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Concerto in Vallicella

 

 

Roma, 8 maggio 2012

 

In occasione del restauro della tela della Pietà di G. Puglia, il P. Procuratore Generale introduce il Concerto per viola d’amore sola, eseguito dal M° Valerio Losito (musiche di Petzold, Colombi, anonimi del XVII-XVIII sec.) nella sala borrominiana, antico refettorio della Casa Oratoriana di Roma.

 


 
Introduzione

Ringrazio cordialmente il M° Valerio Losito per aver voluto dedicare questo Concerto anche ad un avvenimento che fa parte, se non della grande storia, almeno di quella piccola dell’Oratorio Romano: il restauro della tela della Pietà che vediamo ricollocata ora in questa sala borrominiana, refettorio della Comunità filippina fino a 140 anni fa, quando avvenne la confisca della Casa da parte del neonato Stato unitario.

Mi sia consentito fissare l’attenzione proprio sull’immagine che sta davanti ai nostri occhi.
Maria accoglie nel suo grembo il Figlio deposto dalla croce: è la Pietà, che artisti di ogni epoca hanno rappresentato nel marmo, nel legno, nel colore, esprimendo l’atteggiamento della Vergine-Madre, fedele fino in fondo alla Sua maternità.
Qui lo ammiriamo nella bella tela di Giuseppe Puglia detto “il Bastaro”, il pittore romano, attivo tra il 1600 e il 1636, che coniugò – come dicono gli storici dell’arte – il caravaggismo con il classicismo dei Carracci, del Reni e del Domenichino e di cui Roma conserva opere nel chiostro della Minerva, in Santa Maria Maggiore, in San Girolamo degli Schiavoni.

Maria, la madre, ai piedi della croce di cui si intravvede il legno verticale, il patibulum, non abbraccia – diversamente da quanto appare in tante altre Pietà – il Figlio deposto nel suo grembo: le sue braccia e il suo sguardo sono levati verso l’alto, nel gesto dell’offerta. Ed è questa forse la caratteristica saliente del quadro, dal punto di vista teologico: questo gesto di offerta.
Tutta la vita della Vergine-Madre, infatti, è segnata dall’offerta di sé al Progetto divino che le fu annunciato a Nazareth quando ella disse il suo “Eccomi” e nel suo grembo di donna iniziò la storia nuova dell’umanità, l’evento che distingue i secoli in ante e post Christum natum.
Concepita senza macchia di peccato originale proprio in vista della nascita del Figlio, Maria è l’aurora della redenzione, l’aquaeductus – dirà s. Bernardo – di quel dono di grazia che dà origine alla storia nuova, e la prima che ne diventa partecipe attraverso un cammino libero e cosciente di incessante conformazione a Cristo.
Maria divenne Spazio vivo per Cristo. E, consapevole che il dono ricevuto non è legato ai suoi meriti, ma a quelli di Cristo, la gratuità diventa la Sua impostazione di vita.

La salvezza, che anche Lei ricevette in dono, non è un atto attraverso cui si è presi e collocati in una nuova condizione come sassi inerti che tali rimangono… La salvezza è una trasformazione che avrà il suo compimento nell’aldilà, ma che inizia già quaggiù attraverso l’accoglienza – da parte dell’essere umano – dell’azione del Salvatore che lo plasma, lo cambia, cristificandolo, cioè facendogli assumere la forma Christi; un’azione incisiva come quella di uno scultore che scalpella il marmo togliendo – ablatio: l’opera dello scultore è una ablatio, secondo Michelangelo – tutto ciò che impedisce alla forma di emergere… In quest’opera di cristificazione accolta dall’uomo, tutto – ragione, sentimenti, moti naturali, decisione, volontà – è chiamato a passare per Christum: anche il dolore, la sofferenza, l’indispensabile “potatura”, di cui ci parlava il Vangelo di domenica scorsa…

Il “sì” che Maria dice a Dio accogliendo in grembo il Figlio deposto dalla croce è lo stesso “sì” che pronunciò a Nazareth: un “nuovo inizio” che si sviluppa dentro al grande Inizio avvenuto nel segreto della casa nazaretana… Questo “sì”, questa oblatio, è la risposta dell’essere umano che accoglie l’opera di Dio e si lascia conformare ad essa.
Di fronte all’incredibile annuncio della maternità che le veniva prospettata, Maria aveva spalancato la sua reale situazione: “non conosco uomo”: non vivo ancora con il mio sposo; non ho rapporti con lui; come può nascere un bambino?
L’uomo deve partire sempre dalla realtà, se non vuol scambiare la realtà con il mondo delle fantasie: disastrosamente. Ma partire dalla realtà non significa che la realtà constatabile sia il tutto.
Maria, perciò, domanda. Non dice: impossibile, assurdo! Chiede di conoscere ciò che va oltre la realtà. La sua ragione e la sua libertà, anziché annullarsi, si aprono ad una Ragione e ad una Libertà più grandi.
E Dio le fa “comprendere” il mistero alzando un lembo del velo maestoso che lo ricopre. Solo un lembo del mistero, ma sufficiente perché ella possa dire “accetto”: sono a tua completa disposizione; comprendo che mi appartengo nella misura in cui appartengo a Te!
“E il Verbo si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi” (Gv.1,14).
Nel grembo di questa ragazza Dio prese la natura umana. Maria diventa la madre dell’uomo nuovo, Salvatore dell’uomo vecchio. Nella carne del bimbo che sta crescendo nel suo grembo c’è per ogni uomo la possibilità della salvezza.
“Lo guarda e pensa – scrisse Jean Paul Sartre da giovane, in un Natale di prigionia, e son parole che avrebbero dato un altro corso alla sua vita, se avesse dato loro seguito… – … Lo guarda e pensa: questo è mio figlio; questa carne divina è mia carne; è fatto di me; ha i miei occhi; e questa forma della sua bocca è forma della mia; mi rassomiglia. E’ Dio e mi rassomiglia”.
Ai piedi d croce, le mani alzate nel gesto dell’offerta, il “sì” pronunciato all’inizio di quella avventura cresce fino al dono totale, anche nelle ombre più spesse del mistero!

Lo sguardo che abbiamo rivolto alla Pietà dipinta dal Puglia, ci induce a riandare ad altre Pietà, almeno a quelle, universalmente note, di Michelangelo.
Alla “Pietà Rondanini”, innanzitutto, l’opera che contiene forse più viva la pena dell’artista nell’esprimere il mistero.
Questa sua ultima scultura è “incompiuta”, dicono in molti; ma non nel senso che Michelangelo non sia riuscito a terminarla… Ciò che Michelangelo ha scolpito è esattamente l’incompiuto, innalzando così un altissimo canto al compimento che il suo cuore di uomo desiderava, come lo desidera il cuore di ogni uomo. Aveva iniziato l’opera nel 1555 e vi stava lavorando ancora negli ultimissimi giorni della sua vita: dieci anni di lavoro…. Scavò talmente la pietra da rendere impossibili gli aggiustamenti che, secondo alcuni, renderebbero l’opera compiuta. La testimonianza che egli ha voluto lasciare è su che cos’è il compimento a cui anela il cuore umano. La “Pietà Rondanini” è l’estrema parola che ci sussurra che la vicenda dell’uomo è destinata al compimento nel Figlio di Dio che ci ha amato e ha dato se stesso per noi. (cfr. LIA P., La Pietà Rondanini. Una lettura del mistero pasquale, Milano, 1999).
Diversamente dall’altra “Pietà”, quella di San Pietro, stupenda opera giovanile, trionfo del finito, nella “Pietà Rondanini” Gesù morto si sta sollevando, come un germoglio che spinge dal basso ed esce dalla terra, spaccata come un solco, con una spinta forte del proprio corpo che, lungi dall’essere sostenuto da Maria, solleva lui la madre sulle proprie spalle, abbracciandola con le braccia abbozzate che la avvolgono. I tratti del volto di Cristo richiamano sensibilmente quelli che Michelangelo ha dipinto, nel “Giudizio Universale” della Sistina, come suo autoritratto, nella pelle cadente di Bartolomeo. Cristo che risorge, “il primogenito della nuova creazione”, porta in sé anche l’uomo che ha redento; tutti solleva nella sua risurrezione, caricandoli sulle proprie spalle con un atto di tenerezza infinita.

Il Puglia, dipingendo la “Pietà” che noi ammiriamo questa sera, non si è spinto fino a questo vertice; si è fermato al momento precedente: quello in cui Maria offre al Padre il Figlio deposto dalla croce. Il momento a cui segue ciò che Michelangelo ha scolpito nel marmo fino allo spasimo.

Grazie!

 

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