilio Tridentino, con la facoltà, dopo averli formulati, di riformali, delimitarli e mutarli e di produrne di nuovi, secondo le necessità e le circostanze, i quali Statuti, quando saranno approvati dalla Santa Sede, dai singoli membri della Congregazione dovranno essere inviolabilmente osservati, e potranno esserlo liberamente e lecitamente”.

 

Padre Filippo aveva sessant’anni e da una quarantina viveva a Roma. Era nato a Firenze, in Oltrarno, nel popolo di San Pier Gattolini, e con i nomi di Filippo Romolo era stato battezzato il giorno seguente nel “bel San Giovanni” da ser Giovan Battista di Jacopo. Il suo Atto di Battesimo, che si conserva nell’Archivio dell’Arte dei Mercanti di Firenze, si può facilmente leggere nel terzo volume del Processo canonico per San Filippo Neri.

 

Era il secondogenito di ms. Francesco Neri (di Filippo da Castelfranco di Sopra) e di Lucrezia, (di Antonio da Mosciano e di Lena di Giovanni Soldi). I Neri, che avevano  stemma con tre stelle d’oro in campo azzurro e  sepolcro gentilizio in S. Michele Bertelde, da quattro generazioni erano scesi in Firenze: il primo salì al rispettabile stato di notaio; anche ms. Francesco Neri esercitò questa professione, ma solo dal 1524 e a malincuore, attratto com’era  dall’alchimia. La primogenita Caterina (che morirà nel 1567) era nata nel 1513 ed andò sposa a Barnaba Trevi da cui ebbe Lucrezia (Sr. Maria Anna, monaca domenicana in S. Pier Martire) e Dianora (Sr. Maria Vittoria, monaca domenicana di S. Lucia in Via S. Gallo) con le quali Padre Filippo avrebbe intrattenuto una discreta corrispondenza epistolare. La terzogenita, Elisabetta, di tre anni più giovane di Filippo e a lui sopravvissuta per ben ventitre anni, sposò Antonio Cioni e fu teste in Firenze, l’11 e il 12 maggio 1596, al Processo canonico, riportando preziosi ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza del fratello. Nel 1520 nascerà Antonio, la cui vita sarebbe durata solo pochi giorni. In quel’anno stesso, o l’anno seguente, la famiglia Neri, che già si era trasferita alla Costa San Giorgio, perdette la madre e ms. Francesco sposò Alessandra di Michele Lensi, la quale amò Filippo di tenero amore, soffrendo enormemente per la sua partenza da Firenze.

 

Mentre Filippo vedeva la luce in Firenze, la città medicea si preparava a ricevere la visita del fiorentino Leone X con accoglienze degne del fasto di questo Pontefice rinascimentale. In Spagna un avvenimento assai più nascosto, ma ricco di incomparabili conseguenze, segnava il 1515: nasceva ad Avila, il 28 marzo, santa Teresa di Gesù, che insieme a Filippo nel 1622 avrebbe ricevuto l’aureola dei Santi, e nel 1970, da Paolo VI, il titolo di “dottore della Chiesa” come maestra di orazione.

 

Il 15 luglio, dicevamo, ricorrerà l’anniversario della fondazione canonica della Congregazione nata da Padre Filippo…

 

Sì, e per tutti i confratelli delle nostre Case, c’è l’Indulgenza Plenaria concessa nel 2006 dalla Chiesa per solennizzare l’evento di cui si fa memoria.

 

La Congregazione dei preti destinati al servizio dell’Oratorio (Congregatio Oratorii nuncupanda afferma a chiare lettere la Bolla) era nata con la medesima semplicità con cui era nato l’Oratorio: Filippo non aveva progettato né l’uno né l’altra.

 

Alcuni tra i primi discepoli – ricordiamo, tra tutti, Cesare Baronio – avevano infatti maturato la vocazione sacerdotale, innamorati del metodo e dell’apostolato di Padre Filippo. Insieme ad altri discepoli del Padre, anch’essi ordinati sacerdoti, furono mandati ad abitare a San Giovanni dei Fiorentini nel 1564, quando Filippo, per le pressioni dei suoi connazionali sostenuti dal Papa, dovette accettarne a malincuore l’incarico parrocchiale. Iniziò qui quella semplice vita familiare, retta da poche regole essenziali, che fu la primizia della Congregazione riconosciuta canonicamente dalla Bolla del 15 luglio 1575.

 

Padre Filippo ne è a pieno titolo è il “fondatore”. La Congregazione nasce infatti dal grembo dell’Oratorio, che è opera sua; sono suoi discepoli coloro che gli si stringono attorno e costituiscono quella famiglia; sotto la sua autorità si compiono i passi che conducono al riconoscimento canonico. Ma è evidente, accanto all’opera di Padre Filippo, l’intervento degli altri che con lui collaborarono per dar forma alla Congregazione. La risoluzione di Filippo di rimanersene a San Girolamo, in quella cameretta di sempre, è eloquente testimonianza della speciale vocazione personale del Padre, il quale porta in sé un costante desiderio di libertà che è anelito di infinito, incapace di lasciarsi contenere totalmente in qualunque  progetto.

 

Per questo motivo, certamente – oltre che per la sua sincera umiltà – mai egli volle essere chiamato “fondatore”: «Io non ho fatto questa Congregatione, l’ha fatta Iddio, chè io non ho pensato mai a far Congregatione» egli diceva. Solo nel novembre 1583, per obbedienza al Papa, inscenando una autoironica processione di padelle e poveri utensili vistosamente traslocati, lasciò il suo “nido” per trasferirsi alla Vallicella che amava, frequentava ogni giorno, e che aveva voluto ricostruire grande e bella; ma continuò a pagar la pigione di quella camera di S. Girolamo” e vi tornava spesso anche quando nella casa vallicellana si era fatto costruire un rifugio, in alto, dove potersi ritirare per guardare il cielo.

 

L’elaborazione delle Costituzioni, che la Bolla di fondazione prescriveva e che quattrocento anni or sono hanno ricevuto solenne approvazione, fu lenta e non facile impresa. Non si trattava, infatti, di delineare un qualsiasi sistema di vita comune, ma di trovare le formule giuridiche atte ad esprimere un’esperienza di vita comunitaria nata spontaneamente nel segno della libertà di spirito e legata al fascino personale di un uomo che tutti, in Congregazione, ritenevano “la regola vivente”: una comunità governata «più con la pratica quotidiana di vita che con i vincoli di leggi».

 

Nel 1583 si ebbe il primo testo costituzionale, rivisto da Padre Filippo, che vi appose anche alcune postille; ma solo le Costituzioni del 1588 furono da lui esplicitamente approvate. La redazione definitiva, da sottoporre all’approvazione del Papa, venne, come si è detto, nel 1612, dopo quattordici anni di sperimentazione all’insegna della fedeltà alla mens di Padre Filippo: «non avendo voluto ammettere altro che quanto da lui fu lasciato e per tant’anni osservato esso vivente» affermava il p. Consolini. Si era trovato il sistema di governare «uomini liberi [= dai voti] che pure vogliono essere governati».

 

Nelle prime Costituzioni – e ancora nelle attuali – a delineare la fisionomia del sodale oratoriano c’è un’espressione che vale interi trattati: “quasi natus”. Come nato per la Congregazione: non basta infatti neppure la santità di vita per essere dell’Oratorio; occorre che il cammino di santificazione sia percorso con un “animus” che non è lo stesso che rende idonei ad altri Istituti. E quando questa fondamentale indicazione è disattesa, si arruolano uomini destinati a realizzare la propria vocazione altrove, con conseguenze facilmente immaginabili…

   

Lei non ha mancato, lungo i diciott’anni dei suoi tre mandati, di sottolineare numerosi anniversari di figure oratoriane o di eventi di spicco. Perché una così costante attenzione alle memorie anniversarie?

 

Perché “il sangue non è acqua”, mi verrebbe da dire con un’espressione proverbiale… Mi ha spinto l’intento di proporre ai confratelli un prezioso nutrimento della specifica spiritualità oratoriana, ma non nascondo che, insieme ad esso, e non certo di minor importanza, ne ho avuto un altro. In un tempo come il nostro in cui la diffusa ignoranza della storia determina nella società e nella Chiesa conseguenze gravi nella vita di singoli e di Istituzioni mi sembra particolarmente urgente sollecitare a studiare la storia: uno studio, un’indagine, che, fra l’altro, per noi oratoriani, è parte cospicua e caratteristica del nostro tradizionale impegno culturale ed apostolico. Fu Padre Filippo, con sapiente intuizione e con straordinaria intelligenza apostolica, a indirizzare il Baronio alla storia e, dopo la morte di lui, consapevole di quanto quest’opera fosse importante, la Congregazione Romana sentì il dovere di continuarla come opera specifica, «essendo nata l’Istoria Ecclesiastica con la Congregazione», come Clemente XII affermò; in riconoscimento dei meriti acquisiti dagli Oratoriani in questo campo, la Accademia Pontificia di Storia ecclesiastica fu istituita da Benedetto XIV nella casa Vallicellana.

 

Senza conoscenza della storia, trionfano sentimentalismo ed emozione, pur fatte salve le buone intenzioni. Si rimane prigionieri, di soggettivistiche convinzioni e si finisce per cadere (e non solo in riferimento a san Filippo Neri!) nell’atteggiamento che già il p. Antonio Gallonio descriveva il 30 gennaio 1598 in una lettera al p. Antonio Talpa: “Molte cose dicono molti, che sono conformi alla volontà del Santo nostro, e s’ingannano, chè non è così, ma sono bene conformi alla volontà loro. Mi ricordo che io dissi una volta in Congregatione che del nostro Santo facevano molti come fanno i calzolai del corame [cuoio], che lo fanno arrivare dove vogliono”.

 

Non sono mancate le occasioni per rendermi conto di quanto la insufficiente conoscenza storica determini situazioni infelici… Persino nell’ultimo Congresso Generale ho assistito con pena a profluvi di disquisizioni su argomenti la cui natura sarebbe stata chiarissima se solo si fosse conosciuta un poco la storia…

 

Tornare alla storia, dunque, è il suo invito?

 

Sì, tornare a studiare la storia, seriamente. Penso che alcune questioni, affrontate anche nell’ambito ecclesiale con seriosità, ma senza la dovuta serietà, che è altro rispetto alla seriosità, si scioglierebbero come neve al sole alla luce della storia impegnatamente studiata… Lo studio della storia è elemento indispensabile della educazione, la quale, nella sua più profonda natura, è introduzione alla realtà. E se nella realtà non si entra, si rimane nel mondo evanescente delle illusioni.

 

L’emergenza educativa di cui l’uomo di oggi soffre – ed il laico cristiano, il prete, il consacrato sono anch’essi l’uomo di oggi – non si risolve con chiacchiere di più o meno elevato livello.

 

Ho fatto pubblicare sul nostro sito, qualche giorno fa, l’intervento del Cardinale Piacenza ad un Convegno Internazionale per Formatori. Mi permetto di citarne una frase: “Se l’uomo non conosce più la realtà per ciò che essa è, ma tenta di misurarla (razionalismo) o solo di pensarla (idealismo), egli si auto-confina in una oggettiva impossibilità di rapportarsi con altro-da-se-stesso e tale atteggiamento ha evidenti conseguenze antropologiche”.

 

Alla fine dell’intervento, il Cardinale affermava – e mi permetto umilmente di associarmi all’invito – che è necessario un cammino: “Questo importante cammino, come molte volte nella storia della Chiesa, ha un unico ed impegnativo nome: si chiama Riforma! Bisogna prenderne coscienza!”.

 

Edoardo Aldo Cerrato, C.O.

 

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