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Il Ven. Baronio ritorna nella sua città

 

Sora-Valleradice, 7-9 settembre 2007

 

In occasione della festa della Natività di Maria, una solenne celebrazione presieduta nel santuario di Valleradice dal Procuratore Generale, accompagnato da P. Mario Avilés, C.O. di Pharr e Deputato per l’America Latina, e da P. Fernando Escobar, C.O. di México San Pablo, commemora il Venerabile Cesare Baronio nel IV centenario della morte.

 

L’urna delle Reliquie del Venerabile è recata dal Procuratore Generale nel santuario in cui la madre del futuro Cardinale Oratoriano consacrò il figlio alla S. Vergine ed ottenne da Maria la guarigione del piccolo, destinato alla morte. Accolta con onore e venerazione da don Francesco Cancelli, Parroco-Rettore del santuario, dalle Autorità Comunali e da enorme folla di fedeli, l’urna sosterà in questo luogo caro alla memoria del Baronio fino alla sera dell’8 settembre quando, con solenne accompagnamento presieduto dal Vescovo S. E. R. mons. Luca Brandolini, sarà trasferita in città, nella chiesa di S. Bartolomeo, dove Cesare Baronio ha ricevuto il Battesimo ed è sepolta donna Porzia Febonia che diede a Cesare la vita e gliela riottenne con le sue preghiere, e dove il Postulatore della Causa di beatificazione, P. Gontranno Tesserin, celebrerà la S. Messa nella mattinata di domenica 9, riportando alla Vallicella, al termine della celebrazione, le spoglie venerate del Baronio.

Al termine della grande processione il Procuratore Generale ha tenuto il discorso che riportiamo:

 

 

Carissimi Fratelli e Sorelle, Cesare Baronio ritorna al santuario di Valleradice!

 

Lo diciamo con commozione, consapevoli di che cosa questo luogo, caro alla pietà di tanti Sorani, rappresentò per il grande figlio di questa terra, il cui ricordo è vivo quanto mai in questo anno del IV centenario della sua morte.

 

Questo luogo è testimonianza del rapporto di Cesare con Maria, un rapporto che proprio qui ha la sua intima e segreta sorgente, in questa “Valleradice” che resterà per Cesare Baronio anche la radice della sua vita: qui, forse, donna Porzia Febonia, si recava a pregare la Vergine mentre ancora portava in grembo il figlio che sarebbe diventato il grande “padre della storia ecclesiastica”; qui, sicuramente, donna Porzia portò il piccolo Cesare  per chiedere a Maria che lo strappasse alla morte quando il bimbo, per un male misterioso, stava morendo; e vi  rimase tre giorni, finché  la grazia non le fu concessa.

Valleradice, per questo motivo, rimase un luogo sempre caro al Baronio, che sentì il fascino di questa bellezza naturale, ma ancor più della fede di sua madre e della bontà con cui la Madre celeste risponde alle preghiere dei suoi figli.

 

L’incontro con Maria, che segnò l’infanzia di Cesare Baronio e che fece sorgere in lui una filiale, tenerissima devozione verso la Vergine Santa, proseguì a Roma, alla scuola di Padre Filippo, il grande innamorato di Maria, che insegnava ai suoi discepoli una devozione ardente alla Vergine, ma non solo sentimentale: una devozione che davvero è dedizione d’amore a Colei che, più di ogni altro, è discepola di Cristo. «Figli miei, siate devoti di Maria, siate devoti di Maria. So quel che dico» affermava S. Filippo Neri ed insegnava a chiamarla, incessantemente, «Vergine-Madre, Madre-Vergine», i due titoli – diceva – che più piacciono alla Madonna.

 

Cesare Baronio, discepolo fedele di Padre Filippo, sviluppò nell’Oratorio l’intensità e la ricchezza del suo rapporto con la Vergine-Madre.

Ne è segno eloquente il monogramma posto di sua mano, più di seicento volte, sulle carte e le pagine dei suoi scritti che ci rimangono: un monogramma che riassume tutto il senso della devozione mariana – forte e densa di contenuto – di questo uomo grande: al centro una croce: Gesù Cristo, perché Cristo è il centro di tutto; e sulla croce di Cristo la “M” di Maria, perché Cristo e Maria sono inscindibilmente uniti nel mistero cristiano; nei quattro angoli della croce quattro lettere dell’alfabeto che si rincorrono in riferimento a quella “M”: “C S S C”: “Caesar servus Mariae, Mariae servus Caesar”.

Una “servitù”, quella del Baronio nei confronti della SS. Madre, che è dedizione filiale, libera offerta del cuore, come insegnerà, tanto tempo più tardi, S. Luigi Grignon de Montfort, il Dottore della servitù d’amore a Maria. Una “servitù” che non è atteggiamento da schiavo che piega la schiena, ma dono del cuore di un figlio che offre tutto se stesso a Colei che riconosce “Mater divinae Gratiae”, la Madre da cui proviene la Grazia che ci salva, la Madre attraverso cui Dio volle raggiungere ogni uomo nella persona del Figlio Unigenito, fatto Uomo nel grembo di Maria: «Nobis datus, nobis natus ex intacta Virgine», come canta nel “Pange lingua” l’Angelico Dottore S. Tommaso d’Aquino, onore anch’egli della vostra terra, oltre che di tutta la Santa Chiesa.

 

La consacrazione a Maria del figlio Cesare, fatta da donna Porzia, qui a Valleradice, è stato un atto fondamentale nella vita del Baronio. E svela la grandezza dell’atto di una madre, la grandezza degli atti delle madri cristiane nei confronti dei loro figli, della vita intera dei loro figli!

Quella consacrazione, cresciuta e sviluppatasi a contatto con Padre Filippo, è diventata impostazione di vita per Cesare Baronio, giovane laico, poi prete, poi cardinale, poi prossimo ad essere eletto Papa…: figlio di Maria, sempre, fin sul letto di morte, quando affidò a lei la sua anima in partenza per la patria del cielo.

 

“Servus Mariae Caesar”: filius Mariae.

E’ bello proclamarlo qui, in questo giorno in cui a Valleradice, e a Roma nella chiesa di S. Maria in Vallicella, la chiesa di Baronio, iniziano i festeggiamenti della Natività di Maria. Anche alla Vallicella di Roma la festa di Maria, titolare della chiesa, è la Natività della Vergine, come qui a Valleradice.

Cesare Baronio, che ha lasciato oggi la Vallicella, per la prima volta dopo quattrocento anni, non sentirà quest’anno la mancanza della sua chiesa, perché – ne sono certo – è felice di essere qui con noi ai piedi di Santa Maria di Valleradice! Egli, in realtà, è in cielo, lo sappiamo, e vede questa splendida Madre senza il velo del mistero che quaggiù ci obbliga a rappresentarla con dolci immagini… Però non credo sia sentimentalismo affermare che Cesare Baronio ritorna – sì, ritorna! – alla sua amata Valleradice; e noi gli chiediamo di poterlo accompagnare in questa visita inaspettata e di farci partecipi dei suoi sentimenti d’amore, egli che sempre portava sul petto, sotto l’abito, un’immagine di Maria alla quale – come scrive un biografo – era «totum deditum ac consecratum».

Maria che gli aveva restituito la vita da bambino, qui a Valleradice, era tornata a rendergliela quando Cesare aveva ormai superato i trent’anni a Roma.

Caduto gravemente ammalato nel 1572 per le veglie, le orazioni, le penitenze ed i digiuni offerti in occasione della strenua difesa dei cristiani a Lepanto (7 ottobre 1571), ottenne per le preghiere di Padre Filippo di essere strappato alla morte. Lo testimonia lo stesso Baronio nel Processo di canonizzazione di S. Filippo Neri e lo racconta splendidamente il suo biografo p. Ricci: «Si stava in punto di dargli l’Estrema Unzione, quando Filippo, pieno di fede, chiese a Dio la vita di Cesare e l’ottenne. Et il modo dell’impetrazione fu mostrato al medesimo moribondo al quale, improvvisamente sopito, parve di vedere Nostro Signore in trono di Maestà et alla sua destra la Beata Vergine et ai suoi piedi Filippo, il quale instantemente chiedeva: “Da mihi Caesarem, Domine; Caesarem redde: sic cupio, sic volo, Domine”. Et gli parve che la gratia non si concedesse; ma che rivolgendo Filippo le sue preghiere alla Madre, ella l’ottenesse dal Figlio. Si sveglia dal sonno l’infermo, certo della sua salute: riferisce il successo a Filippo; Filippo lo sgrida, ché non creda ai sogni ma stia sempre pronto ad ogni beneplacito di Dio, et che non cerchi altro. Così Cesare si trovò guarito con stupore de’ medici, che riconobbero la miracolosa sanità dal Santo».

 

Cesare, servo-figlio di Maria, dedicò a lei anche la sua immensa opera monumentale, i dodici volumi degli Annales che tracciano la storia della Chiesa dalle origini al XII secolo.

Ogni volume è aperto dal Baronio con una tenera invocazione alla Vergine ed è chiuso con l’offerta a lei dell’ardua fatica.

Non sono molti ad aver notato questo particolare… Ci si sofferma piuttosto sulla dedica dei volumi a Papi e a sovrani, dedica doverosa, ma, nella mente di Cesare Baronio, sicuramente meno importante dell’umile preghiera rivolta alla Madre Santa. Espressione di sentimento o – peggio – di sentimentalismo mariano in un uomo della Controriforma cattolica che doveva affermare, contro le detrazioni protestanti, il culto di Maria? No. Molto di più: la consapevolezza che la storia della Chiesa è la vicenda storica del Corpo di Cristo “diffuso”, della presenza di Cristo nel cammino degli uomini… E questa presenza è quella nata dal grembo della Vergine; presenza salvifica già visibile e in atto in questo giorno, quando sorse “l’aurora della Redenzione”, la bimba nazarena sulla quale Dio ha posto il suo sigillo preservandola, fin dal concepimento, dal peccato originale, per fare di lei la prima dei salvati, la primizia dell’umanità redenta, la «propinquissima Christi».

A lei Cesare Baronio dedica, in apertura ed in chiusura, ognuno dei dodici volumi della sua immane ricerca storica, per affermare che di questa storia Maria non solo è parte, ma elemento così essenziale che non si potrà mai dire “Gesù Cristo” senza aggiungere “il Figlio di Maria”!

 

Già nella Prefazione a tutta l’opera, dopo aver invocato lo Spirito Santo, il Baronio si rivolge a Maria: «Rivolgiamo la nostra fervida preghiera alla SS. Vergine Madre di Dio, di ogni nostro agire sempre fautrice, guida e moderatrice, perché ci ottenga da Colui che apre la bocca ai muti che noi, professando, testimoniando, predicando la Verità, con le parole, gli scritti e soprattutto con la rettitudine di vita abbiamo a lodare, confessare e celebrare Lui, il Signore». E dopo aver percorso la storia della Chiesa dagli inizi, prendendo le mosse dal Mistero di Nazareth, dove l’Incarnazione si è compiuta nel grembo della Vergine, ed essere giunto alla fine del primo secolo dell’era cristiana, l’affettuosa conclusione: «Come tutto questo nostro lavoro alla Madre di Dio noi riferiamo, così anche a lei lo offriamo perché lo presenti al suo diletto Figlio, e come ricompensa ci ottenga quella grazia per cui Lui stesso si fa dono a noi nella terra dei viventi».

 

Dai successivi undici volumi traggo qualche esempio ulteriore di questa impostazione che attinge profondamente alla fede cristiana poiché mai separa Maria da Gesù Cristo e sempre coglie le più profonde risonanze bibliche evocate da Maria.

 

«Per gli innumerevoli doni da lei ricevuti – scrive nel secondo volume – si è rafforzata in me l’iniziale grande fiducia, e si fa certezza. Sia per noi la santa Vergine l’Arca sicura in cui le nostre trattazioni rimangano salvaguardate. E’ lei, infatti, la vera Arca divina».

 

E nell’incipit del terzo, «Ci preceda – egli afferma – la più sublime colonna di vita, nella quale più felicemente Dio appare all’umano genere, la beatissima Vergine Maria; ci preceda camminando innanzi a noi con il fulgore della sua smagliante bellezza; e, conducendoci ed ammaestrandoci, non permetta che ci allontaniamo di un miglio dallo stretto sentiero della Verità».

 

«Madre di Dio, Vergine Maria, tu hai trovato al lana e il lino e l’hai lavorato con la sapienza delle tue mani – attesta nel quarto volume – Confeziona per noi vesti di giustizia e di salvezza. Le vesti dei tuoi fedeli siano cosparse del sangue dell’Agnello; di tale porpora si gloriano i figli di Dio, coeredi di Cristo, coeredi di quel Regno in cui, per le tue preci, Vergine Santa, il tuo diletto Figlio ci annoveri».

 

Quando vede la luce il quinto volume, Baronio, per volontà di Padre Filippo, gli è ormai succeduto; angustiato per le fatiche della Prepositura e per le ricorrenti “minacce” di nomine episcopali, sente le sue forze venir meno e cerca in Maria l’aiuto per proseguire la ricerca che gli costava immensa dedizione di tempo e di attenzione: «“Ecco l’ancella del Signore”, Signora ella stessa, a cui gli angeli servono, apportatrice di fecondità in quanto tutti ci chiama con le parole del Libro della Sapienza: “Venite a me, voi tutti che mi desiderate”. Sia per noi feconda, tale Ancella, lei il cui parto scioglie l’umana sterilità, così che avvenga anche a noi di esclamare: “Felicità!”. Ricevuto per tuo favore, concepito per le tue preghiere, ti offro, Madre di Dio, questo parto, il quinto tomo degli annales, in azione di grazie. Concedi che, come i piccoli del Vangelo, io consegua la vita eterna, per grazia del Signore Gesù Cristo».

 

Terminato nel 1595, quando ormai Padre Filippo ha chiuso gli occhi su questa terra e Baronio è più che mai orfano di colui che spiritualmente lo aveva generato, il sesto volume si chiude con una invocazione alla “Stella del mare”, guida dei naviganti della vita: «La navigazione è in porto. Caliamo le vele e supplici andiamo al tempio sempre aperto di Dio, che è sua Madre, per rendergli grazie tramite Lei; come i naviganti sogliono offrirle i remi, così noi gli offriamo la penna. Accostandoci a Te, con grande fiducia, da te imploriamo benedizioni. Tu stessa, infatti, coroni in noi i tuoi doni».

 

Il settimo tomo esce nel 1596, quando il Baronio è ormai elevato alla dignità cardinalizia e la Porpora gli pesa dopo essere stato costretto dal Papa a rivestirsene, sotto pena di scomunica se l’avesse rifiutata. L’umiltà del discepolo di padre Filippo ancora si rivolge a Maria: «Intervenga la Vergine Madre di Dio. Discenda per sollevare, ascenda per elevare, e prenda per mano e guidi a Colui che con fede scorgiamo in attesa al vertice della scala. Essendo stato per forza tratto via dalla mia quiete, confido soltanto nel tuo soccorso, o Madre di Dio, mentre avanzo nel pericolo dell’eterna salvezza. Rompi i fili di una vita molesta e sgradita, affinché per questa vana gloriuzza incautamente io non perda la vera e perenne gloria».

 

E nel volume ottavo, insieme ai Santi Gregorio Magno, Nereo e Achilleo, titolari di chiese a lui affidate, Cesare Baronio invoca l’intercessione della Vergine, come fa nel nono, chiamando Maria ad aiutarlo ad essere testimone di Cristo «non solo con le parole, ma con i fatti».

 

«A scalare i monti – afferma all’inizio del tomo decimo – ci venga incontro per prima e ci porga la sua destra la Vergine Madre di Dio che, gravida del Verbo, salì in fretta sui monti di Giuda: con lei pure lo zoppo salterà come un cervo e l’infermo dirà: “Sono forte”».

 

Restano al nostro umile e povero Cardinale due tomi degli Annales, prima di chiudere gli occhi su questa terra e vedere quel Dio di cui dirà – son le sue ultime parole terrene – “Cercate Dio, cercate Dio”. Siamo nel 1605; Cesare Baronio accumula stanchezza e dolore fisico e sempre più si sente un piccolo, lui che in quell’anno per due volte ha corso il pericolo di essere innalzato sulla Cattedra di Pietro. Scrive nell’undicesimo volume: «La nostra benedetta colomba provochi al volo fuor del nido il piccino indeciso e riluttante, e per sostenerlo gli voli attorno nel lavoro e lo riscaldi con le ali del riposo. A Lei, quante sono le lettere di questo scritto, tante piogge di ringraziamenti fluiscano; quante son le sillabe, tante siano le fonti d’acqua che erompono e confluiscono in quel mare da cui tutto scaturisce, Dio largitore di ogni bene».

 

Quando il dodicesimo volume vide la luce, Cesare Baronio aveva ormai gli occhi aperti sul Mistero di Dio e sul volto luminoso della sua Signora e Madre. Il 30 giugno del 1607 si era spento alla Vallicella, tra i suoi Padri, nella casa di Padre Filippo da dove mai avrebbe voluto uscire. L’ultimo volume era pronto e fu stampato poco dopo la sua morte. L’invocazione che lo apre è l’ultima struggente invocazione a Maria, affidata a questo “testamento” d’amore: «Invochiamo con somma fiducia la nostra Patrona, Maria Vergine santissima, Colei che il Verbo divino, concepito nel suo grembo e posto come pietra angolare, ha esaltato. Come il servo desidera l’ombra, fiaccato dalla fatica sotto i raggi del sole, anch’io bramo di riposare all’ombra di Colui che l’anima mia sempre ha desiderato. Essendo ormai giunto all’ora estrema, mentre la morte batte alla porta, accorro come il figliol prodigo che domanda misericordia. Padre, non negare l’incontro! Ma perché il timore non faccia diminuire la speranza, ecco che mi rivolgo a Te, Madre di Dio, Maria, affinché per mezzo tuo io possa conseguire dal padre quella benedizione per la quale io diventi partecipe dell’eterna eredità».

 

Fratelli e sorelle, cari amici,

è con queste parole – espressione di tutta la sua vita – che Cesare Baronio ritorna tra voi a Sora.

La sua fede in Cristo, il suo amore per Maria, la sua vita donata alla Chiesa-Corpo del Signore nato da Maria Vergine, sono il più alto saluto che egli ci rivolge in questo momento storico del suo ritorno a Sora.

Siate fieri, amici, di avere questo grande cristiano come uno di voi, uno del vostro popolo. E – se me lo permettete – sentite la responsabilità di un dono così grande. I doni di Dio sono per noi, per la nostra felicità, ma accoglierli significa vivere: vivere in Cristo, dentro il Cuore della Madre che Dio si è scelto e che Dio ci ha donato.

 

 


 

 

 

 

 

 

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