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Ingresso in Diocesi di mons. Cerrato, C.O.

 

Roma, 7 ottobre 2012

 

Nel giorno del solenne ingresso e della presa di possesso della Diocesi di Ivrea da parte di S. E. R. mons. Edoardo Aldo Cerrato, C.O., il P. Procuratore Generale, lieto della presenza di numerosi sodali delle Congregazioni a questo significativo momento, rinnova a Sua Eccellenza, anche a nome dell’intera Famiglia Oratoriana, i più fraterni auguri di fecondo ministero episcopale, invocando su di esso la materna protezione della Regina del S. Rosario e la Benedizione del Santo Padre Filippo.

 

 


 

Omelia pronunciata da S. E. Mons. Cerrato

nella S. Messa celebrata in Cattedrale

 


 

Eccellenze Reverendissime,

Carissimi Fratelli e Sorelle, Preti, Diaconi, Religiosi e Laici,

carissimi Amici, sia lodato Gesù Cristo!

 

Gesù Cristo è il Salvatore dell’uomo: di tutto l’uomo, oltre che di tutti gli uomini!

 

Di questo ci parla oggi il Signore  nelle letture della S. Messa che – a prima vista – potrebbero sembrare alquanto inadatte alla circostanza, ma che non ho voluto fossero sostituite da altre, perché quel che la Chiesa ci dona, giorno per giorno, nella S. Liturgia, è sempre il cibo più adatto, al di là dei nostri gusti personali.

 

Gesù Cristo Salvatore dell’uomo: di tutto l’uomo!

Nella nostra vita di uomini, la vita reale che si vive, non quella che talora, fantasticando, immaginiamo, la vita reale che si svolge nelle concrete situazioni delle ore, dei giorni e degli anni, sono intrecciate opere buone e peccati, fedeltà e infedeltà, fortezze e fragilità, scelte giuste ed errori, efficienze e deficienze, attese e delusioni, gioie e sofferenze, amore e ristrettezze di cuore…

Questo è l’uomo nella realtà, l’uomo che non si nasconde a se stesso e non si camuffa agli occhi suoi e a quelli degli altri…

Così siete voi, fratelli e sorelle e amici, così sono io su cui si è posata la scelta del Signore perché diventassi annunciatore della lieta notizia e guida di questa Chiesa nell’incontro con la lieta notizia che è Gesù Cristo, la Sua Persona presente, presente dentro a questo intreccio di situazioni e di circostanze che costituisce la vita, Lui che ci ha detto: “Ecco io sono con voi tutti i giorni” (Mt.28,20).

Il mio compito tra voi è di richiamare incessantemente questa Presenza del Salvatore: non solo con la parola (l’insegnamento della Dottrina, “munus docendi” del Vescovo), non solo con i Sacramenti (“munus sanctificandi”, il ministero di santificazione), e non solo con il governo (“munus gubernandi”), ma innanzitutto con l’adesione della mia vita personale a Gesù Cristo Maestro e Pastore: mi verrebbe da dire: con l’amore per Lui, ma preferisco dire con l’amare Lui, poiché “amore” è un sostantivo, ma “amare” è un verbo e, come ogni verbo, comporta l’agire; sull’amore si possono scrivere trattati; l’amare si traduce necessariamente in una storia.

 

Sarò all’altezza del mio compito?

Se guardo a me stesso, vi dico subito: No. E ve lo dico sulla base di una realistica considerazione dei miei limiti.

Ma io, come ognuno di voi, sono chiamato a guardare a Cristo. Sarebbe un terribile sbaglio guardare a se stessi senza guardare al Salvatore che non solo è venuto, ma è presente proprio per realizzare con noi ciò che da soli non siamo in grado di fare.

Perciò in questo momento io guardo a Cristo con me, lo guardo in faccia e Gli dico con l’apostolo Paolo: “Fedele sei Tu”! Non io a Te, ma Tu a me, e non mi abbandoni, e io oso dirti con l’apostolo: “vivo iam non ego… Vivo io, ma non più io; Cristo vive in me e questa vita che io vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal. 2,20).

Se guardo in faccia Gesù Cristo, io ascolto la Sua domanda a Pietro: “Simone, mi ami tu?”. E sento che dal profondo, dal cuore, nasce in me la risposta che fu di Simone: “Signore, tu sai tutto: tu sai che ti amo”! (Giov., 21,15-19): povero e scalcagnato, ma Ti amo!

Si tratterà, allora, di coniugare questo verbo “amare” …

Inizia, fratelli e sorelle, la mia storia di Vescovo, il mio amare Cristo da Vescovo della Chiesa che è Sua, non nostra; da Vescovo della Chiesa che è in Ivrea, presenza in questo luogo della “Una, Sancta, Catholica et Apostolica Ecclesia”.

 

Se vi aspettate che in questa prima omelia abbozzi un programma dicendovi come intendo coniugare negli ambiti della vita ecclesiale il verbo “amare”, vi deludo. Amare Gesù Cristo come Vescovo di questa Chiesa è iniziare una storia con voi che siete questa Chiesa. Aiutatemi ad impostarla bene questa storia! Fatevi conoscere realmente, senza finzioni e senza paure, fatemi conoscere la realtà di questa comunità; siate leali, ditemi davvero quel che pensate, sempre. E’ questo l’impegno che anch’io oggi assumo nei vostri confronti…

Voi ci siete e io ci sono per amare Gesù Cristo, per lasciarci salvare da Lui nella concretezza di una storia che è la nostra vita, la vostra e la mia che si intrecciano. Egli è il Salvatore della nostra umanità! Egli è Colui che ci fa scoprire la bellezza dell’essere uomini (uomini e donne), è Colui che ci aiuta a realizzare questa bellezza, poiché, amici, la vita è bella: so che questa espressione può addirittura suonare ingenua, se non offensiva, in un tempo che da ogni parte è detto “di crisi”, caratterizzato da questioni e da problemi di vario genere, dai problemi del lavoro che manca, alle difficoltà che si mostrano con un volto nuovo, rispetto ad un anche recente passato; caratterizzato da una crisi culturale che non è estranea anche alla crisi della trasmissione della fede cristiana… Difficoltà e problemi, alcuni enormi, ma permettetemi di dire che è bella la vita: bella non perché sia piacevole e rosea, ma perché è una promessa fatta da Dio con la vittoria di Gesù Cristo; e ogni mattina che ci alziamo dal letto, qualunque sia la situazione, anche la più sofferente che si possa immaginare, è un bene che sta per sorgere sul nostro orizzonte di uomini. Ciò in cui ci dobbiamo sostenere, essere fratelli, è la certezza di questa positività, è affrontare la vita, tutta la vita, alla luce di questa certezza!

 

Tutto ciò che dovremo fare – e quante saranno le cose che dovremo pensare e fare! – avrà senso solo “nella fede del Figlio di Dio” che ci ama e dà se stesso per noi!

Oggi inizia a Roma il Sinodo dei Vescovi sulla “nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana” e sta per iniziare l’Anno della fede indetto dal Santo Padre. Questo Anno speciale desidero – e chiedo a Dio –  che dia il tono non solo all’inizio del mio servizio tra voi, ma a tutto il mio episcopato!

 

Nella fede del Figlio di Dio”: nella Sua fedeltà indefettibile verso di noi, nella fede che noi abbiamo in Lui, cioè nella adesione della nostra mente, del nostro cuore, delle nostre forze a Lui che è “la Via, la Verità e la Vita” (Giov. 14,6): non una delle vie, sia pure la migliore, ma l’unica…, senza la quale non c’è cammino alcuno; l’unica Verità che è più importante anche delle cose che ci sembrano esatte; l’unica Vita, poiché senza di Lui non si vive!

In ipso omnia constant” (Coloss. 1,17): in Lui tutto ha la propria consistenza…: il filo d’erba che spunta dalla terra a primavera, il sole, la luna e le stelle, il mare con la sua potenza e bellezza, i monti con la loro nobile altezza, il bimbo che nasce dal grembo della madre, l’anziano che si avvia al tramonto terreno…

In ipso omnia constant”: in Lui hanno la propria consistenza l’amore che sboccia tra un ragazzo ed una ragazza, l’amore di un uomo e di una donna sposi che diventa cammino di crescita nella fedeltà, l’amore di un prete per la sua comunità, la chiamata ad una consacrazione e al sacerdozio,  il lavoro – qualunque lavoro – di un uomo che nella fatica (“labor” in latino significa fatica) scopre la bellezza dell’essere collaboratore di Dio!

Non c’è fatica e riposo, non c’è riflessione, non c’è libertà, non c’è rapporto, non c’è lavoro, non c’è palpito di vita che non c’entrino con Gesù Cristo. Non c’è nulla che, senza di Lui, al di fuori di Lui, raggiunga la propria pienezza. E di che cosa, se non della pienezza, può essere soddisfatto il cuore dell’uomo, fatto per l’Infinito? “Per meno di tutto non vale la pena”, lessi un giorno su un manifesto. E’ così, amici! E’ vero! Questo è il “cuore” del cuore dell’uomo. Per meno di tutto, niente vale la pena! Al di fuori di questo rapporto di amicizia con Cristo, non vale la pena neanche cercare ciò che ci piace e che ci dà un momento di felicità. Il mio Padre san Filippo Neri ripeteva incessantemente: “Chi vuol altro che non sia Cristo non sa quel che vuole”!

La salvezza che Cristo ci offre è quella dal peccato, quando ci aggrappiamo alle Sue braccia per farci sollevare dalle nostre cadute; ma è anche – e la prima è orientata a questa – (è anche) la trasformazione di tutto il nostro essere, di tutta la nostra persona, di tutta la nostra storia personale; è la “cristificazione” che l’apostolo espresse con quel “mihi vivere Christus est”: per me vivere è Cristo, per me la vita è Cristo! Tutta la vita: lo svegliarsi al mattino e andare al lavoro, lo svegliarsi al mattino e aprire gli occhi sul fatto che ad altri il lavoro manca,  il rapporto con gli altri lungo la giornata, il mangiare e il bere, il dormire e lo star svegli, il vivere e il morire (cfr. I Cor. 10,31). “In Christo Jesu”, come san Paolo ripete, quasi un ritornello, nelle sue lettere, poiché “Domini sumus”, apparteniamo al Signore, siamo parte di Lui, “figli nel Figlio”.

Essere uomini – la nostra prima vocazione nell’universo creato – essere uomini che prendono sul serio la loro umanità, si costruisce e si compie in Gesù Cristo!

Amici, attraverso la voce del Suo Vicario in terra sono stato mandato qui da Cristo, per ricordarvi questo, innanzitutto e sopra tutto.

Inserito per grazia nella successione apostolica, a questo sono stato abilitato! E da questa abilitazione, nella misura in cui rimarrò unito a Cristo, deriva l’abilità.

 

Questo è il programma, anche se poi esso dovrà essere declinato in tutti i casi della vita; questo è il programma, anche se poi il verbo “amare” dovrà essere coniugato in tutti i modi e in tutti i tempi della coniugazione verbale…!

 

Nel mio primo saluto, al momento in cui è stata resa pubblica la mia nomina a vostro Vescovo, vi ho scritto:

“- ciò in cui desidero crescere, anche come Vescovo, è la mia amicizia con Gesù Cristo: “l’intima amicizia con Gesù da cui tutto dipende”, come afferma stupendamente il Santo Padre Benedetto XVI nella Premessa al Suo libro “Gesù di Nazaret”;

- ciò a cui tengo maggiormente e che desidero servire è la vostra amicizia con Cristo;

- ciò di cui sono certo è che nell’amicizia personale di ognuno di noi con Cristo crescerà anche la nostra reciproca amicizia di discepoli del Signore, nella quale vedo realizzarsi la paternità che sono mandato ad esercitare nei vostri confronti e la filialità che la Santa Chiesa chiede a voi nei confronti del Vescovo.

Tutto il resto ha senso solo in questo contesto. Tutto il resto lo vivremo – con l’aiuto di Dio – vivendo questa realtà da cui “tutto dipende”, e vivendola nella comunione con il Vicario di Cristo al Quale esprimo la mia più convinta adesione di fedeltà e di amore filiale”.

 

Oso ripetervi le stesse cose nel momento del mio ingresso tra voi, e vi chiedo di aiutarmi – con la preghiera e con gesti concreti – a rimanere fedele a questo programma.

Il mio amore per voi, in questo momento – siamo realisti! – è un sentimento. Sarà la nostra storia a dire se il sentimento si traduce in atti di autentico amore.

L’anello che porto al dito mi ricorda il vincolo che ho contratto con voi nel momento in cui il Santo Padre – e attraverso di lui Cristo Signore – ha deciso la mia nomina a Vescovo di Ivrea. Quando voi bacerete questo anello, questo gesto non è un “salamelecco” fatto al Vescovo, ma una rinnovata affermazione della realtà che ci unisce. Per questo l’anello – che mia mamma mi ha regalato – è così bello: perché è simbolo di una realtà bellissima!

 

E allora in Christo Jesu iniziamo questa storia, e ci benedica tutti il Signore, Sposo della Chiesa, Pastore a Cui la Chiesa appartiene!

“Quello che noi abbiamo di più caro – scriveva il grande cristiano che fu Vladimir Soloviev – è Gesù Cristo, Lui solo e tutto ciò che da Lui ci viene, poiché noi sappiamo che in Lui abita corporalmente la pienezza della divinità”.

Di Lui ci parla stupendamente anche il Rosario con i suoi misteri contemplati nella semplicità della preghiera quotidiana, attraverso lo sguardo e il cuore di Maria, Colei che più di ogni altro si è lasciata conformare a Cristo, benedetto frutto del suo grembo di donna.

In questa prima domenica d’ottobre – che ho scelto per l’ingresso perché dedicata al ricordo della Regina del S. Rosario – a Lei, Vergine-Madre, “umile e alta più che creatura”, “di speranza fontana vivace” (Dante, Parad. XXXIII, 2; 12), a Lei, Madre della Grazia divina, affido il mio e vostro cammino all’incontro con Cristo, chiedendo ai nostri santi Patroni di pregarLa con noi e per noi.

A Lei, volto della tenerezza di Dio, a Lei assunta in cielo in anima e corpo, come anche questa Cattedrale ci ricorda, con grande amore, a nome di tutti, rivolgo l’invocazione della Chiesa: “Salve, Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve”!

 

Sia lodato Gesù Cristo!

 

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