Carissimi
Fratelli e Sorelle, Cesare Baronio ritorna al
santuario di Valleradice!
Lo diciamo
con commozione, consapevoli di che cosa questo luogo,
caro alla pietà di tanti Sorani, rappresentò per il
grande figlio di questa terra, il cui ricordo è vivo
quanto mai in questo anno del IV centenario della sua
morte.
Questo luogo
è testimonianza del rapporto di Cesare con Maria, un
rapporto che proprio qui ha la sua intima e segreta
sorgente, in questa “Valleradice” che resterà per Cesare
Baronio anche la radice della sua vita: qui, forse,
donna Porzia Febonia, si recava a pregare la Vergine
mentre ancora portava in grembo il figlio che sarebbe
diventato il grande “padre della storia ecclesiastica”;
qui, sicuramente, donna Porzia portò il piccolo Cesare
per chiedere a
Maria che lo strappasse alla
morte quando il bimbo, per un male misterioso, stava
morendo; e vi rimase tre giorni, finché la grazia non
le fu concessa.
Valleradice,
per questo motivo, rimase un luogo sempre caro al
Baronio, che sentì il fascino di questa bellezza
naturale, ma ancor più della fede di sua madre e della
bontà con cui la Madre celeste risponde alle preghiere
dei suoi figli.
L’incontro
con Maria, che segnò l’infanzia di Cesare Baronio e che
fece sorgere in lui una filiale, tenerissima devozione
verso la Vergine Santa, proseguì a Roma, alla scuola di
Padre Filippo, il grande innamorato di Maria, che
insegnava ai suoi discepoli una devozione ardente alla
Vergine, ma non solo sentimentale: una devozione che
davvero è dedizione d’amore a Colei che, più di
ogni altro, è discepola di Cristo. «Figli miei,
siate devoti di Maria, siate devoti di Maria. So quel
che dico» affermava S. Filippo Neri ed insegnava a
chiamarla, incessantemente, «Vergine-Madre,
Madre-Vergine», i due titoli – diceva – che più
piacciono alla Madonna.
Cesare
Baronio, discepolo fedele di Padre Filippo, sviluppò
nell’Oratorio l’intensità e la ricchezza del suo
rapporto con la Vergine-Madre.
Ne è segno
eloquente il monogramma posto di sua mano, più di
seicento volte, sulle carte e le pagine dei suoi scritti
che ci rimangono: un monogramma che riassume tutto il
senso della devozione mariana – forte e densa di
contenuto – di questo uomo grande: al centro una croce:
Gesù Cristo, perché Cristo è il centro di tutto; e sulla
croce di Cristo la “M” di Maria, perché Cristo e Maria
sono inscindibilmente uniti nel mistero cristiano; nei
quattro angoli della croce quattro lettere dell’alfabeto
che si rincorrono in riferimento a quella “M”: “C S S
C”: “Caesar servus Mariae, Mariae servus Caesar”.
Una
“servitù”, quella del Baronio nei confronti della SS.
Madre, che è dedizione filiale, libera offerta del
cuore, come insegnerà, tanto tempo più tardi, S. Luigi
Grignon de Montfort, il Dottore della servitù d’amore a
Maria. Una “servitù” che non è atteggiamento da schiavo
che piega la schiena, ma dono del cuore di un figlio che
offre tutto se stesso a Colei che riconosce “Mater
divinae Gratiae”, la Madre da cui proviene la Grazia che
ci salva, la Madre attraverso cui Dio volle raggiungere
ogni uomo nella persona del Figlio Unigenito, fatto Uomo
nel grembo di Maria: «Nobis datus, nobis natus ex
intacta Virgine», come canta nel “Pange lingua”
l’Angelico Dottore S. Tommaso d’Aquino, onore anch’egli
della vostra terra, oltre che di tutta la Santa Chiesa.
La
consacrazione a Maria del figlio Cesare, fatta da donna
Porzia, qui a Valleradice, è stato un atto fondamentale
nella vita del Baronio. E svela la grandezza dell’atto
di una madre, la grandezza degli atti delle madri
cristiane nei confronti dei loro figli, della vita
intera dei loro figli!
Quella
consacrazione, cresciuta e sviluppatasi a contatto con
Padre Filippo, è diventata impostazione di vita
per Cesare Baronio, giovane laico, poi prete, poi
cardinale, poi prossimo ad essere eletto Papa…: figlio
di Maria, sempre, fin sul letto di morte, quando affidò
a lei la sua anima in partenza per la patria del cielo.
“Servus Mariae Caesar”: filius Mariae.
E’ bello
proclamarlo qui, in questo giorno in cui a Valleradice,
e a Roma nella chiesa di S. Maria in Vallicella, la
chiesa di Baronio, iniziano i festeggiamenti della
Natività di Maria. Anche alla Vallicella di Roma la
festa di Maria, titolare della chiesa, è la Natività
della Vergine, come qui a Valleradice.
Cesare
Baronio, che ha lasciato oggi la Vallicella, per la
prima volta dopo quattrocento anni, non sentirà
quest’anno la mancanza della sua chiesa, perché – ne
sono certo – è felice di essere qui con noi ai piedi di
Santa Maria di Valleradice! Egli, in realtà, è in cielo,
lo sappiamo, e vede questa splendida Madre senza il velo
del mistero che quaggiù ci obbliga a rappresentarla con
dolci immagini… Però non credo sia sentimentalismo
affermare che Cesare Baronio ritorna – sì,
ritorna! – alla sua amata Valleradice; e noi gli
chiediamo di poterlo accompagnare in questa visita
inaspettata e di farci partecipi dei suoi sentimenti
d’amore, egli che sempre portava sul petto, sotto
l’abito, un’immagine di Maria alla quale – come scrive
un biografo – era «totum deditum ac consecratum».
Maria che
gli aveva restituito la vita da bambino, qui a
Valleradice, era tornata a rendergliela quando Cesare
aveva ormai superato i trent’anni a Roma.
Caduto
gravemente ammalato nel 1572 per le veglie, le orazioni,
le penitenze ed i digiuni offerti in occasione della
strenua difesa dei cristiani a Lepanto (7 ottobre 1571),
ottenne per le preghiere di Padre Filippo di essere
strappato alla morte. Lo testimonia lo stesso Baronio
nel Processo di canonizzazione di S. Filippo Neri e lo
racconta splendidamente il suo biografo p. Ricci:
«Si stava in punto di
dargli l’Estrema Unzione, quando Filippo, pieno di fede,
chiese a Dio la vita di Cesare e l’ottenne. Et il modo
dell’impetrazione fu mostrato al medesimo moribondo al
quale, improvvisamente sopito, parve di vedere Nostro
Signore in trono di Maestà et alla sua destra la Beata
Vergine et ai suoi piedi Filippo, il quale instantemente
chiedeva: “Da mihi Caesarem, Domine; Caesarem redde:
sic cupio, sic volo, Domine”. Et gli parve che la
gratia non si concedesse; ma che rivolgendo Filippo le
sue preghiere alla Madre, ella l’ottenesse dal Figlio.
Si sveglia dal sonno l’infermo, certo della sua salute:
riferisce il successo a Filippo; Filippo lo sgrida, ché
non creda ai sogni ma stia sempre pronto ad ogni
beneplacito di Dio, et che non cerchi altro. Così Cesare
si trovò guarito con stupore de’ medici, che riconobbero
la miracolosa sanità dal Santo».
Cesare,
servo-figlio di Maria, dedicò a lei anche la sua immensa
opera monumentale, i dodici volumi degli Annales
che tracciano la storia della Chiesa dalle origini al
XII secolo.
Ogni volume
è aperto dal Baronio con una tenera invocazione alla
Vergine ed è chiuso con l’offerta a lei dell’ardua
fatica.
Non sono
molti ad aver notato questo particolare… Ci si sofferma
piuttosto sulla dedica dei volumi a Papi e a sovrani,
dedica doverosa, ma, nella mente di Cesare Baronio,
sicuramente meno importante dell’umile preghiera rivolta
alla Madre Santa. Espressione di sentimento o – peggio –
di sentimentalismo mariano in un uomo della
Controriforma cattolica che doveva affermare, contro le
detrazioni protestanti, il culto di Maria? No. Molto di
più: la consapevolezza che la storia della Chiesa è la
vicenda storica del Corpo di Cristo “diffuso”, della
presenza di Cristo nel cammino degli uomini… E questa
presenza è quella nata dal grembo della Vergine;
presenza salvifica già visibile e in atto in questo
giorno, quando sorse “l’aurora della Redenzione”, la
bimba nazarena sulla quale Dio ha posto il suo sigillo
preservandola, fin dal concepimento, dal peccato
originale, per fare di lei la prima dei salvati, la
primizia dell’umanità redenta, la «propinquissima
Christi».
A lei Cesare
Baronio dedica, in apertura ed in chiusura, ognuno dei
dodici volumi della sua immane ricerca storica, per
affermare che di questa storia Maria non solo è parte,
ma elemento così essenziale che non si potrà mai dire
“Gesù Cristo” senza aggiungere “il Figlio di Maria”!
Già nella
Prefazione a tutta l’opera, dopo aver invocato lo
Spirito Santo, il Baronio si rivolge a Maria: «Rivolgiamo
la nostra fervida preghiera alla SS. Vergine Madre di
Dio, di ogni nostro agire sempre fautrice, guida e
moderatrice, perché ci ottenga da Colui che apre la
bocca ai muti che noi, professando, testimoniando,
predicando la Verità, con le parole, gli scritti e
soprattutto con la rettitudine di vita abbiamo a lodare,
confessare e celebrare Lui, il Signore». E dopo aver
percorso la storia della Chiesa dagli inizi, prendendo
le mosse dal Mistero di Nazareth, dove l’Incarnazione si
è compiuta nel grembo della Vergine, ed essere giunto
alla fine del primo secolo dell’era cristiana,
l’affettuosa conclusione: «Come tutto questo nostro
lavoro alla Madre di Dio noi riferiamo, così anche a lei
lo offriamo perché lo presenti al suo diletto Figlio, e
come ricompensa ci ottenga quella grazia per cui Lui
stesso si fa dono a noi nella terra dei viventi».
Dai
successivi undici volumi traggo qualche esempio
ulteriore di questa impostazione che attinge
profondamente alla fede cristiana poiché mai separa
Maria da Gesù Cristo e sempre coglie le più profonde
risonanze bibliche evocate da Maria.
«Per gli
innumerevoli doni da lei ricevuti – scrive nel
secondo volume – si è rafforzata in me l’iniziale
grande fiducia, e si fa certezza. Sia per noi la santa
Vergine l’Arca sicura in cui le nostre trattazioni
rimangano salvaguardate. E’ lei, infatti, la vera Arca
divina».
E
nell’incipit del terzo, «Ci preceda – egli
afferma – la più sublime colonna di vita, nella quale
più felicemente Dio appare all’umano genere, la
beatissima Vergine Maria; ci preceda camminando innanzi
a noi con il fulgore della sua smagliante bellezza; e,
conducendoci ed ammaestrandoci, non permetta che ci
allontaniamo di un miglio dallo stretto sentiero della
Verità».
«Madre di
Dio, Vergine Maria, tu hai trovato al lana e il lino e
l’hai lavorato con la sapienza delle tue mani –
attesta nel quarto volume – Confeziona per noi vesti
di giustizia e di salvezza. Le vesti dei tuoi fedeli
siano cosparse del sangue dell’Agnello; di tale porpora
si gloriano i figli di Dio, coeredi di Cristo, coeredi
di quel Regno in cui, per le tue preci, Vergine Santa,
il tuo diletto Figlio ci annoveri».
Quando vede
la luce il quinto volume, Baronio, per volontà di Padre
Filippo, gli è ormai succeduto; angustiato per le
fatiche della Prepositura e per le ricorrenti “minacce”
di nomine episcopali, sente le sue forze venir meno e
cerca in Maria l’aiuto per proseguire la ricerca che gli
costava immensa dedizione di tempo e di attenzione:
«“Ecco l’ancella del Signore”, Signora ella stessa, a
cui gli angeli servono, apportatrice di fecondità in
quanto tutti ci chiama con le parole del Libro della
Sapienza: “Venite a me, voi tutti che mi desiderate”.
Sia per noi feconda, tale Ancella, lei il cui parto
scioglie l’umana sterilità, così che avvenga anche a noi
di esclamare: “Felicità!”. Ricevuto per tuo favore,
concepito per le tue preghiere, ti offro, Madre di Dio,
questo parto, il quinto tomo degli annales, in azione di
grazie. Concedi che, come i piccoli del Vangelo, io
consegua la vita eterna, per grazia del Signore Gesù
Cristo».
Terminato
nel 1595, quando ormai Padre Filippo ha chiuso gli occhi
su questa terra e Baronio è più che mai orfano di colui
che spiritualmente lo aveva generato, il sesto volume si
chiude con una invocazione alla “Stella del mare”, guida
dei naviganti della vita: «La navigazione è in porto.
Caliamo le vele e supplici andiamo al tempio sempre
aperto di Dio, che è sua Madre, per rendergli grazie
tramite Lei; come i naviganti sogliono offrirle i remi,
così noi gli offriamo la penna. Accostandoci a Te, con
grande fiducia, da te imploriamo benedizioni. Tu stessa,
infatti, coroni in noi i tuoi doni».
Il settimo
tomo esce nel 1596, quando il Baronio è ormai elevato
alla dignità cardinalizia e la Porpora gli pesa dopo
essere stato costretto dal Papa a rivestirsene, sotto
pena di scomunica se l’avesse rifiutata. L’umiltà del
discepolo di padre Filippo ancora si rivolge a Maria: «Intervenga
la Vergine Madre di Dio. Discenda per sollevare, ascenda
per elevare, e prenda per mano e guidi a Colui che con
fede scorgiamo in attesa al vertice della scala. Essendo
stato per forza tratto via dalla mia quiete, confido
soltanto nel tuo soccorso, o Madre di Dio, mentre avanzo
nel pericolo dell’eterna salvezza. Rompi i fili di una
vita molesta e sgradita, affinché per questa vana
gloriuzza incautamente io non perda la vera e perenne
gloria».
E nel volume
ottavo, insieme ai Santi Gregorio Magno, Nereo e
Achilleo, titolari di chiese a lui affidate, Cesare
Baronio invoca l’intercessione della Vergine, come fa
nel nono, chiamando Maria ad aiutarlo ad essere
testimone di Cristo «non solo con le parole, ma con i
fatti».
«A
scalare i monti – afferma all’inizio del tomo decimo
– ci venga incontro per prima e ci porga la sua
destra la Vergine Madre di Dio che, gravida del Verbo,
salì in fretta sui monti di Giuda: con lei pure lo zoppo
salterà come un cervo e l’infermo dirà: “Sono forte”».
Restano al
nostro umile e povero Cardinale due tomi degli
Annales, prima di chiudere gli occhi su questa terra
e vedere quel Dio di cui dirà – son le sue ultime parole
terrene – “Cercate Dio, cercate Dio”. Siamo nel 1605;
Cesare Baronio accumula stanchezza e dolore fisico e
sempre più si sente un piccolo, lui che in quell’anno
per due volte ha corso il pericolo di essere innalzato
sulla Cattedra di Pietro. Scrive nell’undicesimo volume:
«La nostra benedetta colomba provochi al volo fuor
del nido il piccino indeciso e riluttante, e per
sostenerlo gli voli attorno nel lavoro e lo riscaldi con
le ali del riposo. A Lei, quante sono le lettere di
questo scritto, tante piogge di ringraziamenti
fluiscano; quante son le sillabe, tante siano le fonti
d’acqua che erompono e confluiscono in quel mare da cui
tutto scaturisce, Dio largitore di ogni bene».
Quando il
dodicesimo volume vide la luce, Cesare Baronio aveva
ormai gli occhi aperti sul Mistero di Dio e sul volto
luminoso della sua Signora e Madre. Il 30 giugno del
1607 si era spento alla Vallicella, tra i suoi Padri,
nella casa di Padre Filippo da dove mai avrebbe voluto
uscire. L’ultimo volume era pronto e fu stampato poco
dopo la sua morte. L’invocazione che lo apre è l’ultima
struggente invocazione a Maria, affidata a questo
“testamento” d’amore: «Invochiamo con somma fiducia
la nostra Patrona, Maria Vergine santissima, Colei che
il Verbo divino, concepito nel suo grembo e posto come
pietra angolare, ha esaltato. Come il servo desidera
l’ombra, fiaccato dalla fatica sotto i raggi del sole,
anch’io bramo di riposare all’ombra di Colui che l’anima
mia sempre ha desiderato. Essendo ormai giunto all’ora
estrema, mentre la morte batte alla porta, accorro come
il figliol prodigo che domanda misericordia. Padre, non
negare l’incontro! Ma perché il timore non faccia
diminuire la speranza, ecco che mi rivolgo a Te, Madre
di Dio, Maria, affinché per mezzo tuo io possa
conseguire dal padre quella benedizione per la quale io
diventi partecipe dell’eterna eredità».
Fratelli e
sorelle, cari amici,
è con queste
parole – espressione di tutta la sua vita – che Cesare
Baronio ritorna tra voi a Sora.
La sua fede
in Cristo, il suo amore per Maria, la sua vita donata
alla Chiesa-Corpo del Signore nato da Maria Vergine,
sono il più alto saluto che egli ci rivolge in questo
momento storico del suo ritorno a Sora.
Siate fieri,
amici, di avere questo grande cristiano come uno di voi,
uno del vostro popolo. E – se me lo permettete – sentite
la responsabilità di un dono così grande. I doni di Dio
sono per noi, per la nostra felicità, ma accoglierli
significa vivere: vivere in Cristo, dentro il
Cuore della Madre che Dio si è scelto e che Dio ci ha
donato.