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Conferenza a Reggio Emilia

 

 

Roma, 6 ottobre 2011

 

In occasione della inaugurazione della Casa di formazione “Ecce Mater” per i candidati della  Comunità Sacerdotale “Familiaris Consortio”, sorta nella diocesi di Reggio Emilia con l’impegno nella pastorale ordinaria come segno e strumento di comunione nel tessuto della Chiesa locale, e costituita al presente da 16 sacerdoti diocesani, 2 diaconi e 3 giovani in formazione, il P. Procuratore Generale parla al Clero della diocesi sul tema “La vita comune dei sacerdoti nel servizio pastorale”.

 


 

Sintesi dell’intervento

 

Ringrazio S. E. mons. Vescovo per la sua presenza e tutti voi, cari Confratelli, ed esprimo gratitudine a S. E. mons. Ghizzoni, che mi ha accompagnato ieri a visitare la antica chiesa oratoriana di Reggio Emilia, per quanto ha detto nell’intervista pubblicata su “La libertà” il 24 settembre scorso: “Il relatore appartiene ad una società di presbiteri che si dedicano alla attività pastorale facendo vita comune”: questa precisazione, molto opportuna, mette subito in chiaro il titolo a cui vi parlo, che non è quello di studioso della questione, ma di prete secolare che da trentasei anni vive questa esperienza.

 

Ringrazio Sua Eccellenza anche per quanto ha aggiunto nell’intervista: “Ascoltare qualcosa sulle condizioni di possibilità, i vantaggi e le difficoltà della vita comune del clero è oggetto di interesse per il clero e anche per noi Vescovi, che abbiamo puntato in questi ultimi anni sulle comunità ministeriali, in vista di un rinnovato servizio a unità pastorali che crescono sia come numero di parrocchie coinvolte che come quantità di fedeli”.

L’attenzione alla vita comune del clero diocesano, infatti, è crescente da parte dei Vescovi e dei sacerdoti: lo so per esperienza diretta, poiché negli incontri con i Pastori delle diocesi in cui è presente la Congregazione dell’Oratorio (in Italia, una ventina) il discorso verte spesso anche su questo argomento; basta, d’altra parte, anche una rapida ricerca in internet per rendersi conto di che mole di riferimenti è a disposizione al riguardo…

 

Un documento, ad esempio, della Commissione Presbiterale Italiana (è di una decina d’anni fa, ma credo che non abbia perso la sua attualità), ne parla in riferimento al fatto che l’attivismo odierno del clero, determinato spesso anche dalla complessa situazione del nostro tempo (“Il prete vive sommerso da molte richieste che invocano competenze varie: spirituali, liturgiche, amministrative, giuridiche, connesse al campo delle relazioni umane”) sottolineando “l’impoverimento delle relazioni più significative”: “questa carenza costituisce un elemento rilevante del disorientamento dei preti […] Anche il rapporto con la vita consacrata e con i laici rischia di esprimersi soprattutto in termini di bisogno pastorale: la carenza di funzionari chiede nuove forze in campo. Il discorso che si privilegia è ancora quello dei servizi intra–ecclesiali”.

 

Facendo, poi, riferimento a Presbyterorum Ordinis, 8 (“Sia incoraggiata tra di essi una certa vita comune ossia una qualche comunità di vita che può naturalmente assumere forme diverse in rapporto ai differenti bisogni personali e pastorali”), il documento dice: “L’affermazione richiede una conversione, nuove forme presbiterali e scelte pastorali. Alcune possibili risposte vengono proprio da un vissuto già in atto che rilascia nuove indicazioni per la vita e il ministero presbiterale. […] Una prima esperienza significativa che traduce la fraternità sacramentale in realtà è la tensione, presente in alcuni preti, di dar forma alla vita comune. Le diverse esperienze restano prive di contenuto se non v’è la presenza di Cristo ad alimentare quella comunione. Allo stesso modo, però, l’idea di comunione rimane astratta e fittizia se non si concretizza in forme adatte a renderla operante nella vita quotidiana. E’ in questo contesto che il discernimento pastorale si fa concreto, la correzione fraterna schietta e non sfuggevole, la comunicazione nella fede rimette al centro la persona nella sua crescita, l’aiuto fraterno non diventa solo ideale”.

 

Sull’onda delle riflessioni suggerite da questo testo, vorrei iniziare la mia esposizione partendo da ciò che il decreto del Vaticano II Christus Dominus, sull’ufficio pastorale dei Vescovi, afferma: “Per rendere più efficace la cura delle anime va caldamente raccomandata la vita comune dei sacerdoti, specialmente di quelli addetti alla stessa parrocchia; essa, mentre giova all’attività apostolica, offre ai fedeli esempio di carità e di unità” (n. 30).

 

Mi permetto di iniziare con una considerazione.

Ci sono “cose” che per l’uomo di sempre sono importanti, e sono quelle a cui la Chiesa non può mancare di rispondere per portare il messaggio di Cristo fino al cuore dell’uomo, non soltanto alla sua pelle…

Una di queste mi sembra quella che possiamo indicare con il termine “casa”. La casa è, sì, un edificio concreto, fatto di muri, “house” direbbero gli inglesi, e li cito non perché l’inglese va di moda, ma perché questa lingua ha due termini per indicare la casa: “house”, appunto, la casa-edificio-costruzione, e “home”, la casa come rapporti tra coloro che la abitano (in italiano, con espressione un po’ démodé si direbbe: “il focolare domestico”…) : la comunione, gli affetti.

Questa realtà essenziale per l’uomo, come potrebbe non esserlo per l’uomo-prete?

La questione (qualunque sia la vocazione che ha uno ricevuto nella Chiesa dei discepoli del Signore) è che l’uomo non basta a se stesso; nessuna creatura è così incompiuta come l’uomo… Questa dimensione fondamentale della persona umana è fondamentale anche nella vocazione presbiterale, poiché è la strada attraverso cui si compie l’esperienza dell’amare e dell’essere amati, che non può essere estranea al prete (o al “religioso”) dal momento che è dimensione fondamentale della persona, e dal momento che il suo inaridirsi depaupera la persona con una operazione che non è la potatura di cui Gesù parla nella “parabola” della vite e dei tralci (l’unica presente nel Vangelo secondo Giovanni, nel quale, come sappiamo, 40 volte ricorre il verbo “menein”, il verbo della comunione, tradotto, nei diversi contesti, con “abitare, fermarsi presso, stare con, rimanere”…); 40 volte, a fronte delle 36 in cui ricorre il verbo “agapao”, delle 25 volte in cui ricorre il termine “verità”, delle 36 in cui ricorre “vita”, delle 32 in cui ricorre “luce”).

 

Questa “casa”, per i sacerdoti diocesani, si presenta fondamentalmente sotto due forme:

- 1. Comunità di sacerdoti diocesani che vivono insieme in relazione al servizio pastorale che svolgono, ad esempio, in una parrocchia o in una unità pastorale;

- 2. Comunità di sacerdoti diocesani impegnati nella pastorale ordinaria della Diocesi, ma che vivono insieme sotto l’impulso di una particolare esperienza costituita dalla adesione ad un “carisma” approvato dalla Chiesa. Caratterizzati da un loro stile e da una loro proposta educativa, essi vivono in uno stretto rapporto di comunione anche spirituale, in un cammino di crescita insieme, con tutto ciò che questa comporta: dalla regolare preghiera comunitaria, alla revisione di vita, alla correzione fraterna, all’amicizia che nasce dalla condivisione di quel carisma.

Questo tipo di vita comune non solo si struttura in modalità diverse rispetto al primo tipo, ma include anche l’attenzione alla stabilità futura della comunità sacerdotale, mediante la formazione dei candidati alla specificità di questo stile di vita comunitaria.

 

Crea problemi, nella vita della Chiesa locale, questo secondo tipo di comunità?

Penso che nella vita della Chiesa tutto ha la possibilità di creare problemi..., se vissuto in modo non autentico; come anche un singolo ne può creare! Mons. Ghizzoni diceva giustamente nell’intervista citata: “I rischi sono sempre in agguato perché – il libro dell’Apocalisse ce lo ha insegnato – il grande Avversario della Chiesa punta soprattutto a dividerla per spegnere in Lei la carità e farla perire!”

– Da parte della comunità, il rischio è ridotto nella misura in cui c’è l’impegno di una aperta, sincera comunione con tutti attraverso una crescita responsabile e seria dei singoli e dell’insieme per diventare sempre più e sempre meglio quello che si è stati chiamati ad essere. I problemi non sono determinati dal fatto che una comunità viva il suo carisma riconosciuto dalla Chiesa, ma semmai dal fatto che non lo viva!

– E da parte dellacomunità diocesana, il rischio è ridotto se questa esperienza comunitaria è considerata una ricchezza per tutti e se c’è stima per il carisma riconosciuto.

E’ vero quanto afferma nons. Ghizzoni: “Oggi, dopo il Concilio, abbiamo imparato che l’amore alla Chiesa diocesana non è opzionale: è amare la Chiesa in concreto, lì dove storicamente il Signore ci mette. […] Questo fatto, però, chiede una fiducia e una disponibilità vicendevole ad aiutarsi, a correggersi imparando ad usare più spesso l’autocritica che il giudizio sugli altri e a integrarsi rispettandosi nelle rispettive caratteristiche”.

 

Sulla base della comune esperienza sappiamo che non sono rare le “frizioni” all’interno di un presbiterio, ma non solo tra le varie “categorie” di preti: diocesani “tout court”; diocesani portatori di un carisma riconosciuto dalla Chiesa; appartenenti a Istituti di vita consacrata; le frizioni sono presenti anche tra gli stessi appartenenti ai singoli ambiti… Ma ci si chiede se la frizione, quando c’è, è determinata dai carismi (che tutti hanno, anche i sacerdoti diocesani senza altro aggettivo qualificativo, dal momento che è così alta la dignità del sostantivo e dell’aggettivo che li designa) o proprio dalla mancanza di fedeltà a ciò che si è chiamati ad essere.

Dice mons. Ghizzoni, e concordo pienamente: “L’annuncio del Vangelo di Gesù, per essere efficace, sappiamo bene che ha bisogno di una comunione vera tra coloro che lo testimoniano, una comunione di fede, una carità paziente alimentata dall’Eucaristia, ma anche una comunione “gerarchica”, che non può fare a meno del rispetto e dell’obbedienza al Vescovo. Il comando di costruire l’unità della Chiesa e di non ferirla l’abbiamo ricevuto tutti, ed è più importante che si obbedisca ad esso piuttosto che si affermino le nostre “ecclesiologie” personali. Ne va del Vangelo e della salvezza di tutti”.

 

Tornando al tema della vita comune dei sacerdoti diocesani “tout court” (mi si passi questa espressione), vorrei ancora aggiungere una sottolineatura: il valore testimoniale della loro vita comune che si compie con uno stile che non è certo quello dei religiosi, e neppure, sotto certi aspetti, quello dei confratelli caratterizzati dalla adesione ad un particolare carisma, ma che è, sempre, il luogo concreto, visibile dove la comunione fraterna diventa essa stessa apostolato e contribuisce direttamente all’opera di evangelizzazione, se è vero che più intenso è l’amore fraterno, maggiore è la credibilità del messaggio annunciato. Gli altri vantaggi ci sono e non sono secondari, essendo risposta ad una esigenza profonda dell’uomo, ma proprio perché sono espressione di maturità umana offrono ai fedeli un più convincente messaggio.

 

Vorrei proporre, al riguardo, alcune utili riflessioni di un prete diocesano di Roma che vive l’esperienza della vita comune con i confratelli impegnati nel medesimo ministero parrocchiale:

“Spesso si calcano solo le ragioni psicologico-affettive, legate anche alla situazione contingente, ma questo approccio alla problematica della vita comune del clero porta ad una fondamentale inconsistenza della stessa esperienza di fraternità, relegandola a fenomeno marginale, minoritario, ad appannaggio di gruppetti più o meno seriamente motivati”. Occorre prestare attenzione ai veri fondamenti.

“Un primo fondamento è biblico: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35) […]. Noi preghiamo per l’unità dei cristiani appartenenti alle diverse confessioni, consapevoli che la loro divisione è una contro-testimonianza; ma anche la qualità della comunione nelle nostre comunità va curata: guardando alle nostre comunità e alla loro comunione spesso vediamo che è di bassa lega, una comunione al minimo. […] I preti sono chiamati a presiedere la comunità e quindi la comunione, e quindi essi per primi la debbono vivere, e anzitutto con coloro che ne condividono in primis la stessa responsabilità. La comunione, sappiamo, non è solo l’unità generica di intenti, non solo l’unità della dottrina, ma essa passa anche nel segreto dei cuori, dove alberga l’Amore di Dio che ci ha raggiunto in Gesù Cristo, per viverlo noi stessi in prima persona. Questa comunione ideale, ma non idealistica, la si vive concretamente nella vita quotidiana con gli altri uomini, che per noi sacerdoti sono anzitutto i nostri confratelli, specialmente quelli con cui viviamo provvidenzialmente insieme, e questo anche prima dei nostri stessi parrocchiani, come del resto questi ultimi vivono la loro esperienza di comunione anzitutto con la propria famiglia, con cui vivono sotto lo stesso tetto: non cadiamo nel generico, nella comunione vissuta con tutti e con nessuno; si vive la Chiesa universale vivendo calati nella Chiesa locale, e a sua volta nella comunità parrocchiale, ed infine nelle relazioni della propria cerchia: è una comunione a cerchi concentrici...  […] Quando è solo, il prete è alla continua ricerca delle modalità del suo ministero per farsi accettare dalla società circostante, costringendosi a snaturare il suo stesso sacerdozio, andando appresso a quello che gli chiede inopinatamente il mondo […], assumendo le sue logiche, adeguando ad esse le esigenze evangeliche, sostituendo, sia pure in buona fede, l’antica religione con la religione nuova dei valori. Chi e cosa ci salverà dalla continua tentazione che ci viene dal mondo e che di tanto in tanto crea confusione e scompiglio nelle file ecclesiali, nonché ecclesiastiche? La risposta è la comunione, la fraternità vissuta con gli stessi sentimenti di Cristo, in modo da mantenere la lucidità anche quando tutto intorno è confusione, sì da essere utili a tutti ad intra ed ad extra”.

 

Un sito della diocesi di Vicenza presenta questa dichiarazione di intenti dei preti di una “Unità Pastorale”:

“L’ultimo Sinodo diocesano definiva così le Unità Pastorali: “Una piccola zona della diocesi nella quale si iscrivono più parrocchie aggregate tra loro pastoralmente e servite da alcuni presbiteri, che facciano possibilmente vita comune e siano gradualmente corresponsabili delle parrocchie costituenti l’Unità Pastorale”.

Nella nostra Unità Pastorale, ciascuna parrocchia manterrà la propria identità e autonomia; nessuna sarà assorbita dalle altre. Ognuna si impegnerà a camminare insieme, in unità, con le altre. I sacerdoti per primi, cercheranno di dare l’esempio, facendo vita comune. Non è impegno specifico dei preti diocesani fare vita comune, come lo è invece per i religiosi. Tuttavia è evidente che riusciranno a far camminare insieme, in unità, le loro parrocchie solo se si ritrovano spesso o addirittura vivono nella stessa casa. Altrimenti, con facilità, finiranno per procedere ciascuno per conto proprio e così anche le parrocchie. Dall’unità e dalla capacità di comunione dei sacerdoti dipende, per molta parte, anche l’esito dell’Unità Pastorale”.

 

 E’ difficile la vita “comune”?

Credo che non occorra rispondere… Posso solo dire che quando sento cantare “Com’è bello, Signor, stare insieme…”, la melodia romantica, svenevole di questo canto mi innervosisce…

Chi sperimenta la vita comunitaria e la vive responsabilmente sa che c’è ben poco di romantico in essa… Ma non è questa la vita delle nostre famiglie? quelle reali, che vivono nelle case, dove la colazione del mattino non è del tipo della pubblicità del “Mulino bianco”, quelle dove si sperimenta continuamente che “la pace – per dirlo con Claudel – è fatta di gioia e di dolore”, quelle dove certi comportamenti devono essere corretti con pazienza e certi temperamenti devono essere pazientemente smussati, poiché non bastano i sentimenti, gli “amorosi sensi”, ma ciò che costituisce l’amore è la fedeltà a qualcosa che supera gli stessi componenti…

La vita comune non sopporta di essere cantata con svenevolezze romantiche, poiché ciò che la caratterizza è un continuo impegno educativo, una faticosa crescita nell’amore che conosce tutte le fatiche di ogni crescita…

Ma non è così la vita? La bellezza non è estetismo; è “splendor veri”, il risplendere della Verità!

 

Il can. 280 del C.I.C – “Si raccomanda vivamente ai chierici di praticare una consuetudine di vita comune; dove essa è attuata, per quanto possibile, si mantenga” – non propone una novità se san Pio X, nella sua Esortazione al clero del 4 agosto 1908 affermava: “Gli annali della Chiesa attestano che nel periodo in cui i sacerdoti, un po’ dovunque, vivevano in comune, tale genere di associazione produsse meravigliosi risultati. Cosa impedisce che anche nel nostro tempo possa essere ripristinato qualcosa di simile pur tenendo conto delle diversità dei paesi e delle funzioni? Perché non aspettarsi, come nel passato, uguali risultati per il bene della Chiesa?”. E se Pio XII in Menti nostrae scriveva: “Approviamo e raccomandiamo vivamente quanto già auspicato dalla Chiesa: che venga introdotta la consuetudine della vita comune per il clero di una stessa canonica o di più canoniche limitrofe”.

 

Termino citando un passo del discorso del Santo Padre Benedetto XVI, dello scorso 12 febbraio. E’ rivolto ai sacerdoti secolari di una “società di vita apostolica”, la Fraternità sacerdotale dei Missionari di s. Carlo Borromeo, ma la riflessione travalica l’ambito in cui è stata pronunciata ed è utile a tutti:

“Qual è il posto della vita comune nell’esperienza sacerdotale?” si chiede il Papa, e risponde:

“Ne ho parlato più volte nei miei interventi prima e dopo la mia chiamata al soglio di Pietro. […] Sono sotto i nostri occhi le urgenze di questo momento. Penso per esempio alla carenza di sacerdoti. La vita comune non è innanzitutto una strategia per rispondere a queste necessità. Essa non è neppure, di per sé, solo una forma di aiuto di fronte alla solitudine e alla debolezza dell'uomo. Tutto questo ci può essere, certamente, ma soltanto se la vita fraterna viene concepita e vissuta come strada per immergersi nella realtà della comunione. La vita comune è infatti espressione del dono di Cristo che è la Chiesa, ed è prefigurata nella comunità apostolica, che ha dato luogo ai presbiteri. Nessun sacerdote infatti amministra qualcosa che gli è proprio, ma partecipa con gli altri fratelli a un dono sacramentale che viene direttamente da Gesù.

La vita comune perciò esprime un aiuto che Cristo dà alla nostra esistenza, chiamandoci, attraverso la presenza dei fratelli, ad una configurazione sempre più profonda alla sua persona. Vivere con altri significa accettare la necessità della propria continua conversione e soprattutto scoprire la bellezza di tale cammino, la gioia dell'umiltà, della penitenza, ma anche della conversazione, del perdono vicendevole, del mutuo sostegno.

Nessuno può assumere la forza rigenerante della vita comune senza la preghiera, senza guardare all’esperienza e all'insegnamento dei santi, in particolar modo dei Padri della Chiesa, senza una vita sacramentale vissuta con fedeltà. Se non si entra nel dialogo eterno che il Figlio intrattiene col Padre nello Spirito Santo nessuna autentica vita comune è possibile. Occorre stare con Gesù per poter stare con gli altri. È questo il cuore della missione. Nella compagnia di Cristo e dei fratelli ciascun sacerdote può trovare le energie necessarie per prendersi cura degli uomini, per farsi carico dei bisogni spirituali e materiali che incontra, per insegnare con parole sempre nuove, dettate dall'amore, le verità eterne della fede di cui hanno sete anche i nostri contemporanei”.

 

Edoardo Aldo Cerrato, C.O.

 

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